Manovra per Lei

di Edoardo Greblo & Luca Taddio

I compromessi tra le forze politiche che sostengono in Parlamento il governo Meloni hanno portato a varare una legge di bilancio che alcuni quotidiani hanno etichettato come “una manovra piccola piccola” o come una “manovrina”. E in effetti, se si pensa alle promesse pirotecniche sbandierate durante la campagna elettorale è difficile sottrarsi all’impressione che le due anime della destra, quella che un tempo si definiva “sociale” e quella liberista, abbiano prodotto un compromesso al ribasso che si è cercato di nobilitare con l’aura della responsabilità.
Meloni lo aveva annunciato, dichiarando preventivamente la volontà di agire in modo “responsabile e prudente”. Questa volontà ha portato il governo a rispettare l’impostazione di Draghi e i vari vincoli di bilancio. E, sempre in modo “responsabile”, a schivare gli eccessi della demagogia trumpiana di cui Salvini è un fervido esponente.
Forse, però, Meloni non ha solo giocato in difesa. Può anche darsi che questa legge di bilancio sia il primo passo – per quanto velato da qualche escamotage comunicativo – verso un processo di trasformazione della destra da destra “sociale” a destra repubblicana. È certo presto per dirlo, ma se questa ipotesi trovasse in futuro un qualche riscontro nella realtà sarebbe un passo avanti verso la costruzione di un’area politica e sociale di ispirazione neoliberista.
Non si tratta di un’ipotesi campata in aria. Per quanto riguarda il fisco e l’economia, l’impostazione neoliberista è stata anzi dichiarata in modo esplicito. “Poiché la ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editti o decreti – ha dichiarato Meloni – il nostro motto sarà ‘non disturbare chi vuole fare’”. Ciò equivale a cancellare con un colpo di spugna ogni traccia di sovranismo statuale e a riporre la massima fiducia nelle virtù economiche del mercato, come nella più classica dottrina del laissez-faire. Una dottrina per cui la promozione del bene generale può essere perseguita al meglio lasciando alle sole forze di mercato il compito di provvedere alla distribuzione dei beni economici, prodotti da una società mercantile preservata dalle indebite interferenze dello Stato.
Si tratta precisamente della prospettiva che richiama i processi di deregolamentazione, privatizzazioni e austerità dei bilanci pubblici, che hanno permesso l’esautoramento della politica a vantaggio dei mercati e hanno generato insicurezza economica e disuguaglianze crescenti.
E che coincide in toto con le “riforme” che hanno deregolato i mercati smontando pezzo per pezzo le normative statali, le facoltà di intervento e i margini di discrezionalità dell’amministrazione pubblica. L’annuncio di una sanatoria fiscale, definita pudicamente “tregua” o “pace fiscale”, così come l’attacco al reddito di cittadinanza, vanno infine nella stessa direzione.
Ma cosa ne è, allora, del neo-nazionalismo in salsa repubblicana che traspare nelle etichette di “sovranità alimentare” e di promozione del “made in Italy” appiccicate ad alcuni ministeri? Com’è compatibile il rispetto dei vincoli imposti da quella “banda di usurai”, come Meloni definiva, prima della campagna elettorale, i vertici dell’Unione europea con l’“interesse nazionale”, soprattutto là dove l’Unione si rivela “invasiva nelle piccole cose” che i singoli Stati potrebbero e saprebbero “fare meglio”? In realtà, come sappiamo, il nostro Paese deve proprio a quell’Europa che annullerebbe le identità anche la legislazione a tutela del made in Italy, come le denominazioni tipiche dei vini e dei prodotti alimentari, le specialità territoriali, le indicazioni geografiche d’origine.
Non sarebbe meglio, allora, e proprio nella chiave di un sovranismo allargato su scala europea, muovere in direzione di un sentimento unitario europeo, un esercito europeo e una politica estera europea? Non sarebbe più utile, alla stessa Meloni, alzare la posta in gioco politica verso un’idea di Europa improntata agli ideali di una destra “normalizzata” e pienamente integrata nel circuito politico europeo? Una eventualità di questo genere presenterebbe almeno due vantaggi: da un lato dissiperebbe l’alone di sospetto e diffidenza che circonda il suo governo presso le cancellerie europee, dall’altro contribuirebbe a rendere più nette le differenze tra chi si batte per un’Europa laica, socialista, federalista e liberale e chi si batte per un’Europa conservatrice sul piano dei diritti e liberista sul piano economico. Portando, oltretutto, nel dibattito politico un elemento di trasparenza capace di fare in modo che i cittadini possano scegliere fra alternative chiaramente delineate.

di Edoardo Greblo & Luca Taddio

I compromessi tra le forze politiche che sostengono in Parlamento il governo Meloni hanno portato a varare una legge di bilancio che alcuni quotidiani hanno etichettato come “una manovra piccola piccola” o come una “manovrina”. E in effetti, se si pensa alle promesse pirotecniche sbandierate durante la campagna elettorale è difficile sottrarsi all’impressione che le due anime della destra, quella che un tempo si definiva “sociale” e quella liberista, abbiano prodotto un compromesso al ribasso che si è cercato di nobilitare con l’aura della responsabilità.
Meloni lo aveva annunciato, dichiarando preventivamente la volontà di agire in modo “responsabile e prudente”. Questa volontà ha portato il governo a rispettare l’impostazione di Draghi e i vari vincoli di bilancio. E, sempre in modo “responsabile”, a schivare gli eccessi della demagogia trumpiana di cui Salvini è un fervido esponente.
Forse, però, Meloni non ha solo giocato in difesa. Può anche darsi che questa legge di bilancio sia il primo passo – per quanto velato da qualche escamotage comunicativo – verso un processo di trasformazione della destra da destra “sociale” a destra repubblicana. È certo presto per dirlo, ma se questa ipotesi trovasse in futuro un qualche riscontro nella realtà sarebbe un passo avanti verso la costruzione di un’area politica e sociale di ispirazione neoliberista.
Non si tratta di un’ipotesi campata in aria. Per quanto riguarda il fisco e l’economia, l’impostazione neoliberista è stata anzi dichiarata in modo esplicito. “Poiché la ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editti o decreti – ha dichiarato Meloni – il nostro motto sarà ‘non disturbare chi vuole fare’”. Ciò equivale a cancellare con un colpo di spugna ogni traccia di sovranismo statuale e a riporre la massima fiducia nelle virtù economiche del mercato, come nella più classica dottrina del laissez-faire. Una dottrina per cui la promozione del bene generale può essere perseguita al meglio lasciando alle sole forze di mercato il compito di provvedere alla distribuzione dei beni economici, prodotti da una società mercantile preservata dalle indebite interferenze dello Stato.
Si tratta precisamente della prospettiva che richiama i processi di deregolamentazione, privatizzazioni e austerità dei bilanci pubblici, che hanno permesso l’esautoramento della politica a vantaggio dei mercati e hanno generato insicurezza economica e disuguaglianze crescenti.
E che coincide in toto con le “riforme” che hanno deregolato i mercati smontando pezzo per pezzo le normative statali, le facoltà di intervento e i margini di discrezionalità dell’amministrazione pubblica. L’annuncio di una sanatoria fiscale, definita pudicamente “tregua” o “pace fiscale”, così come l’attacco al reddito di cittadinanza, vanno infine nella stessa direzione.
Ma cosa ne è, allora, del neo-nazionalismo in salsa repubblicana che traspare nelle etichette di “sovranità alimentare” e di promozione del “made in Italy” appiccicate ad alcuni ministeri? Com’è compatibile il rispetto dei vincoli imposti da quella “banda di usurai”, come Meloni definiva, prima della campagna elettorale, i vertici dell’Unione europea con l’“interesse nazionale”, soprattutto là dove l’Unione si rivela “invasiva nelle piccole cose” che i singoli Stati potrebbero e saprebbero “fare meglio”? In realtà, come sappiamo, il nostro Paese deve proprio a quell’Europa che annullerebbe le identità anche la legislazione a tutela del made in Italy, come le denominazioni tipiche dei vini e dei prodotti alimentari, le specialità territoriali, le indicazioni geografiche d’origine.
Non sarebbe meglio, allora, e proprio nella chiave di un sovranismo allargato su scala europea, muovere in direzione di un sentimento unitario europeo, un esercito europeo e una politica estera europea? Non sarebbe più utile, alla stessa Meloni, alzare la posta in gioco politica verso un’idea di Europa improntata agli ideali di una destra “normalizzata” e pienamente integrata nel circuito politico europeo? Una eventualità di questo genere presenterebbe almeno due vantaggi: da un lato dissiperebbe l’alone di sospetto e diffidenza che circonda il suo governo presso le cancellerie europee, dall’altro contribuirebbe a rendere più nette le differenze tra chi si batte per un’Europa laica, socialista, federalista e liberale e chi si batte per un’Europa conservatrice sul piano dei diritti e liberista sul piano economico. Portando, oltretutto, nel dibattito politico un elemento di trasparenza capace di fare in modo che i cittadini possano scegliere fra alternative chiaramente delineate.

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