MA CHE DAVOS STATE DICENDO

Bianchi come la neve, neri come il petrolio. A Davos, i pensieri dei potenti si tingono degli unici due colori che non ci stanno nell’arcobaleno. C’è chi, come Gentiloni e Villeroy, spera che il 2023 non sia l’anno della recessione e di una svolta Ue capace di rilanciare il progetto europeo; c’è chi, come il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres, indossa i panni apocalittici del Savonarola ambientalista e vorrebbe sbattere davanti a un tribunale le compagnie petrolifere perché ogni settimana si registra “un nuovo orrore” sul fronte climatico.
Candido come una colomba, il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni ha spiegato alla platea di ricconi, politici e top manager di non aspettarsi “gravi tensioni” a fronte dei continui rialzi dei tassi. Mentre a Bruxelles si parla di aiuti di Stato, l’ex premier italiano lancia sul piatto la (vera) questione che interessa il nostro Paese: “Lavoriamo per costruire un consenso” attorno alla proposta di revisione del Patto di stabilità. “Dopo averlo raggiunto arriveremo con una proposta legislativa, con proposte concrete, il che richiederà tempo, ma se si ha il consenso, nel periodo tra il consenso e l’approvazione finale dei cambiamenti legislativi, la Commissione può esercitare il suo potere di interpretazione delle regole, come sempre. Faremo le proposte quando i Paesi membri avranno raggiunto un livello di consenso soddisfacente”. Secondo i calcoli di Gentiloni, se ne parlerà già a marzo. Il governatore della banca di Francia, François Villeroy, “guardando alla situazione dall’Europa, l’attività è più resiliente del previsto e quest’anno potremmo evitare una recessione, cosa che non avrei detto tre mesi fa”. Per Villeroy “in questi giorni al Forum di Davos c’è un senso di ottimismo, sul quale sono d’accordo, ma con un monito: dobbiamo mantenere la direzione nella battaglia contro l’inflazione, che non è ancora sconfitta”.
Probabilmente l’economista francese non ha seguito l’intervento del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Nero come la pece, un distillato di pessimismo cosmico perfettamente sintetizzato dalla premessa al suo discorso: “Il mondo sta guardando nell’occhio di un uragano categoria 5, siamo afflitti da una tempesta perfetta su vari fronti”. Su tutti, quello ambientale. “Stiamo perdendo la battaglia, ogni settimana un orrore nuovo”. Tra le cause dell’epifania dei cavalieri dell’Apocalisse nei cieli del mondo, per Guterres, “la grande menzogna” dei petrolieri: “Negli anni ’70 alcuni produttori di combustibili fossili erano ben consapevoli che il loro prodotto di punta avrebbe bruciato il pianeta. I responsabili devono essere perseguiti”. Così come, anni fa, si colpì il tabacco: e si dovrebbe, magari, chiedere un risarcimento. Proprio mentre l’Aie valuta se non sia il caso di aumentare la produzione di petrolio, dopo la raffica di tagli decretata dall’Opec+, dal momento che Pechino è tornata
Tra bianco e nero, spunta il rosso. Quello del sangue e della guerra. Che il cancelliere tedesco Olaf Scholz vuole vincere a tutti i costi perciò “forniamo in larga quantità armi all’Ucraina e, in stretta comunicazione con i nostri partner”. Ma non i carri armati Leopard, il sogno di Kiev. Li ha richiesti a gran voce dalla premier finlandese Sanna Marin, una che a Davos è di casa. E lo ha fatto insieme al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg secondo cui un massiccio rifornimento di armi sarebbe alla base di una “soluzione pacifica negoziata”. La Spagna frena ma in Estonia il “gruppo Leopard” ha già iniziato a incontrarsi. Rosso, poi, come la Cina. Che adesso John Kerry, ex segretario di Stato ai tempi di Obama e oggi “inviato del clima” per la Casa Bianca, spera di poter invitare a nuovi negoziati. Poi ci sono i numeri, quelli del Fmi, secondo cui la de-globalizzazione con il ritorno del protezionismo, potrebbe costare all’economia mondiale qualcosa come 7mila miliardi di dollari.

Bianchi come la neve, neri come il petrolio. A Davos, i pensieri dei potenti si tingono degli unici due colori che non ci stanno nell’arcobaleno. C’è chi, come Gentiloni e Villeroy, spera che il 2023 non sia l’anno della recessione e di una svolta Ue capace di rilanciare il progetto europeo; c’è chi, come il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres, indossa i panni apocalittici del Savonarola ambientalista e vorrebbe sbattere davanti a un tribunale le compagnie petrolifere perché ogni settimana si registra “un nuovo orrore” sul fronte climatico.
Candido come una colomba, il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni ha spiegato alla platea di ricconi, politici e top manager di non aspettarsi “gravi tensioni” a fronte dei continui rialzi dei tassi. Mentre a Bruxelles si parla di aiuti di Stato, l’ex premier italiano lancia sul piatto la (vera) questione che interessa il nostro Paese: “Lavoriamo per costruire un consenso” attorno alla proposta di revisione del Patto di stabilità. “Dopo averlo raggiunto arriveremo con una proposta legislativa, con proposte concrete, il che richiederà tempo, ma se si ha il consenso, nel periodo tra il consenso e l’approvazione finale dei cambiamenti legislativi, la Commissione può esercitare il suo potere di interpretazione delle regole, come sempre. Faremo le proposte quando i Paesi membri avranno raggiunto un livello di consenso soddisfacente”. Secondo i calcoli di Gentiloni, se ne parlerà già a marzo. Il governatore della banca di Francia, François Villeroy, “guardando alla situazione dall’Europa, l’attività è più resiliente del previsto e quest’anno potremmo evitare una recessione, cosa che non avrei detto tre mesi fa”. Per Villeroy “in questi giorni al Forum di Davos c’è un senso di ottimismo, sul quale sono d’accordo, ma con un monito: dobbiamo mantenere la direzione nella battaglia contro l’inflazione, che non è ancora sconfitta”.
Probabilmente l’economista francese non ha seguito l’intervento del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Nero come la pece, un distillato di pessimismo cosmico perfettamente sintetizzato dalla premessa al suo discorso: “Il mondo sta guardando nell’occhio di un uragano categoria 5, siamo afflitti da una tempesta perfetta su vari fronti”. Su tutti, quello ambientale. “Stiamo perdendo la battaglia, ogni settimana un orrore nuovo”. Tra le cause dell’epifania dei cavalieri dell’Apocalisse nei cieli del mondo, per Guterres, “la grande menzogna” dei petrolieri: “Negli anni ’70 alcuni produttori di combustibili fossili erano ben consapevoli che il loro prodotto di punta avrebbe bruciato il pianeta. I responsabili devono essere perseguiti”. Così come, anni fa, si colpì il tabacco: e si dovrebbe, magari, chiedere un risarcimento. Proprio mentre l’Aie valuta se non sia il caso di aumentare la produzione di petrolio, dopo la raffica di tagli decretata dall’Opec+, dal momento che Pechino è tornata
Tra bianco e nero, spunta il rosso. Quello del sangue e della guerra. Che il cancelliere tedesco Olaf Scholz vuole vincere a tutti i costi perciò “forniamo in larga quantità armi all’Ucraina e, in stretta comunicazione con i nostri partner”. Ma non i carri armati Leopard, il sogno di Kiev. Li ha richiesti a gran voce dalla premier finlandese Sanna Marin, una che a Davos è di casa. E lo ha fatto insieme al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg secondo cui un massiccio rifornimento di armi sarebbe alla base di una “soluzione pacifica negoziata”. La Spagna frena ma in Estonia il “gruppo Leopard” ha già iniziato a incontrarsi. Rosso, poi, come la Cina. Che adesso John Kerry, ex segretario di Stato ai tempi di Obama e oggi “inviato del clima” per la Casa Bianca, spera di poter invitare a nuovi negoziati. Poi ci sono i numeri, quelli del Fmi, secondo cui la de-globalizzazione con il ritorno del protezionismo, potrebbe costare all’economia mondiale qualcosa come 7mila miliardi di dollari.

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