L’ultimo schiaffo

Super stipendi la manina di Franco che beffa Draghi.

Ritorna il tetto allo stipendio dei manager, ma intanto il Dl aiuti bis rischia di diventare ter. Secondo voci di palazzo, Mario Draghi non avrebbe fatto caso alla norma che avrebbe consentito ai big della Pubblica Amministrazione e ai vertici delle Forze dell’Ordine di guadagnare oltre 240mila euro l’anno. Ecco perché è lo stesso banchiere a chiedere un immediato cambio di rotta ai suoi. Una misura, che in un periodo di normalità poteva avere anche senso, ma che certamente non sarebbe stata vista di buon occhio da un Paese in ginocchio per il caro bollette dovuto alle sanzioni inflitte dalla Russia. L’unica strada, pertanto, è solo quella dell’emendamento soppressivo, che però provoca un ulteriore slittamento allo sblocco del tesoretto, di cui l’Italia ha urgentemente bisogno. La modifica, infatti, pur approdando oggi alla Camera dei Deputati, non prima della prossima settimana sarà vagliata dal Senato. Non sono mancate, quindi, le polemiche per una scelta a dir poco “inopportuna”. A dirlo finanche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che dopo mesi di approvazioni bacchetta l’ex numero uno della Bce. L’inquilino di Palazzo Chigi, però, non può far altro che prendersela con i suoi ministri. Ci sarebbe stata più di una semplice discussione con Daniele Franco, titolare del dicastero di via Venti Settembre. L’errore, o meglio ancora “la manina”, però, ha non poche ripercussioni anche all’interno degli stessi partiti. Malumori soprattutto tra le stanze del Nazareno. A protestare sono i candidati dei collegi uninominali. “Cosa andremo a raccontare alla gente in attesa dei soldi per pagare le bollette?”, avrebbero riferito i vari Marcucci e Cirinnà a quei colleghi favorevoli all’articolo 41 del decreto. Mentre c’è chi rischia di passare l’inverno al buio, dall’altra parte si vogliono dare buste paga che superano quelle di un inquilino della Casa Bianca. Ci sarebbe stato più di un semplice battibecco tra chi deve battere il territorio per restare in aula e chi invece ha una poltrona sicura nei listini bloccati. Tante, quindi, le bordate in casa Letta, che se la prende con Draghi: “C’è stato un guaio e non abbiamo capito ancora come, perché e per responsabilità di chi”. A ridersela, pertanto, ancora una volta è il solo Giuseppe Conte, che sfrutta la “disattenzione” del governo per rubare consensi agli ex alleati: “Bene la marcia indietro del governo – dichiara il capo politico dei 5 Stelle durante la visita a Barletta -. Non avremmo mai permesso che, in una situazione così drammatica per il Paese, con il caro bollette, il caro energia e stipendi da fame a 2-3-4 euro lordi l’ora, i più alti dirigenti dello Stato potessero beneficiare di aumenti”. Dello stesso parere il centrodestra, che però a differenza della sinistra, sin da subito, aveva manifestato il proprio scetticismo rispetto un testo, che giusto o sbagliato che sia, non ha senso di esistere in un contesto in cui si parla di razionamenti. “La Lega – afferma a gran voce Matteo Salvini ai microfoni di Rtl 102.5 – quell’emendamento non lo ha votato, è agli atti. L’ha sostenuto il Partito Democratico. Nel decreto qualche genio ha inserito che si possono pagare i manager pubblici più di 240 mila euro. Draghi ha detto che lo cambieremo e contiamo che succeda”. La pensano ovviamente allo stesso modo sia i meloniani, contrari sin dal principio alla misura, che i fedelissimi del Cav, tra i primi a battersi per i tagli ai burocrati.

Super stipendi la manina di Franco che beffa Draghi.

Ritorna il tetto allo stipendio dei manager, ma intanto il Dl aiuti bis rischia di diventare ter. Secondo voci di palazzo, Mario Draghi non avrebbe fatto caso alla norma che avrebbe consentito ai big della Pubblica Amministrazione e ai vertici delle Forze dell’Ordine di guadagnare oltre 240mila euro l’anno. Ecco perché è lo stesso banchiere a chiedere un immediato cambio di rotta ai suoi. Una misura, che in un periodo di normalità poteva avere anche senso, ma che certamente non sarebbe stata vista di buon occhio da un Paese in ginocchio per il caro bollette dovuto alle sanzioni inflitte dalla Russia. L’unica strada, pertanto, è solo quella dell’emendamento soppressivo, che però provoca un ulteriore slittamento allo sblocco del tesoretto, di cui l’Italia ha urgentemente bisogno. La modifica, infatti, pur approdando oggi alla Camera dei Deputati, non prima della prossima settimana sarà vagliata dal Senato. Non sono mancate, quindi, le polemiche per una scelta a dir poco “inopportuna”. A dirlo finanche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che dopo mesi di approvazioni bacchetta l’ex numero uno della Bce. L’inquilino di Palazzo Chigi, però, non può far altro che prendersela con i suoi ministri. Ci sarebbe stata più di una semplice discussione con Daniele Franco, titolare del dicastero di via Venti Settembre. L’errore, o meglio ancora “la manina”, però, ha non poche ripercussioni anche all’interno degli stessi partiti. Malumori soprattutto tra le stanze del Nazareno. A protestare sono i candidati dei collegi uninominali. “Cosa andremo a raccontare alla gente in attesa dei soldi per pagare le bollette?”, avrebbero riferito i vari Marcucci e Cirinnà a quei colleghi favorevoli all’articolo 41 del decreto. Mentre c’è chi rischia di passare l’inverno al buio, dall’altra parte si vogliono dare buste paga che superano quelle di un inquilino della Casa Bianca. Ci sarebbe stato più di un semplice battibecco tra chi deve battere il territorio per restare in aula e chi invece ha una poltrona sicura nei listini bloccati. Tante, quindi, le bordate in casa Letta, che se la prende con Draghi: “C’è stato un guaio e non abbiamo capito ancora come, perché e per responsabilità di chi”. A ridersela, pertanto, ancora una volta è il solo Giuseppe Conte, che sfrutta la “disattenzione” del governo per rubare consensi agli ex alleati: “Bene la marcia indietro del governo – dichiara il capo politico dei 5 Stelle durante la visita a Barletta -. Non avremmo mai permesso che, in una situazione così drammatica per il Paese, con il caro bollette, il caro energia e stipendi da fame a 2-3-4 euro lordi l’ora, i più alti dirigenti dello Stato potessero beneficiare di aumenti”. Dello stesso parere il centrodestra, che però a differenza della sinistra, sin da subito, aveva manifestato il proprio scetticismo rispetto un testo, che giusto o sbagliato che sia, non ha senso di esistere in un contesto in cui si parla di razionamenti. “La Lega – afferma a gran voce Matteo Salvini ai microfoni di Rtl 102.5 – quell’emendamento non lo ha votato, è agli atti. L’ha sostenuto il Partito Democratico. Nel decreto qualche genio ha inserito che si possono pagare i manager pubblici più di 240 mila euro. Draghi ha detto che lo cambieremo e contiamo che succeda”. La pensano ovviamente allo stesso modo sia i meloniani, contrari sin dal principio alla misura, che i fedelissimi del Cav, tra i primi a battersi per i tagli ai burocrati.

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