Macchina da pace

La macchina della pace è entrata in azione. Con l’escalation nel conflitto russo-ucraino e il fronteggiarsi sempre più minaccioso di Occidente e Russia è giunto il momento di lavorare a una soluzione diplomatica. Perché nonostante le dichiarazioni di Nato, G7 e Ue da una parte e di Mosca dall’altra, che lasciano presagire il peggio, è proprio per evitare il peggio che ora le diplomazie, gli organismi internazionali e le massime istituzioni – a partire dal Vaticano – sono all’opera sottotraccia. Ma ciò che emerge è la prova che lo sforzo delle democrazie occidentali ora sia quello di continuare a permettere all’Ucraina di difendersi ma al contempo di lavorare per giungere a un cessate il fuoco il più rapidamente possibile.

Ieri il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha esortato gli alleati ad aumentare la produzione bellica per garantire un sostegno militare a Kiev a lungo termine. Un chiaro messaggio al presidente russo Vladimir Putin: la guerra non finisce con la resa di Kiev ma con un accordo bilaterale in cui anche Mosca dovrà cedere qualcosa, rinunciare a qualcosa. Altrimenti, guerra sia. Anche perché il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per ora non vede alternative, anzi: dopo aver firmato l’ordine con cui vieta qualsiasi tentativo di negoziato con Putin ha detto che lui per primo non tratterà mai la pace con l’attuale leader del Cremlino. Delle due l’una, insomma. E siccome né l’Occidente né Mosca vogliono la Terza guerra mondiale, ora che la tensione è alle stelle, non esistono alternative alla pace.

In questa ottica va letto il vertice di oggi tra Putin e il presidente turco Erdogan, che vuole intestarsi a tutti i costi il ruolo di mediatore, di colui che farà sedere la Russia al tavolo della pace. Sempre in questa ottica bisogna leggere l’apertura del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a un possibile incontro tra il presidente Usa Biden e Putin a margine del prossimo vertice del G20. La chiave è proprio questa: mentre si combatte – e la guerra, insegna von Clausewitz, è il proseguimento della politica con altri mezzi – la diplomazia è all’opera.
La data chiave è per certi versi il 25 ottobre, quando Papa Francesco sarà al Colosseo, luogo simbolo della Via Crucis, a pregare per la pace in Ucraina. Un percorso, quello della Chiesa, iniziato da tempo e che procede su due fronti, quello dell’appello alla comunità internazionale e quello della costruzione di un dialogo con la Chiesa ortodossa. Affinché nessuna guerra sia nel nome di Dio, che invece obbliga alla pace.

Mentre tutti gli occhi sono puntati sullo scambio di minacce e su chi agita lo spettro della guerra atomica, mentre il mondo è con il fiato sospeso per la pioggia di missili russi sulle città ucraine, nessuno vede il lavoro verso la pace. La macchina è in moto ma non si deve (ancora) vedere. Ecco perché nessuno nega a Zelensky altre armi, tutto il supporto possibile fintanto che sarà necessario. Perché l’Ucraina deve arrivare al tavolo della pace non da sconfitta ma da belligerante che non molla. Certo è che alcuni segnali di un quadro in mutamento ci sono già: dagli Usa arrivano piccole ma significative prese di posizione che preludono a un cambio di registro. Prendere le distanze dall’omicidio della figlia di Dugin, prima, e soprattutto dall’attacco al ponte in Crimea, dopo, significa che se Kiev sbaglia, Washington non fa finta di niente. Un camion esplosivo sul ponte simbolo dell’annesisone della Crimea alla Russia (oltre che linea di collegamento fondamentale per le truppe nel Donbass) somiglia a un attentato terroristico. E infatti gli Usa precisano di non aver avuto alcun ruolo a livello di intelligence.

La macchina della pace, insomma, è in moto nonostante Putin e Zelensky.

La macchina della pace è entrata in azione. Con l’escalation nel conflitto russo-ucraino e il fronteggiarsi sempre più minaccioso di Occidente e Russia è giunto il momento di lavorare a una soluzione diplomatica. Perché nonostante le dichiarazioni di Nato, G7 e Ue da una parte e di Mosca dall’altra, che lasciano presagire il peggio, è proprio per evitare il peggio che ora le diplomazie, gli organismi internazionali e le massime istituzioni – a partire dal Vaticano – sono all’opera sottotraccia. Ma ciò che emerge è la prova che lo sforzo delle democrazie occidentali ora sia quello di continuare a permettere all’Ucraina di difendersi ma al contempo di lavorare per giungere a un cessate il fuoco il più rapidamente possibile.

Ieri il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha esortato gli alleati ad aumentare la produzione bellica per garantire un sostegno militare a Kiev a lungo termine. Un chiaro messaggio al presidente russo Vladimir Putin: la guerra non finisce con la resa di Kiev ma con un accordo bilaterale in cui anche Mosca dovrà cedere qualcosa, rinunciare a qualcosa. Altrimenti, guerra sia. Anche perché il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per ora non vede alternative, anzi: dopo aver firmato l’ordine con cui vieta qualsiasi tentativo di negoziato con Putin ha detto che lui per primo non tratterà mai la pace con l’attuale leader del Cremlino. Delle due l’una, insomma. E siccome né l’Occidente né Mosca vogliono la Terza guerra mondiale, ora che la tensione è alle stelle, non esistono alternative alla pace.

In questa ottica va letto il vertice di oggi tra Putin e il presidente turco Erdogan, che vuole intestarsi a tutti i costi il ruolo di mediatore, di colui che farà sedere la Russia al tavolo della pace. Sempre in questa ottica bisogna leggere l’apertura del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a un possibile incontro tra il presidente Usa Biden e Putin a margine del prossimo vertice del G20. La chiave è proprio questa: mentre si combatte – e la guerra, insegna von Clausewitz, è il proseguimento della politica con altri mezzi – la diplomazia è all’opera.
La data chiave è per certi versi il 25 ottobre, quando Papa Francesco sarà al Colosseo, luogo simbolo della Via Crucis, a pregare per la pace in Ucraina. Un percorso, quello della Chiesa, iniziato da tempo e che procede su due fronti, quello dell’appello alla comunità internazionale e quello della costruzione di un dialogo con la Chiesa ortodossa. Affinché nessuna guerra sia nel nome di Dio, che invece obbliga alla pace.

Mentre tutti gli occhi sono puntati sullo scambio di minacce e su chi agita lo spettro della guerra atomica, mentre il mondo è con il fiato sospeso per la pioggia di missili russi sulle città ucraine, nessuno vede il lavoro verso la pace. La macchina è in moto ma non si deve (ancora) vedere. Ecco perché nessuno nega a Zelensky altre armi, tutto il supporto possibile fintanto che sarà necessario. Perché l’Ucraina deve arrivare al tavolo della pace non da sconfitta ma da belligerante che non molla. Certo è che alcuni segnali di un quadro in mutamento ci sono già: dagli Usa arrivano piccole ma significative prese di posizione che preludono a un cambio di registro. Prendere le distanze dall’omicidio della figlia di Dugin, prima, e soprattutto dall’attacco al ponte in Crimea, dopo, significa che se Kiev sbaglia, Washington non fa finta di niente. Un camion esplosivo sul ponte simbolo dell’annesisone della Crimea alla Russia (oltre che linea di collegamento fondamentale per le truppe nel Donbass) somiglia a un attentato terroristico. E infatti gli Usa precisano di non aver avuto alcun ruolo a livello di intelligence.

La macchina della pace, insomma, è in moto nonostante Putin e Zelensky.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli