Ma anche il Governo tecnico deve rispondere al parlamento

Sin dall’inizio della crisi ha subito abbracciato senza se e senza ma – sorprendendo un po’ tutti, a dire il vero, soprattutto la controparte russa – le posizioni più rigorosamente ostili nei confronti di Mosca, sovvertendo una pluridecennale linea di comprensione (e di amicizia) tenuta dal nostro paese nei confronti della Russia.

Non ha esitato a marcare la differenza rispetto all’atteggiamento decisamente più dialogante di Scholz e Macron, mostrandosi sistematicamente a rimorchio delle posizioni di Biden e di Johnson, che però guidano Stati assai meno interessati di quelli dell’Europa continentale (e del nostro) ad evitare un escalation del conflitto ed un deterioramento definitivo dei rapporti con il Cremlino.

Assai più “atlantista” che “europeista” (ma questo lo aveva già dimostrato quando governava la BCE, senza generare sorprese nei cultori delle esternazioni di Francesco Cossiga), Draghi ha tirato e continua a tirare dritto per la sua strada: sanzioni, armi, espressioni non proprio all’insegna della diplomazia nei confronti della leadership russa. Ieri ha aggiunto, all’impegno a fare il massimo per accelerare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, anche a discapito del rispetto degli standard di democrazia e stato di diritto normalmente richiesti, anche il massimo sostegno all’adesione di Svezia e Finlandia nell’Alleanza Atlantica.

L’entusiasmo italiano a questa adesione lascia perplessi: non solo per l’ovvia considerazione che si tratta di una faccenda che porterà nell’immediato ad esacerbare la conflittualità con Putin e a diminuire la sicurezza complessiva dei paesi europei membri della NATO, ma anche perché non è nell’interesse dell’Italia diminuire l’importanza dello scacchiere mediterraneo rispetto a quello baltico e scandinavo.

Tutto questo non mitiga, però, l’entusiasmo del Presidente del Consiglio, così come non lo diminuisce il fatto che la sua maggioranza non sembra seguirlo più così compattamente su questa linea. Tutti le perplessità e gli inviti alla prudenza di Lega e Movimento Cinque Stelle lo lasciano indifferente, così come le riflessioni fatte filtrare da Berlusconi. Dell’umore della gente rivelato dai sondaggi, poi, neanche a parlarne.

Ma Draghi non è un politico, si dirà, lui agisce come ritiene sia meglio per il paese, senza inseguire il consenso. Va bene; ma tra le righe qualche invito a una maggiore cautela è arrivato anche dal Capo dello Stato, quando ha mostrato nostalgia per lo “spirito di Helsinki”, per non parlare di quelli lanciati dal Papa, anche più espliciti e simbolicamente potenti.

Ma il Papa fa il Papa, si dirà: è vero, ma anche i generali fanno i generali e De Benedetti fa l’imprenditore. Gente, insomma, più vicina al diavolo, che all’acqua santa, più prosaica o pronta a menar le mani…eppure anche le loro perplessità non hanno smosso il premier.

Anche il richiamo alla pace e al dialogo, che ha cominciato ad essere presente nei suoi discorsi dalla visita a Washington in poi, sembra più una concessione di maniera, che di sostanza.

Insomma Draghi non ha tentennamenti ed è disposto anche a rischiare, eventualmente, una crisi di governo, continuando ad irritare i partiti e l’opinione pubblica: nella scelta, per molti aspetti obbligata, tra l’asse franco-tedesco e il mondo anglosassone, che esiste ed è sempre più visibile, Mario Draghi sceglie quest’ultimo.

Una simile scelta ci lascia perplessi, onestamente, eppure è legittima. Magari Draghi vede più lungo di noi; magari lui intuisce che la fine della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta in questi trent’anni può essere positiva per l’Italia sul medio termine, per mille ragioni; magari il contesto mediterraneo (e quindi il Mezzogiorno) può guadagnare posizioni rispetto alla Mitteleuropea e quindi va assecondato; magari ci sono fattori che la drammaticità della guerra (e i rischi, seri, ad essa connessa) non sono visibili, a noi comuni mortali.

Bene, ma se è così, Draghi ha il dovere di spiegare la sua visione e la sua strategia al Paese e non può nascondersi dietro alla retorica dei “valori della democrazia e della libertà” o abbandonandosi a boutade imbarazzanti come “pace o condizionatori!”.

Abbiamo bisogno di capire e di sapere, per giudicare. E il Parlamento è il luogo giusto per parlare ed ascoltare di queste cose.

Sin dall’inizio della crisi ha subito abbracciato senza se e senza ma – sorprendendo un po’ tutti, a dire il vero, soprattutto la controparte russa – le posizioni più rigorosamente ostili nei confronti di Mosca, sovvertendo una pluridecennale linea di comprensione (e di amicizia) tenuta dal nostro paese nei confronti della Russia.

Non ha esitato a marcare la differenza rispetto all’atteggiamento decisamente più dialogante di Scholz e Macron, mostrandosi sistematicamente a rimorchio delle posizioni di Biden e di Johnson, che però guidano Stati assai meno interessati di quelli dell’Europa continentale (e del nostro) ad evitare un escalation del conflitto ed un deterioramento definitivo dei rapporti con il Cremlino.

Assai più “atlantista” che “europeista” (ma questo lo aveva già dimostrato quando governava la BCE, senza generare sorprese nei cultori delle esternazioni di Francesco Cossiga), Draghi ha tirato e continua a tirare dritto per la sua strada: sanzioni, armi, espressioni non proprio all’insegna della diplomazia nei confronti della leadership russa. Ieri ha aggiunto, all’impegno a fare il massimo per accelerare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, anche a discapito del rispetto degli standard di democrazia e stato di diritto normalmente richiesti, anche il massimo sostegno all’adesione di Svezia e Finlandia nell’Alleanza Atlantica.

L’entusiasmo italiano a questa adesione lascia perplessi: non solo per l’ovvia considerazione che si tratta di una faccenda che porterà nell’immediato ad esacerbare la conflittualità con Putin e a diminuire la sicurezza complessiva dei paesi europei membri della NATO, ma anche perché non è nell’interesse dell’Italia diminuire l’importanza dello scacchiere mediterraneo rispetto a quello baltico e scandinavo.

Tutto questo non mitiga, però, l’entusiasmo del Presidente del Consiglio, così come non lo diminuisce il fatto che la sua maggioranza non sembra seguirlo più così compattamente su questa linea. Tutti le perplessità e gli inviti alla prudenza di Lega e Movimento Cinque Stelle lo lasciano indifferente, così come le riflessioni fatte filtrare da Berlusconi. Dell’umore della gente rivelato dai sondaggi, poi, neanche a parlarne.

Ma Draghi non è un politico, si dirà, lui agisce come ritiene sia meglio per il paese, senza inseguire il consenso. Va bene; ma tra le righe qualche invito a una maggiore cautela è arrivato anche dal Capo dello Stato, quando ha mostrato nostalgia per lo “spirito di Helsinki”, per non parlare di quelli lanciati dal Papa, anche più espliciti e simbolicamente potenti.

Ma il Papa fa il Papa, si dirà: è vero, ma anche i generali fanno i generali e De Benedetti fa l’imprenditore. Gente, insomma, più vicina al diavolo, che all’acqua santa, più prosaica o pronta a menar le mani…eppure anche le loro perplessità non hanno smosso il premier.

Anche il richiamo alla pace e al dialogo, che ha cominciato ad essere presente nei suoi discorsi dalla visita a Washington in poi, sembra più una concessione di maniera, che di sostanza.

Insomma Draghi non ha tentennamenti ed è disposto anche a rischiare, eventualmente, una crisi di governo, continuando ad irritare i partiti e l’opinione pubblica: nella scelta, per molti aspetti obbligata, tra l’asse franco-tedesco e il mondo anglosassone, che esiste ed è sempre più visibile, Mario Draghi sceglie quest’ultimo.

Una simile scelta ci lascia perplessi, onestamente, eppure è legittima. Magari Draghi vede più lungo di noi; magari lui intuisce che la fine della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta in questi trent’anni può essere positiva per l’Italia sul medio termine, per mille ragioni; magari il contesto mediterraneo (e quindi il Mezzogiorno) può guadagnare posizioni rispetto alla Mitteleuropea e quindi va assecondato; magari ci sono fattori che la drammaticità della guerra (e i rischi, seri, ad essa connessa) non sono visibili, a noi comuni mortali.

Bene, ma se è così, Draghi ha il dovere di spiegare la sua visione e la sua strategia al Paese e non può nascondersi dietro alla retorica dei “valori della democrazia e della libertà” o abbandonandosi a boutade imbarazzanti come “pace o condizionatori!”.

Abbiamo bisogno di capire e di sapere, per giudicare. E il Parlamento è il luogo giusto per parlare ed ascoltare di queste cose.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli