Macron avverte l’Ue: “Francia entrata in un’economia di guerra”

Il presidente francese chiede di rivedere la spesa per la difesa alla luce del conflitto russo-ucraino

“La Francia è entrata in un’economia di guerra”: lo ammette il presidente Emmanuel Macron. E lo fa nel giorno delle smentite sia dell’Eliseo che del Bundestag della visita del presidente francese e del cancelliere tedesco Olaf Scholz (con il premier Mario Draghi) a Kiev questo giovedì per incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

L’anticipazione della Stampa del viaggio dei tre leader europei è stata dunque smentita, ad eccezione dell’Italia. Tuttavia con ogni probabilità Draghi non ha motivo di andare comunque da Zelensky. Anche perché venerdì la Commissione Ue dovrebbe dare il suo parere sulla conformità dell’Ucraina ai criteri di adesione all’Ue venerdì 17 giugno. Il dossier dovrebbe poi essere discusso dai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo il 23 e 24 giugno.

Nello specifico, l’Eliseo annuncia che “il presidente ha detto che visiterà l’Ucraina al momento opportuno. Sono allo studio diverse opzioni, nulla è stato determinato in questa fase”. Quel che è certo è che Macron è atteso per domani e mercoledì in Romania e Moldavia; Draghi invece oggi e domani sarà in Israele e Palestina. Un portavoce del governo di Berlino non ha voluto confermare se il cancelliere tedesco Olaf Scholz sarà giovedì a Kiev. Il capo del governo tedesco è stato impegnato in questi giorni in un giro nelle capitali balcaniche. Il presidente francese, che attualmente presiede il Consiglio Ue, ha ripetutamente affermato che si recherà in Ucraina quando sarà “utile”.

Al di là del viaggio in Ucraina, sul fronte Ue quello che pesa allo stato attuale è la dichiarazione di Macron sull’emergenza economica. “La Francia e l’Unione europea sono entrate in una economia di guerra” per la quale “dovremmo organizzarci per molto tempo”. Importante poi è l’occasione in cui ha parlato il presidente francese: intervenendo a Eurosatory, la più grande mostra internazionale di difesa e sicurezza del territorio. Citato da Liberation, Macron ha parlato di “un’economia in cui dovremo andare più veloci, pensare diversamente su ritmi, aumenti di carico, margini. Per poter ricostituire più velocemente ciò che è essenziale per le nostre forze armate, per i nostri alleati, o per chi vogliamo aiutare. Un’economia, in fondo, in cui non si può più vivere al ritmo e con la grammatica anche di un anno fa. Tutto è cambiato”. Parole che sembrano rivolte a Bruxelles e a chi non deroga dai diktat su conti pubblici e riforme strutturali neanche in tempo di guerra. Il presidente francese ha quindi detto di aver chiesto al ministro della Difesa e al capo delle Forze armate “una rivalutazione” della legge di programmazione militare per “adeguare i mezzi alle minacce e al contesto geopolitico” con particolare riferimento al conflitto russo-ucraino. Il presidente francese non ha dubbi: l’industria della difesa è un “settore del futuro”. Ecco perché Macron ha esortato l’Ue ad adottare una “strategia industriale e di innovazione” per rendere l’industria europea della difesa “molto più forte”.

Economia di guerra che invece almeno sul fronte del mercato energetico non sembra colpire la Russia. Anzi. Nei primi cento giorni di guerra, la Federazione russa ha guadagnato quasi cento miliardi di euro dall’esportazione di combustibili. I dati sono del Center for Energy and Clean Air Research. “La Russia ha guadagnato 93 miliardi di euro dalle esportazioni di combustibili fossili. La Ue ha importato il 61% di questo volume, per un valore di circa 57 miliardi di euro”. Neanche a dirlo, il Paese Ue al primo posto per importazione di combustibili russi è la Germania. Sono tutti dati, questi, che messi insieme danno il quadro della situazione reale: le sanzioni fanno più male all’Ue (e all’Italia in primis).

Sul fronte della diplomazia si registra lo stallo completo: né Kiev né Mosca in questa fase vogliono sedersi al tavolo dei negoziati. In tal senso, Zelensky chiede sempre più armi, prolungando il conflitto ma allontanando ulteriormente la pace. Il Cremlino dal canto suo intende completare la conquista del Donbass prima di prendere in considerazione un possibile cessate il fuoco. Anzi, per adesso la tensione resta molto alta, anche oltre i confini del conflitto. L’incrociatore russo Varyag, nei mesi scorsi dispiegato al largo della Siria, è stato avvistato nel Mar Ionio, in un tratto tra il Peloponneso, la Sicilia e la Puglia. La nave da guerra si troverebbe dunque non lontana dalla portaerei americana Truman, a meno di 200 miglia nautiche da Taranto, la base principale della Marina militare Italiana. Il Varyag è un incrociatore di classe Slava, la stessa del Moskva, l’incrociatore missilistico russo affondato ad aprile nel Mar Nero. La presenza del Varyag nel Mar Ionio è stata segnalata da un gruppo di esperti che fanno capo al sito specializzato The Shipyard, che monitora aerei e navi militari nel teatro del Mar Mediterraneo. A quanto pare, l’incrociatore russo – scortato da un’altra nave a protezione da attacchi aerei o sottomarini – si sta dirigendo verso Creta. La presenza di navi russe nel Mare nostrum non è una novità, sia chiaro. Ma in questa fase rientra nelle schermaglie con gli Usa. Intanto prosegue l’avanzata russa nel Donbass. In particolare nei settori chiave di Severodonetsk e Sloviansk. L’ultimo ponte rimasto sul Seversky Donec, che collegava Severodonetsk con Lysychnsk, sarebbe stato distrutto dai russi, chiudendo la possibile via di ritirata per gli ucraini rimasti sulla sponda est del fiume. Nella città assediata da giorni dai russi, le truppe ucraine possono “arrendersi o morire”. Lo ha affermato il portavoce militare dei separatisti filo-russi della regione di Donetsk, Eduard Basurin, citato da Sky News. Basurin ha sottolineando che le truppe ucraine non potranno lasciare la città. “Le divisioni ucraine che sono lì vi rimarranno per sempre”, ha aggiunto, sostenendo che “non hanno altra scelta» se non quella di «arrendersi o morire”. Le autorità ucraine fanno presente che con la distruzione del ponte anche i civili sono intrappolati nell’area sempre più stretta nella morsa russa. Più a nord invece, nella zona di Izyum, le forze russe hanno continuato ad avanzare verso sud. Le truppe di Mosca si trovano ora a meno di venti chilometri dalla città di Sloviansk, che rischia una ulteriore avanzata russa in quest’area. La capacità delle forze russe di attraversare il Seversky Donec in più punti, e quella delle forze ucraine di interdire tali operazioni faranno la differenza nei prossimi giorni.

Determinante, in tal senso, il rifornimento di armi a Kiev da parte degli alleati occidentali. A sentire il presidente della Finlandia, Sauli Niinisto: “Sosteniamo l’Ucraina con armi sempre più pesanti. E d’altra parte anche la Russia ha cominciato a usare armi molto potenti, bombe termobariche che sono di fatto armi di distruzione di massa”. Le forze russe, dal canto loro, hanno annunciato di aver distrutto nel Donbass “una grande quantità” di armi e attrezzature militari, parte delle quali sarebbero state donate al governo di Kiev da Usa e Europa. Ossia dalla Nato. Proprio sul fronte dell’Alleanza atlantica l’adesione di Finlandia e Svezia resta bloccata dal veto della Turchia. Come è noto, per allargare la Nato serve il parere positivo di tutti gli Stati membri ed Ankara in cambio del sì all’ampliamento nel Baltico dell’alleanza militare sostanzialmente antirussa chiede l’estradizione di terroristi curdi e di golpisti gulenisti protetti da Finlandia e Svezia. Ma entrambi i Paesi scandinavi non intendono esaudire le richieste turche. A sentire il segretario generale Nato Jens Stoltenberg, ci sarebbero ancora le condizioni per convincere il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in “tempi ragionevolmente utili”. Un ottimismo che appare davvero fuori dalla realtà. A meno che Stoltenberg non sappia qualcosa in merito alla trattativa che noi ancora non conosciamo. Certo è che se la Nato dovesse estendersi nel Baltico salirà ancora di più la tensione tra Usa e Russia.

Il presidente francese chiede di rivedere la spesa per la difesa alla luce del conflitto russo-ucraino

“La Francia è entrata in un’economia di guerra”: lo ammette il presidente Emmanuel Macron. E lo fa nel giorno delle smentite sia dell’Eliseo che del Bundestag della visita del presidente francese e del cancelliere tedesco Olaf Scholz (con il premier Mario Draghi) a Kiev questo giovedì per incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

L’anticipazione della Stampa del viaggio dei tre leader europei è stata dunque smentita, ad eccezione dell’Italia. Tuttavia con ogni probabilità Draghi non ha motivo di andare comunque da Zelensky. Anche perché venerdì la Commissione Ue dovrebbe dare il suo parere sulla conformità dell’Ucraina ai criteri di adesione all’Ue venerdì 17 giugno. Il dossier dovrebbe poi essere discusso dai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo il 23 e 24 giugno.

Nello specifico, l’Eliseo annuncia che “il presidente ha detto che visiterà l’Ucraina al momento opportuno. Sono allo studio diverse opzioni, nulla è stato determinato in questa fase”. Quel che è certo è che Macron è atteso per domani e mercoledì in Romania e Moldavia; Draghi invece oggi e domani sarà in Israele e Palestina. Un portavoce del governo di Berlino non ha voluto confermare se il cancelliere tedesco Olaf Scholz sarà giovedì a Kiev. Il capo del governo tedesco è stato impegnato in questi giorni in un giro nelle capitali balcaniche. Il presidente francese, che attualmente presiede il Consiglio Ue, ha ripetutamente affermato che si recherà in Ucraina quando sarà “utile”.

Al di là del viaggio in Ucraina, sul fronte Ue quello che pesa allo stato attuale è la dichiarazione di Macron sull’emergenza economica. “La Francia e l’Unione europea sono entrate in una economia di guerra” per la quale “dovremmo organizzarci per molto tempo”. Importante poi è l’occasione in cui ha parlato il presidente francese: intervenendo a Eurosatory, la più grande mostra internazionale di difesa e sicurezza del territorio. Citato da Liberation, Macron ha parlato di “un’economia in cui dovremo andare più veloci, pensare diversamente su ritmi, aumenti di carico, margini. Per poter ricostituire più velocemente ciò che è essenziale per le nostre forze armate, per i nostri alleati, o per chi vogliamo aiutare. Un’economia, in fondo, in cui non si può più vivere al ritmo e con la grammatica anche di un anno fa. Tutto è cambiato”. Parole che sembrano rivolte a Bruxelles e a chi non deroga dai diktat su conti pubblici e riforme strutturali neanche in tempo di guerra. Il presidente francese ha quindi detto di aver chiesto al ministro della Difesa e al capo delle Forze armate “una rivalutazione” della legge di programmazione militare per “adeguare i mezzi alle minacce e al contesto geopolitico” con particolare riferimento al conflitto russo-ucraino. Il presidente francese non ha dubbi: l’industria della difesa è un “settore del futuro”. Ecco perché Macron ha esortato l’Ue ad adottare una “strategia industriale e di innovazione” per rendere l’industria europea della difesa “molto più forte”.

Economia di guerra che invece almeno sul fronte del mercato energetico non sembra colpire la Russia. Anzi. Nei primi cento giorni di guerra, la Federazione russa ha guadagnato quasi cento miliardi di euro dall’esportazione di combustibili. I dati sono del Center for Energy and Clean Air Research. “La Russia ha guadagnato 93 miliardi di euro dalle esportazioni di combustibili fossili. La Ue ha importato il 61% di questo volume, per un valore di circa 57 miliardi di euro”. Neanche a dirlo, il Paese Ue al primo posto per importazione di combustibili russi è la Germania. Sono tutti dati, questi, che messi insieme danno il quadro della situazione reale: le sanzioni fanno più male all’Ue (e all’Italia in primis).

Sul fronte della diplomazia si registra lo stallo completo: né Kiev né Mosca in questa fase vogliono sedersi al tavolo dei negoziati. In tal senso, Zelensky chiede sempre più armi, prolungando il conflitto ma allontanando ulteriormente la pace. Il Cremlino dal canto suo intende completare la conquista del Donbass prima di prendere in considerazione un possibile cessate il fuoco. Anzi, per adesso la tensione resta molto alta, anche oltre i confini del conflitto. L’incrociatore russo Varyag, nei mesi scorsi dispiegato al largo della Siria, è stato avvistato nel Mar Ionio, in un tratto tra il Peloponneso, la Sicilia e la Puglia. La nave da guerra si troverebbe dunque non lontana dalla portaerei americana Truman, a meno di 200 miglia nautiche da Taranto, la base principale della Marina militare Italiana. Il Varyag è un incrociatore di classe Slava, la stessa del Moskva, l’incrociatore missilistico russo affondato ad aprile nel Mar Nero. La presenza del Varyag nel Mar Ionio è stata segnalata da un gruppo di esperti che fanno capo al sito specializzato The Shipyard, che monitora aerei e navi militari nel teatro del Mar Mediterraneo. A quanto pare, l’incrociatore russo – scortato da un’altra nave a protezione da attacchi aerei o sottomarini – si sta dirigendo verso Creta. La presenza di navi russe nel Mare nostrum non è una novità, sia chiaro. Ma in questa fase rientra nelle schermaglie con gli Usa. Intanto prosegue l’avanzata russa nel Donbass. In particolare nei settori chiave di Severodonetsk e Sloviansk. L’ultimo ponte rimasto sul Seversky Donec, che collegava Severodonetsk con Lysychnsk, sarebbe stato distrutto dai russi, chiudendo la possibile via di ritirata per gli ucraini rimasti sulla sponda est del fiume. Nella città assediata da giorni dai russi, le truppe ucraine possono “arrendersi o morire”. Lo ha affermato il portavoce militare dei separatisti filo-russi della regione di Donetsk, Eduard Basurin, citato da Sky News. Basurin ha sottolineando che le truppe ucraine non potranno lasciare la città. “Le divisioni ucraine che sono lì vi rimarranno per sempre”, ha aggiunto, sostenendo che “non hanno altra scelta» se non quella di «arrendersi o morire”. Le autorità ucraine fanno presente che con la distruzione del ponte anche i civili sono intrappolati nell’area sempre più stretta nella morsa russa. Più a nord invece, nella zona di Izyum, le forze russe hanno continuato ad avanzare verso sud. Le truppe di Mosca si trovano ora a meno di venti chilometri dalla città di Sloviansk, che rischia una ulteriore avanzata russa in quest’area. La capacità delle forze russe di attraversare il Seversky Donec in più punti, e quella delle forze ucraine di interdire tali operazioni faranno la differenza nei prossimi giorni.

Determinante, in tal senso, il rifornimento di armi a Kiev da parte degli alleati occidentali. A sentire il presidente della Finlandia, Sauli Niinisto: “Sosteniamo l’Ucraina con armi sempre più pesanti. E d’altra parte anche la Russia ha cominciato a usare armi molto potenti, bombe termobariche che sono di fatto armi di distruzione di massa”. Le forze russe, dal canto loro, hanno annunciato di aver distrutto nel Donbass “una grande quantità” di armi e attrezzature militari, parte delle quali sarebbero state donate al governo di Kiev da Usa e Europa. Ossia dalla Nato. Proprio sul fronte dell’Alleanza atlantica l’adesione di Finlandia e Svezia resta bloccata dal veto della Turchia. Come è noto, per allargare la Nato serve il parere positivo di tutti gli Stati membri ed Ankara in cambio del sì all’ampliamento nel Baltico dell’alleanza militare sostanzialmente antirussa chiede l’estradizione di terroristi curdi e di golpisti gulenisti protetti da Finlandia e Svezia. Ma entrambi i Paesi scandinavi non intendono esaudire le richieste turche. A sentire il segretario generale Nato Jens Stoltenberg, ci sarebbero ancora le condizioni per convincere il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in “tempi ragionevolmente utili”. Un ottimismo che appare davvero fuori dalla realtà. A meno che Stoltenberg non sappia qualcosa in merito alla trattativa che noi ancora non conosciamo. Certo è che se la Nato dovesse estendersi nel Baltico salirà ancora di più la tensione tra Usa e Russia.

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