M5S: UN MOVIMENTO SUSSULTORIO

Superato lo scoglio delle regionali e delle amministrative, la maggioranza giallorossa che sostiene il governo Conte-bis deve ora occuparsi a pieno regime della nuova ondata del coronavirus e, in particolare, dei fondi europei sui quali l’Italia potrebbe fare affidamento, ovvero il Mes ed il Recovery fund. Come è noto, mentre sul secondo punto, ovvero sugli oltre 200 miliardi di euro ai quali l’Italia potrebbe accedere (“Paesi frugali” permettendo) il prossimo anno (molto probabilmente nella seconda metà del 2021), tutti i partiti che sostengono l’esecutivo, ovvero M5S, PD, IV e LeU, sono d’accordo, la stessa convergenza non si registra, almeno fino ad oggi, sul Mes, che vede la contrarietà dei pentastellati al suo utilizzo. La posta in gioco è rappresentata dai circa 36 miliardi disponibili nell’immediato, con bassi tassi d’interesse, per far fronte alle spese sanitarie fortemente cresciute a causa del Covid. Il problema è serio ed il Movimento fondato da Beppe Grillo si trova nella stessa situazione del proverbiale “asino di Buridano” il quale, nell’incertezza sulla scelta tra due cumuli di fieno posti alla stessa distanza e della stessa dimensione, muore di fame e di sete. Infatti, di fronte alla nuova crescita di contagi e di morti nella Penisola, i cinquestelle sono chiamati a fare una scelta non indolore. O cambiare la loro posizione intransigente sul no al Mes (il che significherebbe una frattura, forse insanabile, con i “duri” del Movimento capeggiati da Alessandro Di Battista) oppure mantenere la posizione, il che inasprirebbe i rapporti con gli altri partiti della coalizione di governo. In Parlamento, cominciano a registrarsi delle prime crepe. Sia al Senato che alla Camera sembrano aumentare tra i cinquestelle coloro che si dichiarano disponibili ad accettare i fondi del Mes, ma è chiaro che, se questa dovesse diventare la posizione ufficiale dei gruppi pentastellati, più di un senatore e di un deputato grillino non sarebbero disponibili ad accettare  questo cambiamento di rotta. Con il che, anche in vista degli Stati Generali del Movimento, programmati per il prossimo mese di novembre, il dibattito interno sarebbe più che infuocato e la scissione, che nessuno dichiara di volere (anzi, si ripetono gli appelli dai vertici a restare uniti), potrebbe essere dietro l’angolo. Il problema è che il M5S attraversa un momento di grave crisi e ogni giorno di più sembra trasformarsi in un partito uguale agli altri che voleva distruggere. Il Movimento, come sosteneva il suo fondatore Grillo, doveva abbattere il sistema dei partiti ed “aprire il Parlamento come una scatola di sardine”. Per i cinquestelle della prima ora, Pd e l’allora Pdl erano uguali ed a differenziarli era solo la L. Oggi, invece, sono passati da un accordo di governo con la Lega di Matteo Salvini a quello con il Pd di Nicola Zingaretti e, soprattutto, con Matteo Renzi nella precedente legislatura. Siamo quindi passati dalla trasparenza dello streaming e dalla piattaforma Rousseau ai “giochi di Palazzo”, alla spartizione delle nomine in base al vituperato “manuale Cencelli” ed a altro ancora. Ne basta ed avanza per coloro che hanno creduto nella purezza e nell’intransigenza dei pentastellati. Invitabile, quindi, anche alla base del disastroso risultato delle regionali, che nel Movimento si registrino scosse e sussulti, un vero e proprio terremoto politico che per ora non fa registrare danni di rilievo, ma che potrebbe entro novembre provocare seri problemi non solo ai grillini ma anche al governo. Non è un mistero, infatti, che al Senato la coalizione che sostiene il Conte-bis ha solo un piccolo margine di maggioranza sulle opposizioni. Bastano poche defezioni di senatori che considerano, come Di Battista, l’alleanza con il Pd un “abbraccio mortale” ed ecco che ogni votazione diventerà un tormento per l’esecutivo e per il Movimento. In questo contesto, i giorni che ci separano dagli Stati generali saranno decisivi. Luigi Di Maio, Roberto Fico ed il “reggente” Vito Crimi avranno il loro bel da fare, costretti a destreggiarsi tra le pressioni del Pd e di Conte, in particolare per ottenere il sì al Mes, e la fronda interna che potrebbe ingigantirsi e portare ad una dolorosa scissione. Come detto, una cosa che, almeno a parole, nessuno all’interno del Movimento vuole, ma che potrebbe sembrare per alcuni, o tanti, l’unica strada percorribile per tornare alle origini del M5S.Non possiamo prevedere ciò che accadrà, ma un fatto è certo, ovvero che il 34 per cento ottenuto solo due anni fa dai pentastellati nelle elezioni politiche si è disperso in mille rivoli e che, se si votasse oggi, i cinquestelle, in base ai sondaggi, sarebbero solo il quarto partito, preceduti da Lega, Pd e FdI di Giorgia Meloni. Va bene che i sondaggi in qualche caso sbagliano, ma il risultato delle regionali del 20 e 21 settembre è un dato reale ed incontrovertibile: il M5S sembra aver perso il suo appeal presso l’elettorato e una ripresa sembra irrealizzabile, soprattutto adesso che, come detto, la sua diversità dagli altri partiti sembra scomparsa nei corridoi di Palazzo Chigi, del Senato e della Camera. Mentre anche la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio, che doveva rappresentare un esempio di “democrazia diretta” da esportare nel Paese, è sottoposta agli attacchi di molti esponenti pentastellati. Come si vede, un vero e proprio terremoto nel mondo cinquestelle.

Giuseppe Leone

Superato lo scoglio delle regionali e delle amministrative, la maggioranza giallorossa che sostiene il governo Conte-bis deve ora occuparsi a pieno regime della nuova ondata del coronavirus e, in particolare, dei fondi europei sui quali l’Italia potrebbe fare affidamento, ovvero il Mes ed il Recovery fund. Come è noto, mentre sul secondo punto, ovvero sugli oltre 200 miliardi di euro ai quali l’Italia potrebbe accedere (“Paesi frugali” permettendo) il prossimo anno (molto probabilmente nella seconda metà del 2021), tutti i partiti che sostengono l’esecutivo, ovvero M5S, PD, IV e LeU, sono d’accordo, la stessa convergenza non si registra, almeno fino ad oggi, sul Mes, che vede la contrarietà dei pentastellati al suo utilizzo. La posta in gioco è rappresentata dai circa 36 miliardi disponibili nell’immediato, con bassi tassi d’interesse, per far fronte alle spese sanitarie fortemente cresciute a causa del Covid. Il problema è serio ed il Movimento fondato da Beppe Grillo si trova nella stessa situazione del proverbiale “asino di Buridano” il quale, nell’incertezza sulla scelta tra due cumuli di fieno posti alla stessa distanza e della stessa dimensione, muore di fame e di sete. Infatti, di fronte alla nuova crescita di contagi e di morti nella Penisola, i cinquestelle sono chiamati a fare una scelta non indolore. O cambiare la loro posizione intransigente sul no al Mes (il che significherebbe una frattura, forse insanabile, con i “duri” del Movimento capeggiati da Alessandro Di Battista) oppure mantenere la posizione, il che inasprirebbe i rapporti con gli altri partiti della coalizione di governo. In Parlamento, cominciano a registrarsi delle prime crepe. Sia al Senato che alla Camera sembrano aumentare tra i cinquestelle coloro che si dichiarano disponibili ad accettare i fondi del Mes, ma è chiaro che, se questa dovesse diventare la posizione ufficiale dei gruppi pentastellati, più di un senatore e di un deputato grillino non sarebbero disponibili ad accettare  questo cambiamento di rotta. Con il che, anche in vista degli Stati Generali del Movimento, programmati per il prossimo mese di novembre, il dibattito interno sarebbe più che infuocato e la scissione, che nessuno dichiara di volere (anzi, si ripetono gli appelli dai vertici a restare uniti), potrebbe essere dietro l’angolo. Il problema è che il M5S attraversa un momento di grave crisi e ogni giorno di più sembra trasformarsi in un partito uguale agli altri che voleva distruggere. Il Movimento, come sosteneva il suo fondatore Grillo, doveva abbattere il sistema dei partiti ed “aprire il Parlamento come una scatola di sardine”. Per i cinquestelle della prima ora, Pd e l’allora Pdl erano uguali ed a differenziarli era solo la L. Oggi, invece, sono passati da un accordo di governo con la Lega di Matteo Salvini a quello con il Pd di Nicola Zingaretti e, soprattutto, con Matteo Renzi nella precedente legislatura. Siamo quindi passati dalla trasparenza dello streaming e dalla piattaforma Rousseau ai “giochi di Palazzo”, alla spartizione delle nomine in base al vituperato “manuale Cencelli” ed a altro ancora. Ne basta ed avanza per coloro che hanno creduto nella purezza e nell’intransigenza dei pentastellati. Invitabile, quindi, anche alla base del disastroso risultato delle regionali, che nel Movimento si registrino scosse e sussulti, un vero e proprio terremoto politico che per ora non fa registrare danni di rilievo, ma che potrebbe entro novembre provocare seri problemi non solo ai grillini ma anche al governo. Non è un mistero, infatti, che al Senato la coalizione che sostiene il Conte-bis ha solo un piccolo margine di maggioranza sulle opposizioni. Bastano poche defezioni di senatori che considerano, come Di Battista, l’alleanza con il Pd un “abbraccio mortale” ed ecco che ogni votazione diventerà un tormento per l’esecutivo e per il Movimento. In questo contesto, i giorni che ci separano dagli Stati generali saranno decisivi. Luigi Di Maio, Roberto Fico ed il “reggente” Vito Crimi avranno il loro bel da fare, costretti a destreggiarsi tra le pressioni del Pd e di Conte, in particolare per ottenere il sì al Mes, e la fronda interna che potrebbe ingigantirsi e portare ad una dolorosa scissione. Come detto, una cosa che, almeno a parole, nessuno all’interno del Movimento vuole, ma che potrebbe sembrare per alcuni, o tanti, l’unica strada percorribile per tornare alle origini del M5S.Non possiamo prevedere ciò che accadrà, ma un fatto è certo, ovvero che il 34 per cento ottenuto solo due anni fa dai pentastellati nelle elezioni politiche si è disperso in mille rivoli e che, se si votasse oggi, i cinquestelle, in base ai sondaggi, sarebbero solo il quarto partito, preceduti da Lega, Pd e FdI di Giorgia Meloni. Va bene che i sondaggi in qualche caso sbagliano, ma il risultato delle regionali del 20 e 21 settembre è un dato reale ed incontrovertibile: il M5S sembra aver perso il suo appeal presso l’elettorato e una ripresa sembra irrealizzabile, soprattutto adesso che, come detto, la sua diversità dagli altri partiti sembra scomparsa nei corridoi di Palazzo Chigi, del Senato e della Camera. Mentre anche la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio, che doveva rappresentare un esempio di “democrazia diretta” da esportare nel Paese, è sottoposta agli attacchi di molti esponenti pentastellati. Come si vede, un vero e proprio terremoto nel mondo cinquestelle.

Giuseppe Leone

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