Manuel Sebastiano Magni, l’uomo che sceglie le “stelle”

Da piccolo diceva di voler fare “quello che sceglie i cantanti che si esibiscono a Sanremo”, senza sapere che quel mestiere aveva un nome preciso. Manuel Sebastiano Magni, si racconta così: “Mi congelavo per una settimana quando c’era il Festival, i miei genitori accettavano. Facevo le 3 di notte immedesimandomi, di volta in volta, in critico, giornalista, giurato, inventandomi mille pagelle per ogni artista”. L’innamoramento nei confronti del mestiere, però, è scattato vedendo sul palco, all’epoca presieduto da Mike Bongiorno, Silvia Salemi, che oggi è anche una sua grande amica, con il brano “A casa di Luca”. “A quindici anni non avrei mai immaginato che quel brano mi avrebbe portato dietro le quinte del Summer Hits per i 25 anni dal suo successo, accompagnando proprio l’artista. A quel pezzo devo la mia decisione di diventare discografico”.

Tanti ci provano, pochi ci riescono, qual è il primo step per farsi notare nell’ambitissimo mondo della musica?
Un tempo la selezione era più semplice. Per un fatto quasi matematico. I contesti erano pochi, le persone meno. Quando un tempo si presentavano in venti e tra questi magari quelli che facevano il mio lavoro dovevano scegliere tra Patty Pravo, Loredana Berté o Renato Zero, facevano una fatica enorme, ma poi la strada era segnata. Oggi abbiamo, molte più persone che si mettono in discussione e fanno di tutto per arrivare, molti strumenti per farsi conoscere e moltissimi talent. Da Sanremo a X Factor, da The Voice ad Amici e così tutto si moltiplica. Quindi anche il pubblico non ha facilità a seguire, ad affezionarsi ad un artista che già si ritrova a interessarsi a un’altro. Ho iniziato seguendo Silvia Salemi, Alex Baroni, Carmen Consoli, Niccolò Fabi, prima solo come spettatore e poi, anche tutt’oggi come professionista. Ma ne conoscevo vita, morte, miracoli. I giovani del pubblico di oggi sono bombardati da proposte continue che significa poi perdere un po’ anche il filo. Si è persa la magia di crescere con l’artista.

Cosa non immaginiamo esattamente del tuo lavoro e di ciò che esso comporta?
Quanta passione ci sia dietro. E’ l’elemento chiave. Nasco come promoter discografico per arrivare a essere poi un manager a tutti gli effetti. Una volta arrivavi sulla scena e trovavi 2 promoter, 10 assistenti, 3 uffici stampa. A volte si crea la circostanza per la quale è meglio essere pochi ma buoni. Poi servono una tempra e una capacità di gestire gli eventi e non farsi gestire. Un artista può essere travolto da una grande popolarità improvvisa così come vivere un momento di declino. Uno che fa il mio mestiere deve bilanciare le emozioni: si ha a che fare con l’anima di una persona, e con gli artisti è ancora più complicato. Gioie, dolori, insicurezze, crisi improvvise: a volte sono anche lo psicologo.

Esistono scuole per diventare come sei tu? Qual è il tuo percorso?
Per il momento no, credo sia in gran parte una predisposizione a comunicare e saper gestire emozioni. Ho una laurea in comunicazione e marketing, poi sono riuscito a entrare in un Master organizzato dalla Associazione Fonografici Italiani.

Se devi spendere un grazie chi ti viene in mente?
Ce ne sono tantissimi, nel mio lavoro le collaborazioni sono fondamentali, ma voglio citarne due. Ho fatto gavetta come assistente di Mario Ragni, che tra gli anni 80 e 90 aveva lanciato i big della canzone italiana dell’epoca, e mi portò a seguire la macchina organizzativa di Sanremo con i suoi artisti, lanciando ufficialmente una carriera. E oggi Marco Rettani con il quale sono anche socio. Tanto per dirtene una: il Sanremo 2019 con Patty Pravo.

Un talento sopravvalutato e uno tutto da rivalutare nella musica contemporanea?
Sopravvalutati tanti, ma non faccio nomi. Dal Canto mio, cerco di soffermarmi sul testo, se quello mi convince, se il messaggio è un buon messaggio, non si ascolta o si balla una sola estate per poi dimenticarsene. L’abitudine di esaltarsi per poco e dimenticare con la stessa facilità è troppo diffusa. Anche la provocazione fine a se stessa serve a poco. Mentre tra i talenti che seguono il percorso giusto ci sono autentici poeti. Da Antonio Maggio, a Pierdavide Carone, a Matteo Faustini, un artista che dosa ogni parola e lancia veri contenuti. Poi le Deva: ognuna con un percorso individuale già forte che però messe insieme sono altrettanto uniche.

Da piccolo diceva di voler fare “quello che sceglie i cantanti che si esibiscono a Sanremo”, senza sapere che quel mestiere aveva un nome preciso. Manuel Sebastiano Magni, si racconta così: “Mi congelavo per una settimana quando c’era il Festival, i miei genitori accettavano. Facevo le 3 di notte immedesimandomi, di volta in volta, in critico, giornalista, giurato, inventandomi mille pagelle per ogni artista”. L’innamoramento nei confronti del mestiere, però, è scattato vedendo sul palco, all’epoca presieduto da Mike Bongiorno, Silvia Salemi, che oggi è anche una sua grande amica, con il brano “A casa di Luca”. “A quindici anni non avrei mai immaginato che quel brano mi avrebbe portato dietro le quinte del Summer Hits per i 25 anni dal suo successo, accompagnando proprio l’artista. A quel pezzo devo la mia decisione di diventare discografico”.

Tanti ci provano, pochi ci riescono, qual è il primo step per farsi notare nell’ambitissimo mondo della musica?
Un tempo la selezione era più semplice. Per un fatto quasi matematico. I contesti erano pochi, le persone meno. Quando un tempo si presentavano in venti e tra questi magari quelli che facevano il mio lavoro dovevano scegliere tra Patty Pravo, Loredana Berté o Renato Zero, facevano una fatica enorme, ma poi la strada era segnata. Oggi abbiamo, molte più persone che si mettono in discussione e fanno di tutto per arrivare, molti strumenti per farsi conoscere e moltissimi talent. Da Sanremo a X Factor, da The Voice ad Amici e così tutto si moltiplica. Quindi anche il pubblico non ha facilità a seguire, ad affezionarsi ad un artista che già si ritrova a interessarsi a un’altro. Ho iniziato seguendo Silvia Salemi, Alex Baroni, Carmen Consoli, Niccolò Fabi, prima solo come spettatore e poi, anche tutt’oggi come professionista. Ma ne conoscevo vita, morte, miracoli. I giovani del pubblico di oggi sono bombardati da proposte continue che significa poi perdere un po’ anche il filo. Si è persa la magia di crescere con l’artista.

Cosa non immaginiamo esattamente del tuo lavoro e di ciò che esso comporta?
Quanta passione ci sia dietro. E’ l’elemento chiave. Nasco come promoter discografico per arrivare a essere poi un manager a tutti gli effetti. Una volta arrivavi sulla scena e trovavi 2 promoter, 10 assistenti, 3 uffici stampa. A volte si crea la circostanza per la quale è meglio essere pochi ma buoni. Poi servono una tempra e una capacità di gestire gli eventi e non farsi gestire. Un artista può essere travolto da una grande popolarità improvvisa così come vivere un momento di declino. Uno che fa il mio mestiere deve bilanciare le emozioni: si ha a che fare con l’anima di una persona, e con gli artisti è ancora più complicato. Gioie, dolori, insicurezze, crisi improvvise: a volte sono anche lo psicologo.

Esistono scuole per diventare come sei tu? Qual è il tuo percorso?
Per il momento no, credo sia in gran parte una predisposizione a comunicare e saper gestire emozioni. Ho una laurea in comunicazione e marketing, poi sono riuscito a entrare in un Master organizzato dalla Associazione Fonografici Italiani.

Se devi spendere un grazie chi ti viene in mente?
Ce ne sono tantissimi, nel mio lavoro le collaborazioni sono fondamentali, ma voglio citarne due. Ho fatto gavetta come assistente di Mario Ragni, che tra gli anni 80 e 90 aveva lanciato i big della canzone italiana dell’epoca, e mi portò a seguire la macchina organizzativa di Sanremo con i suoi artisti, lanciando ufficialmente una carriera. E oggi Marco Rettani con il quale sono anche socio. Tanto per dirtene una: il Sanremo 2019 con Patty Pravo.

Un talento sopravvalutato e uno tutto da rivalutare nella musica contemporanea?
Sopravvalutati tanti, ma non faccio nomi. Dal Canto mio, cerco di soffermarmi sul testo, se quello mi convince, se il messaggio è un buon messaggio, non si ascolta o si balla una sola estate per poi dimenticarsene. L’abitudine di esaltarsi per poco e dimenticare con la stessa facilità è troppo diffusa. Anche la provocazione fine a se stessa serve a poco. Mentre tra i talenti che seguono il percorso giusto ci sono autentici poeti. Da Antonio Maggio, a Pierdavide Carone, a Matteo Faustini, un artista che dosa ogni parola e lancia veri contenuti. Poi le Deva: ognuna con un percorso individuale già forte che però messe insieme sono altrettanto uniche.

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