MA…ZINGA CHE FA? STORIA DEL RITORNO DI UN SEGRETARIO

Ma Zinga che fa? È la domanda più frequente negli ultimi giorni tra gli attivisti dem. I vari aspiranti alla casella di segretario, da Bonaccini e Schlein, non convincono del tutto la base. Più di qualcuno vorrebbe tornare al partito prima di Letta, quando si navigava ancora intorno a percentuali superiori al 20 per cento. La crisi del Nazareno, infatti, inizia proprio quando il direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi succede al governatore della Regione Lazio.

La parabola discendente delle chat

Questo passaggio, nei fatti, rappresenta una vera e propria svolta in negativo. Si passa dal partito della piazza, di cui il 56enne romano è padrone incontrastato, a quello delle chat e delle stanze chiuse voluto dal pisano. La ragione per cui il fratello del commissario Montalbano lascia l’incarico è proprio la sua contrarietà a un discorso incentrato esclusivamente sulle poltrone. “Non ci si può rimanere impantanati per mesi – sono le sue ultime parole da leader – a causa di una guerriglia quotidiana”. Il riferimento è alla correnti che formano questo variegato universo. Il cambio al vertice doveva avere come scopo appunto l’indebolimento delle varie mozioni. Ciò, però, non accade. Letta, al contrario delle aspettative, fortifica la torre di Babele. La gente lo comprende e nei fatti boccia un soggetto sempre più autoreferenziale, che parla solo a se stesso e non al suo popolo. Chi sfrutta tale debolezza è Giuseppe Conte che si candida a riferimento indiscusso dei deboli e di conseguenza della sinistra.

Il ritorno in piazza

Nella piazza della Cgil, a parte i controsensi evidenti, come il primo ministro del Lavoro che sciopera contro il governo o l’ex premier che sponsorizza chi prima lo aveva ostacolato, c’è un rientro che spiazza tutti. A portare lo striscione, in mezzo alla folla, appare il faccione sorridente di Nicola Zingaretti, che suona la carica. A Roma non è una novità, ma a livello simbolico la sua comparsa significa molto. Nelle stanze del Nazareno si avverte da tempo il bisogno di un “capopopolo”, che non può essere Sarracino o De Micheli. Si sente, in modo particolare, la necessità di un uomo in grado di far “saltare il banco”. L’unico che ha appunto il potere per farlo è il governatore del Lazio. Un suo nuovo protagonismo vorrebbe dire nuovi equilibri. Un esempio la partita per i nuovi capigruppo. Basta una parola di Zinga per far saltare la Malpezzi al Senato o promuovere la Serracchiani alla Camera. Ciò riapre anche il discorso alleanze.

La stretta di mano

A Piazza del Popolo sfugge più di un semplice gesto cordiale tra il capo del Movimento Giuseppe Conte e l’ex segretario del Pd. Il governatore dem è stato tra i maggiori promotori dell’intesa con i pentastellati. Un ragionamento, poi, venuto a saltare con la gestione Letta, tanto da portare i gialli a correre in solitaria, nonché a candidarsi come baluardo dei compagni 2.0. L’appello odierno all’opposizione compatta, arrivato ieri, non è un caso. Esiste ancora la possibilità di costruire un modello Ulivo. A dirlo anche Romano Prodi. C’è bisogno, però, di fare presto, magari con Zinga.

Ma Zinga che fa? È la domanda più frequente negli ultimi giorni tra gli attivisti dem. I vari aspiranti alla casella di segretario, da Bonaccini e Schlein, non convincono del tutto la base. Più di qualcuno vorrebbe tornare al partito prima di Letta, quando si navigava ancora intorno a percentuali superiori al 20 per cento. La crisi del Nazareno, infatti, inizia proprio quando il direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi succede al governatore della Regione Lazio.

La parabola discendente delle chat

Questo passaggio, nei fatti, rappresenta una vera e propria svolta in negativo. Si passa dal partito della piazza, di cui il 56enne romano è padrone incontrastato, a quello delle chat e delle stanze chiuse voluto dal pisano. La ragione per cui il fratello del commissario Montalbano lascia l’incarico è proprio la sua contrarietà a un discorso incentrato esclusivamente sulle poltrone. “Non ci si può rimanere impantanati per mesi – sono le sue ultime parole da leader – a causa di una guerriglia quotidiana”. Il riferimento è alla correnti che formano questo variegato universo. Il cambio al vertice doveva avere come scopo appunto l’indebolimento delle varie mozioni. Ciò, però, non accade. Letta, al contrario delle aspettative, fortifica la torre di Babele. La gente lo comprende e nei fatti boccia un soggetto sempre più autoreferenziale, che parla solo a se stesso e non al suo popolo. Chi sfrutta tale debolezza è Giuseppe Conte che si candida a riferimento indiscusso dei deboli e di conseguenza della sinistra.

Il ritorno in piazza

Nella piazza della Cgil, a parte i controsensi evidenti, come il primo ministro del Lavoro che sciopera contro il governo o l’ex premier che sponsorizza chi prima lo aveva ostacolato, c’è un rientro che spiazza tutti. A portare lo striscione, in mezzo alla folla, appare il faccione sorridente di Nicola Zingaretti, che suona la carica. A Roma non è una novità, ma a livello simbolico la sua comparsa significa molto. Nelle stanze del Nazareno si avverte da tempo il bisogno di un “capopopolo”, che non può essere Sarracino o De Micheli. Si sente, in modo particolare, la necessità di un uomo in grado di far “saltare il banco”. L’unico che ha appunto il potere per farlo è il governatore del Lazio. Un suo nuovo protagonismo vorrebbe dire nuovi equilibri. Un esempio la partita per i nuovi capigruppo. Basta una parola di Zinga per far saltare la Malpezzi al Senato o promuovere la Serracchiani alla Camera. Ciò riapre anche il discorso alleanze.

La stretta di mano

A Piazza del Popolo sfugge più di un semplice gesto cordiale tra il capo del Movimento Giuseppe Conte e l’ex segretario del Pd. Il governatore dem è stato tra i maggiori promotori dell’intesa con i pentastellati. Un ragionamento, poi, venuto a saltare con la gestione Letta, tanto da portare i gialli a correre in solitaria, nonché a candidarsi come baluardo dei compagni 2.0. L’appello odierno all’opposizione compatta, arrivato ieri, non è un caso. Esiste ancora la possibilità di costruire un modello Ulivo. A dirlo anche Romano Prodi. C’è bisogno, però, di fare presto, magari con Zinga.

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