Ma quale green?

La manovra dell’Italia per l’energia è piena zeppa di sussidi ambientalmente dannosi. Legambiente ne ha fatto la conta e mette, nero su bianco, che nel nostro Paese sono stati stanziati l’anno scorso 41,8 miliardi per le fonti fossili, 7,2 in più rispetto all’anno precedente. Un settore energetico, quindi, che è quello con più voci di sussidi, in aumento possibile con le policy sul gas, ad esempio per i rigassificatori.
Uno scenario variegato che fa capire innanzitutto come, con una scelta strategica più che di campo, il Governo Meloni potrebbe invertire la rotta, rinunciando a rimanere nel solco già praticato finora da tutti gli esecutivi precedenti, quello nel quale il top dell’industria energetica è continuamente foraggiato a fronte di una ridotta capacità per una manovra più completa: 14,8 miliardi, per esempio, sono eliminabili già entro il 2025 e dal calderone destinato a petrolio, carbone, gas potrebbero finire in investimenti per rinnovabili, reti, efficienza, mobilità e altro ancora.
L’Italia, come ha affrontato l’emergenza climatica in corso? Aumentando i sussidi ambientalmente dannosi, dice Legambiente. Nel 2021 il Paese ha speso 41,8 miliardi in opere e progetti connessi direttamente o indirettamente alle fonti fossili, oltre 7 in più che nel 2020. Il settore energetico riceve 31 sussidi, con 12,2 miliardi. Di più, se partiranno i rigassificatori. Lo seguono il settore trasporti con 24 sussidi e 12,2 miliardi. A cui si aggiungono i 38,9 miliardi spesi per l’emergenza energetica.
Un altro conto dà l’istantanea di una manovra che preferisce l’Oil&Gas: i 213,9 miliardi stanziati in 10 anni per questo settore, se invece assegnati allo sviluppo delle rinnovabili, avrebbero già guidato l’Italia all’obiettivo del 100% elettrico da fonti rinnovabili, con un risparmio di consumo di gas di 4 miliardi di metri cubi all’anno.
Una transizione energetica ancorata al gas fossile, questa l’accusa. Cui seguono sette proposte alla premier Meloni e al ministro dell’ambiente Pichetto Fratin, La prima è la rimodulazione e cancellazione dei sussidi ambientalmente dannosi entro il 2030, finora assente dalla bozza di manovra. La seconda investe l’opacità di notizie su 16 sussidi. La terza è la cancellazione delle esenzioni sulle accise esistenti. La quarta prevede di cassare subito 32 sussidi, pari a 14,8 miliardi. La quinta mobilita 4,7 miliardi per i Paesi poveri ottenibili grazie al taglio dei sussidi per il fossile, nella quota dei 100 miliardi dei Paesi industrializzati. La sesta muove il Paese a far presto sull’indipendenza energetica, fondandola sulle rinnovabili. L’ultima indirizza a rivedere il totale degli oneri di sistema in bolletta, eliminando i sussidi diretti.
Un pacchetto di misure per non continuare ad andare nella direzione sbagliata, dice Stefano Ciafani, presidente di Legambiente “in continuità con il Governo Draghi. Ci vuole coraggio, per accelerare sulla diffusione delle CER e realizzare grandi impianti a fonti rinnovabili, da quelli eolici a mare a quelli a terra, passando per l’agrivoltaico e velocizzando tutti gli iter autorizzativi: dopo il condivisibile raddoppio del numero dei membri della commissione Via Vas sul PNRR ottenuto dal ministro Pichetto Fratin, è ora fondamentale costringere le Regioni a potenziare i loro uffici preposti alle autorizzazioni. Si può decarbonizzare l’economia italiana rimodulando ed eliminando i sussidi alle fonti fossili. La legge di bilancio può essere già la prima occasione per farlo”.

La manovra dell’Italia per l’energia è piena zeppa di sussidi ambientalmente dannosi. Legambiente ne ha fatto la conta e mette, nero su bianco, che nel nostro Paese sono stati stanziati l’anno scorso 41,8 miliardi per le fonti fossili, 7,2 in più rispetto all’anno precedente. Un settore energetico, quindi, che è quello con più voci di sussidi, in aumento possibile con le policy sul gas, ad esempio per i rigassificatori.
Uno scenario variegato che fa capire innanzitutto come, con una scelta strategica più che di campo, il Governo Meloni potrebbe invertire la rotta, rinunciando a rimanere nel solco già praticato finora da tutti gli esecutivi precedenti, quello nel quale il top dell’industria energetica è continuamente foraggiato a fronte di una ridotta capacità per una manovra più completa: 14,8 miliardi, per esempio, sono eliminabili già entro il 2025 e dal calderone destinato a petrolio, carbone, gas potrebbero finire in investimenti per rinnovabili, reti, efficienza, mobilità e altro ancora.
L’Italia, come ha affrontato l’emergenza climatica in corso? Aumentando i sussidi ambientalmente dannosi, dice Legambiente. Nel 2021 il Paese ha speso 41,8 miliardi in opere e progetti connessi direttamente o indirettamente alle fonti fossili, oltre 7 in più che nel 2020. Il settore energetico riceve 31 sussidi, con 12,2 miliardi. Di più, se partiranno i rigassificatori. Lo seguono il settore trasporti con 24 sussidi e 12,2 miliardi. A cui si aggiungono i 38,9 miliardi spesi per l’emergenza energetica.
Un altro conto dà l’istantanea di una manovra che preferisce l’Oil&Gas: i 213,9 miliardi stanziati in 10 anni per questo settore, se invece assegnati allo sviluppo delle rinnovabili, avrebbero già guidato l’Italia all’obiettivo del 100% elettrico da fonti rinnovabili, con un risparmio di consumo di gas di 4 miliardi di metri cubi all’anno.
Una transizione energetica ancorata al gas fossile, questa l’accusa. Cui seguono sette proposte alla premier Meloni e al ministro dell’ambiente Pichetto Fratin, La prima è la rimodulazione e cancellazione dei sussidi ambientalmente dannosi entro il 2030, finora assente dalla bozza di manovra. La seconda investe l’opacità di notizie su 16 sussidi. La terza è la cancellazione delle esenzioni sulle accise esistenti. La quarta prevede di cassare subito 32 sussidi, pari a 14,8 miliardi. La quinta mobilita 4,7 miliardi per i Paesi poveri ottenibili grazie al taglio dei sussidi per il fossile, nella quota dei 100 miliardi dei Paesi industrializzati. La sesta muove il Paese a far presto sull’indipendenza energetica, fondandola sulle rinnovabili. L’ultima indirizza a rivedere il totale degli oneri di sistema in bolletta, eliminando i sussidi diretti.
Un pacchetto di misure per non continuare ad andare nella direzione sbagliata, dice Stefano Ciafani, presidente di Legambiente “in continuità con il Governo Draghi. Ci vuole coraggio, per accelerare sulla diffusione delle CER e realizzare grandi impianti a fonti rinnovabili, da quelli eolici a mare a quelli a terra, passando per l’agrivoltaico e velocizzando tutti gli iter autorizzativi: dopo il condivisibile raddoppio del numero dei membri della commissione Via Vas sul PNRR ottenuto dal ministro Pichetto Fratin, è ora fondamentale costringere le Regioni a potenziare i loro uffici preposti alle autorizzazioni. Si può decarbonizzare l’economia italiana rimodulando ed eliminando i sussidi alle fonti fossili. La legge di bilancio può essere già la prima occasione per farlo”.

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