L’Ucraina. La Russia. Le polveriere Serbia e Kosovo ecco dove si gioca il futuro del continente fragile

L’Ucraina, ma anche la Russia e poi i Balcani, con le polveriere kosovara e serba, e quella della Bosnia, per arrivare infine in Croazia e Slovenia. Eccoli – per ragioni diverse – gli scacchieri dove maggiormente si giocheranno le sorti dell’Europa. Quella, per intendersi, che fa riferimento a una delle espressioni più usate dal generale de Gaulle. “L’Europa va dall’Atlantico agli Urali”, soleva dire. Frase che fu fatta propria nel 1985 anche da Mikhail S. Gorbacev. Entrambi i leader sognavano una Russia ancorata alla civiltà occidentale. Un progetto per un sogno che si è improvvisamente arrestato il 24 febbraio del 2022, data di inizio della guerra in Ucraina e che non fa ancora intravedere segnali di un epilogo in grado di soddisfare le controparti che nel caso ucraino hanno il sostegno anche di Europa – con qualche raro distinguo – e della Nato. Non solo, ma la guerra russo-ucraina sta avendo un effetto pandemico anche in parte dei Balcani con i venti di guerra serbo-kosovari e l’equilibrio instabile fra croati, serbi e bosniaci all’interno della Bosnia. Fari puntati dunque sullo scacchiere ucraino dove in gioco non è soltanto il futuro di questa fragile Europa ma l’intero equilibrio mondiale. Il premier Ulf Kristersson, in occasione dell’insediamento svedese alla presidenza dell’Ue dello scorso 1 gennaio ha definito la Russia di Putin “regime criminale”. E dunque ha invitato ad “aiutare a creare la sicurezza per l’Europa, appoggiando sistematicamente l’Ucraina” e sottolineando il significato geopolitico dell’Ue. Dunque, posizioni sempre più distanti e più rigide. I kosovari si appellano alla Nato; i serbi alla Russia. “Siamo sempre stati aperti ai contatti con gli amici serbi”, sono state le parole di augurio per il Capodanno del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, al suo omologo serbo, Ivica Dacic. Lavrov ha anche espresso la disponibilità “a mantenere un’elevata dinamica internazionale tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi e uno stretto coordinamento dei passi sulla scena nella difesa dei legittimi interessi nazionali”. Parole che da una parte rassicurano gli amici serbi ma che dall’altra inquietano l’Ue. La tensione in Kosovo rimane alta. Anche se la missione di mantenimento della pace a guida Nato (Kfor) ha reso noto di essere impegnata nelle operazioni definitive di rimozione di barricate e dei veicoli che bloccano il movimento stradale nel Nord del Paese. Tutto aveva avuto inizio con l’arresto di diversi agenti di polizia serbi da parte delle autorità kosovare per presunti crimini di guerra e terrorismo risalenti al conflitto de 1998-1999. Lo scorso 11 dicembre il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva tenuto una riunione del consiglio di sicurezza nazionale e aveva accusato il Kosovo di violare gli accordi esistenti dopo che il primo ministro kosovaro, Albin Kurti, aveva esortato il contingente regionale guidato dalla Nato a smantellare le barricate stradali dei serbi in Kosovo. Belgrado invoca il rispetto degli accordi presi, cioè l’istituzione dell’Associazione delle municipalità della minoranza serba (presente nel Nord del Kosovo), entità per altro prevista dagli accordi di Bruxelles del 2013 e mai realmente creata e che potrebbe dispiegare finalmente scenari di pace vera. Da parte sua, la Nato terrà la riunione dei capi militari della difesa il 18 e 19 gennaio, a Bruxelles, per discutere anche della guerra in Ucraina. La prima sessione della seconda giornata – stando a fonti Nato – vedrà i capi della Difesa incontrare i loro partner operativi della Forza del Kosovo: Armenia, Austria, Finlandia, Irlanda, Moldavia, Svezia, Svizzera e Ucraina. Le discussioni si concentreranno appunto sulla missione Kfor. Notizie positive, invece, per quella parte di Europa ai confini con i Balcani. Il recente ingresso della Croazia (lo scorso 1 gennaio) nell’Ue è destinato a favorire un’intensa collaborazione sia con la Slovenia, sia con l’Italia sul tema immigrazione pure al centro del dibattito Ue, soprattutto per quanto concerne la rotta balcanica che nel 2022 (dati di Frontex) ha registrato un aumento del 170 per cento. I tre Paesi proprio nei giorni scorsi hanno affrontato nuovamente il problema dei respingimenti che adesso, giocoforza, coinvolgeranno anche la Croazia che si trova proprio al confine con la rotta balcanica che dalla Serbia attraversa poi la Bosnia. Con la Croazia anche l’impegno delle pattuglie miste sarà rinforzato come pure la lotta ai passeur, i registi degli ingressi clandestini.

L’Ucraina, ma anche la Russia e poi i Balcani, con le polveriere kosovara e serba, e quella della Bosnia, per arrivare infine in Croazia e Slovenia. Eccoli – per ragioni diverse – gli scacchieri dove maggiormente si giocheranno le sorti dell’Europa. Quella, per intendersi, che fa riferimento a una delle espressioni più usate dal generale de Gaulle. “L’Europa va dall’Atlantico agli Urali”, soleva dire. Frase che fu fatta propria nel 1985 anche da Mikhail S. Gorbacev. Entrambi i leader sognavano una Russia ancorata alla civiltà occidentale. Un progetto per un sogno che si è improvvisamente arrestato il 24 febbraio del 2022, data di inizio della guerra in Ucraina e che non fa ancora intravedere segnali di un epilogo in grado di soddisfare le controparti che nel caso ucraino hanno il sostegno anche di Europa – con qualche raro distinguo – e della Nato. Non solo, ma la guerra russo-ucraina sta avendo un effetto pandemico anche in parte dei Balcani con i venti di guerra serbo-kosovari e l’equilibrio instabile fra croati, serbi e bosniaci all’interno della Bosnia. Fari puntati dunque sullo scacchiere ucraino dove in gioco non è soltanto il futuro di questa fragile Europa ma l’intero equilibrio mondiale. Il premier Ulf Kristersson, in occasione dell’insediamento svedese alla presidenza dell’Ue dello scorso 1 gennaio ha definito la Russia di Putin “regime criminale”. E dunque ha invitato ad “aiutare a creare la sicurezza per l’Europa, appoggiando sistematicamente l’Ucraina” e sottolineando il significato geopolitico dell’Ue. Dunque, posizioni sempre più distanti e più rigide. I kosovari si appellano alla Nato; i serbi alla Russia. “Siamo sempre stati aperti ai contatti con gli amici serbi”, sono state le parole di augurio per il Capodanno del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, al suo omologo serbo, Ivica Dacic. Lavrov ha anche espresso la disponibilità “a mantenere un’elevata dinamica internazionale tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi e uno stretto coordinamento dei passi sulla scena nella difesa dei legittimi interessi nazionali”. Parole che da una parte rassicurano gli amici serbi ma che dall’altra inquietano l’Ue. La tensione in Kosovo rimane alta. Anche se la missione di mantenimento della pace a guida Nato (Kfor) ha reso noto di essere impegnata nelle operazioni definitive di rimozione di barricate e dei veicoli che bloccano il movimento stradale nel Nord del Paese. Tutto aveva avuto inizio con l’arresto di diversi agenti di polizia serbi da parte delle autorità kosovare per presunti crimini di guerra e terrorismo risalenti al conflitto de 1998-1999. Lo scorso 11 dicembre il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva tenuto una riunione del consiglio di sicurezza nazionale e aveva accusato il Kosovo di violare gli accordi esistenti dopo che il primo ministro kosovaro, Albin Kurti, aveva esortato il contingente regionale guidato dalla Nato a smantellare le barricate stradali dei serbi in Kosovo. Belgrado invoca il rispetto degli accordi presi, cioè l’istituzione dell’Associazione delle municipalità della minoranza serba (presente nel Nord del Kosovo), entità per altro prevista dagli accordi di Bruxelles del 2013 e mai realmente creata e che potrebbe dispiegare finalmente scenari di pace vera. Da parte sua, la Nato terrà la riunione dei capi militari della difesa il 18 e 19 gennaio, a Bruxelles, per discutere anche della guerra in Ucraina. La prima sessione della seconda giornata – stando a fonti Nato – vedrà i capi della Difesa incontrare i loro partner operativi della Forza del Kosovo: Armenia, Austria, Finlandia, Irlanda, Moldavia, Svezia, Svizzera e Ucraina. Le discussioni si concentreranno appunto sulla missione Kfor. Notizie positive, invece, per quella parte di Europa ai confini con i Balcani. Il recente ingresso della Croazia (lo scorso 1 gennaio) nell’Ue è destinato a favorire un’intensa collaborazione sia con la Slovenia, sia con l’Italia sul tema immigrazione pure al centro del dibattito Ue, soprattutto per quanto concerne la rotta balcanica che nel 2022 (dati di Frontex) ha registrato un aumento del 170 per cento. I tre Paesi proprio nei giorni scorsi hanno affrontato nuovamente il problema dei respingimenti che adesso, giocoforza, coinvolgeranno anche la Croazia che si trova proprio al confine con la rotta balcanica che dalla Serbia attraversa poi la Bosnia. Con la Croazia anche l’impegno delle pattuglie miste sarà rinforzato come pure la lotta ai passeur, i registi degli ingressi clandestini.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli