Lula III spacca il Brasile

Fuori Jair Bolsonaro, dentro Luiz Inacio “Lula” da Silva, per un rotto della cuffia di 50,9% di voti contro 49,17 ottenuti al ballottaggio.
Il Brasile dunque è di nuovo in mano alla sinistra, ed è la prima volta nella sua storia che il presidente uscente non viene riconfermato per il secondo turno.
Classe 1945, Luiz Inacio Lula Da Silva, è stato rieletto per il terzo mandato, dopo quelli del 2002-2006 e del 2006-2010.
In questi 12 anni per l’ex sindacalista e operaio, tanta politica e non solo, anche 580 giorni in carcere a causa della “Lava Jato”, la Mani pulite brasiliana che lo ha travolto con diverse imputazioni, tra corruzione e riciclaggio di denaro.
Tali imputazioni, diventate condanna, gli sono costate non solo la reputazione ma anche la candidatura alla presidenza nel 2018 contro Bolsonaro.
Nonostante questo, nel 2021 la Corte Suprema lo ha scagionato, restituendogli i diritti politici.
Da allora, il leader di sinistra ha cercato di riabilitare il suo nome e di riconquistare la fiducia del popolo con tutti i mezzi, anche ingraziandosi il mondo religioso, – così influente nel Paese – e lanciandosi in strane alleanze, come quella con il conservatore ed ex avversario Geraldo Alckmin.
L’ex sindacalista e presidente del Partito nazionale dei lavoratori, primo presidente di sinistra e primo operaio senza titoli di studio a raggiungere la massima carica dello Stato, nella sua lunga carriera si è costruito una grandissima popolarità, sia in Brasile che all’estero, anche e soprattutto grazie all’introduzione del programma di assistenza sociale che ha arricchito moltissimo la classe media.
Per questo nuovo incarico ha promesso agli elettori di aumentare la spesa per i poveri, ristabilire relazioni con i governi stranieri e impegnarsi a fondo per eliminare il disboscamento illegale nella foresta pluviale amazzonica.
Dopo aver assistito a un’intensa campagna elettorale fatta di insulti, il popolo brasiliano è stato protagonista di una altrettanto intensa giornata elettorale.
Quel giorno, infatti, il trasporto pubblico, a differenza di quanto previsto dalla legge, non è stato accessibile e gratuito per tutti.
Ciò che preoccupa al momento, ancor più e prima degli esiti di questa nuova presidenza e delle tante promesse fatte in campagna elettorale, è la stabilità del Paese.
Da una parte Bolsonaro non ha ancora riconosciuto la vittoria dello sfidante, dall’altra siamo di fronte a una nazione completamente spaccata in due, sia politicamente che geograficamente.
Negli ultimi mesi Bolsonaro ha ripetuto, senza prove, che il sistema di voto elettronico del Brasile è pieno di frodi, e che la sinistra stava pianificando di manomettere il risultato del voto.
Di conseguenza, milioni di suoi sostenitori hanno perso fiducia nell’integrità delle elezioni, e secondo i sondaggi, molti hanno dichiarato pubblicamente di essere pronti a scendere in piazza.
Sono subito iniziate le turbolenze: ieri mattina migliaia di cittadini di estrema destra si sono uniti a una dozzina di gruppi Telegram in cui si chiedeva di “paralizzare” il Paese per protestare contro la vittoria di da Silva.
In un gruppo su Rio de Janeiro, hanno circolato piani per creare un blocco fuori da una delle più grandi raffinerie di petrolio della nazione, appena a nord della città.
In un altro gruppo dedicato a Brasilia, la capitale, la gente ha postato appelli per un intervento militare oltre a invocare massicce ondate di protesta nel pomeriggio.
Questa forte polarizzazione politica rischia di generare scontri e sommosse. La sconfitta brucia, si sa, ma il risultato delle elezioni, che piaccia o meno, va sempre accettato.

Fuori Jair Bolsonaro, dentro Luiz Inacio “Lula” da Silva, per un rotto della cuffia di 50,9% di voti contro 49,17 ottenuti al ballottaggio.
Il Brasile dunque è di nuovo in mano alla sinistra, ed è la prima volta nella sua storia che il presidente uscente non viene riconfermato per il secondo turno.
Classe 1945, Luiz Inacio Lula Da Silva, è stato rieletto per il terzo mandato, dopo quelli del 2002-2006 e del 2006-2010.
In questi 12 anni per l’ex sindacalista e operaio, tanta politica e non solo, anche 580 giorni in carcere a causa della “Lava Jato”, la Mani pulite brasiliana che lo ha travolto con diverse imputazioni, tra corruzione e riciclaggio di denaro.
Tali imputazioni, diventate condanna, gli sono costate non solo la reputazione ma anche la candidatura alla presidenza nel 2018 contro Bolsonaro.
Nonostante questo, nel 2021 la Corte Suprema lo ha scagionato, restituendogli i diritti politici.
Da allora, il leader di sinistra ha cercato di riabilitare il suo nome e di riconquistare la fiducia del popolo con tutti i mezzi, anche ingraziandosi il mondo religioso, – così influente nel Paese – e lanciandosi in strane alleanze, come quella con il conservatore ed ex avversario Geraldo Alckmin.
L’ex sindacalista e presidente del Partito nazionale dei lavoratori, primo presidente di sinistra e primo operaio senza titoli di studio a raggiungere la massima carica dello Stato, nella sua lunga carriera si è costruito una grandissima popolarità, sia in Brasile che all’estero, anche e soprattutto grazie all’introduzione del programma di assistenza sociale che ha arricchito moltissimo la classe media.
Per questo nuovo incarico ha promesso agli elettori di aumentare la spesa per i poveri, ristabilire relazioni con i governi stranieri e impegnarsi a fondo per eliminare il disboscamento illegale nella foresta pluviale amazzonica.
Dopo aver assistito a un’intensa campagna elettorale fatta di insulti, il popolo brasiliano è stato protagonista di una altrettanto intensa giornata elettorale.
Quel giorno, infatti, il trasporto pubblico, a differenza di quanto previsto dalla legge, non è stato accessibile e gratuito per tutti.
Ciò che preoccupa al momento, ancor più e prima degli esiti di questa nuova presidenza e delle tante promesse fatte in campagna elettorale, è la stabilità del Paese.
Da una parte Bolsonaro non ha ancora riconosciuto la vittoria dello sfidante, dall’altra siamo di fronte a una nazione completamente spaccata in due, sia politicamente che geograficamente.
Negli ultimi mesi Bolsonaro ha ripetuto, senza prove, che il sistema di voto elettronico del Brasile è pieno di frodi, e che la sinistra stava pianificando di manomettere il risultato del voto.
Di conseguenza, milioni di suoi sostenitori hanno perso fiducia nell’integrità delle elezioni, e secondo i sondaggi, molti hanno dichiarato pubblicamente di essere pronti a scendere in piazza.
Sono subito iniziate le turbolenze: ieri mattina migliaia di cittadini di estrema destra si sono uniti a una dozzina di gruppi Telegram in cui si chiedeva di “paralizzare” il Paese per protestare contro la vittoria di da Silva.
In un gruppo su Rio de Janeiro, hanno circolato piani per creare un blocco fuori da una delle più grandi raffinerie di petrolio della nazione, appena a nord della città.
In un altro gruppo dedicato a Brasilia, la capitale, la gente ha postato appelli per un intervento militare oltre a invocare massicce ondate di protesta nel pomeriggio.
Questa forte polarizzazione politica rischia di generare scontri e sommosse. La sconfitta brucia, si sa, ma il risultato delle elezioni, che piaccia o meno, va sempre accettato.

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