L’ULTIMA CHANCE

Mettetela come volete ma quando al bancomat non vi danno i soldi, che voi avete guadagnato, c’è qualcosa che non va ed è questa la prospettiva in cui ci mettono le crisi bancarie che dall’America alla Svizzera ci mostrano che lo scheletro finanziario del nostro sistema apparentemente perfetto non reggerà. Perché noi siamo un Occidente avanzato tanto sul piano culturale quanto sul piano dei debiti e, soprattutto, non abbiamo il coraggio di dircelo. Quindi da troppi anni continuiamo a pensare che succederà qualcosa. E’ il giorno di dirci che questo qualcosa non è successo e che dipende solo da noi farlo accadere. Io non sono mai stato un disfattista e quindi penso che abbiamo ancora una chance, ma penso anche che dobbiamo dirci con franchezza che il nostro modello culturale ed economico fa acqua da tutte le parti. Spetta a noi lanciare un segnale, forse tardivo, ma ancora nel tempo massimo per spiegare all’Europa che la genesi della nostra democrazia non può prescindere dalla realizzazione dei nostri propositi. Noi siamo il mondo migliore solo se riusciamo ad avere ancora una voce. Se invece siamo solo la derivata dei documenti ufficiali che l’Europa propina come analisi di quello che deve essere il nostro futuro, abbiamo perso. E non perché il nostro futuro non abbia occasioni o volontà di affermarsi come avanzato, ma perché non siamo più consapevoli di cosa stia veramente accadendo. Abbiamo vissuto per due decenni ignorando la Cina, poi abbiamo pensato che Pechino fosse il migliore alleato, due errori che insieme oggi possono costare caro a milioni di europei. Noi dobbiamo terminare questa guerra, sbagliata, inutile e riprendere in mano il timone delle democrazie occidentali per portarle su una rotta diversa e lasciare che sia finalmente il popolo a decidere dove vogliamo andare. L’industria italiana è riuscita a superare delle prove da Ercole e l’ha fatto solo perché credeva fermamente nell’idea di un mondo che avrebbe risposto puntuale alle richieste che venivano da chi aveva stabilito la rotta globale. Oggi siamo di fronte ai fatti. E questi fatti ci dicono che dobbiamo alzare l’orizzonte del nostro sguardo e lavorare nel nome della democrazia per la ragione opposta: stabilire insieme quale sia il livello di benessere e di sviluppo diffuso che ci consente di dialogare con chi non vuole più un’unica visione del sistema, ma ci pone un problema di convivenza o di guerra totale. Questa è l’unica sfida che ha l’Occidente, dove la democrazia ha un ruolo centrale. Non essere un racconto del passato ma reinventarsi per proporre al pianeta diviso un modello virtuoso più attraente di quanto siano le guerre economiche, che definiscono la durata e la violenza dei conflitti terreni in Europa. E’ l’ultima possibilità che abbiamo ma non sembra oggi dall’Europa né dagli Stati Uniti venire la voce ce ci fa credere davvero che troveremo una soluzione. Non lo sappiamo e pensiamo che solo dall’interno del nostro sistema possa finalmente nascere un’onda di contestazione che renda i poteri dell’Occidente consapevoli del rischio irreversibile che stiamo vivendo. Se non sarà così avremo raccontato un altro capitolo distante dalla realtà che stiamo vivendo. Il vero dramma delle democrazie.
Mettetela come volete ma quando al bancomat non vi danno i soldi, che voi avete guadagnato, c’è qualcosa che non va ed è questa la prospettiva in cui ci mettono le crisi bancarie che dall’America alla Svizzera ci mostrano che lo scheletro finanziario del nostro sistema apparentemente perfetto non reggerà. Perché noi siamo un Occidente avanzato tanto sul piano culturale quanto sul piano dei debiti e, soprattutto, non abbiamo il coraggio di dircelo. Quindi da troppi anni continuiamo a pensare che succederà qualcosa. E’ il giorno di dirci che questo qualcosa non è successo e che dipende solo da noi farlo accadere. Io non sono mai stato un disfattista e quindi penso che abbiamo ancora una chance, ma penso anche che dobbiamo dirci con franchezza che il nostro modello culturale ed economico fa acqua da tutte le parti. Spetta a noi lanciare un segnale, forse tardivo, ma ancora nel tempo massimo per spiegare all’Europa che la genesi della nostra democrazia non può prescindere dalla realizzazione dei nostri propositi. Noi siamo il mondo migliore solo se riusciamo ad avere ancora una voce. Se invece siamo solo la derivata dei documenti ufficiali che l’Europa propina come analisi di quello che deve essere il nostro futuro, abbiamo perso. E non perché il nostro futuro non abbia occasioni o volontà di affermarsi come avanzato, ma perché non siamo più consapevoli di cosa stia veramente accadendo. Abbiamo vissuto per due decenni ignorando la Cina, poi abbiamo pensato che Pechino fosse il migliore alleato, due errori che insieme oggi possono costare caro a milioni di europei. Noi dobbiamo terminare questa guerra, sbagliata, inutile e riprendere in mano il timone delle democrazie occidentali per portarle su una rotta diversa e lasciare che sia finalmente il popolo a decidere dove vogliamo andare. L’industria italiana è riuscita a superare delle prove da Ercole e l’ha fatto solo perché credeva fermamente nell’idea di un mondo che avrebbe risposto puntuale alle richieste che venivano da chi aveva stabilito la rotta globale. Oggi siamo di fronte ai fatti. E questi fatti ci dicono che dobbiamo alzare l’orizzonte del nostro sguardo e lavorare nel nome della democrazia per la ragione opposta: stabilire insieme quale sia il livello di benessere e di sviluppo diffuso che ci consente di dialogare con chi non vuole più un’unica visione del sistema, ma ci pone un problema di convivenza o di guerra totale. Questa è l’unica sfida che ha l’Occidente, dove la democrazia ha un ruolo centrale. Non essere un racconto del passato ma reinventarsi per proporre al pianeta diviso un modello virtuoso più attraente di quanto siano le guerre economiche, che definiscono la durata e la violenza dei conflitti terreni in Europa. E’ l’ultima possibilità che abbiamo ma non sembra oggi dall’Europa né dagli Stati Uniti venire la voce ce ci fa credere davvero che troveremo una soluzione. Non lo sappiamo e pensiamo che solo dall’interno del nostro sistema possa finalmente nascere un’onda di contestazione che renda i poteri dell’Occidente consapevoli del rischio irreversibile che stiamo vivendo. Se non sarà così avremo raccontato un altro capitolo distante dalla realtà che stiamo vivendo. Il vero dramma delle democrazie.
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