MARINELLI, BORGHI E LA NEVE

Che due palle Le otto montagne! Così potrebbe commentare scherzosamente un non cultore dell’alpinismo, dell’alpeggio, della neve, delle mucche e del freddo. Il film in questione non è per i fruitori di serie in streaming più gettonate ma di certo piacerà di più a chi ama la montagna rispetto a chi predilige il mare (o la città). Due ore e mezza, percepite come quattro abbondanti, per una pellicola dal formato che infastidisce – una sorta di 4:3 – che lascia gran parte di nero ai lati dello schermo e punisce lo spettatore, e che è troppo lenta. Oltre a tante altre cose, non tutte negative. Sia chiaro. Certo, è un film un po’ fricchettone, dove o ami vivere da solo in montagna a fare il formaggio di mucca all’antica oppure vai in Nepal, che il Monte Rosa ti sta stretto, diventi scrittore, ti pubblicano e ti sistemi. Una vita normale, no. Ma ci può stare.
Il punto è un altro: il film di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, che è la trasposizione – a sentire in commenti in sala, tipo “era meglio il libro”, non riuscita benissimo – del premio Strega di Paolo Cognetti, non è all’altezza della fama dei due autori. Il loro precedente, bellissimo Alabama Monroe (che ci ha spinti ad andarci a sciroppare una full immersion di Valle d’Aosta con puntatine nepalesi) era di tutt’altro livello. Se quello raccontava un amore disperato in modo struggente, Le otto montagne racconta una amicizia virile d’altri tempi fortissima ma che non ci tocca il cuore. Forse perché la musica è sbagliata. Forse perché i tempi dilatati invece di calarci nella storia ci distraggono e appesantiscono le palpebre.
Questa la trama: Pietro, bambino torinese, va in vacanza con la madre (Elena Lietti, che durante il film si è scelto di far invecchiare goffamente, con i soli capelli bianchi) in un paesino della Valle d’Aosta dove abita un solo bambino suo coetaneo, Bruno. I due divengono presto amici a tal punto che i genitori di Pietro – il padre (Filippo Timi) è uno che lavora in fabbrica e fuma come un turco ma che ama il trekking e le vette – sono disposti ad ospitare Bruno per farlo studiare in città. Il padre, che lavora all’estero, però non è d’accordo, e il bambino diventerà un ragazzo e un uomo privato della sua adolescenza, che ha sempre lavorato come manovale. E che non vorrà mai lasciare la sua amata montagna. I due continueranno ad incontrarsi e insieme, una volta adulti, Pietro (Luca Marinelli) e Bruno (Alessandro Borghi) costruiranno una baita in una località remota. Diventerà la loro casa di quando vogliono stare da soli in montagna. Fino a che nella loro vita arriveranno le donne e fino a che a Pietro non deciderà di andare in Nepal. Lì imparerà la tradizione delle otto montagne del titolo (e del monte centrale, altissimo, il Sumeru). La chiave del film è proprio quella della tradizione nepalese, che si chiede se avrà imparato di più dalla vita l’uomo che ha scalato il Sumeru (Bruno) o quello che ha esplorato le otto montagne (Pietro). Uno sta fermo sempre nello stesso posto: radici, famiglia, lavoro. L’altro non si dà pace fino a che non si trova (e trova l’amore, nepalese, perché si sa: non sei abbastanza originale se non ti fidanzi con la donna dell’altra parte del mondo).
Il film, al netto del formato insopportabile, di una fotografia ingenerosa, di una colonna sonora sbagliata, si regge sulla bravura dei due protagonisti. Con Borghi che ha pericolosamente imboccato la strada di Favino in materia di dialetti. Bravissimo, eh. Sembra valdostano. Marinelli meno longilineo, meno bello, meno credibile sul dialetto ma come sempre più bravo del suo ex sodale di Non essere cattivo del compianto Caligari. Pure la voce narrante è pallosa, ma ci sta. La sala in effetti era affollata, dato il forte richiamo dei due attori (pubblico femminile prevalente).
Il film è la storia di un rapporto mancato tra un padre e un figlio, di un rapporto conflittuale e violento tra l’altro padre e l’altro figlio. E di una amicizia nata da bambini e durata per sempre. Un rapporto che ricorda molto da vicino l’amore. In mezzo a loro, a volte ad allontanarli e dividerli, c’è la montagna. Resta però un film non riuscito per un motivo semplice: non è puro film d’autore, contemplativo, filosofico; non è un film di narrazione standard, sul modello del romanzo di formazione. Si barcamena tra il richiamo alla spiritualità e la necessità di raccontare una trama (quella del romanzo). Restando a metà, come quando non fa più tanto freddo ma la neve non si è sciolta tutta.

Che due palle Le otto montagne! Così potrebbe commentare scherzosamente un non cultore dell’alpinismo, dell’alpeggio, della neve, delle mucche e del freddo. Il film in questione non è per i fruitori di serie in streaming più gettonate ma di certo piacerà di più a chi ama la montagna rispetto a chi predilige il mare (o la città). Due ore e mezza, percepite come quattro abbondanti, per una pellicola dal formato che infastidisce – una sorta di 4:3 – che lascia gran parte di nero ai lati dello schermo e punisce lo spettatore, e che è troppo lenta. Oltre a tante altre cose, non tutte negative. Sia chiaro. Certo, è un film un po’ fricchettone, dove o ami vivere da solo in montagna a fare il formaggio di mucca all’antica oppure vai in Nepal, che il Monte Rosa ti sta stretto, diventi scrittore, ti pubblicano e ti sistemi. Una vita normale, no. Ma ci può stare.
Il punto è un altro: il film di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, che è la trasposizione – a sentire in commenti in sala, tipo “era meglio il libro”, non riuscita benissimo – del premio Strega di Paolo Cognetti, non è all’altezza della fama dei due autori. Il loro precedente, bellissimo Alabama Monroe (che ci ha spinti ad andarci a sciroppare una full immersion di Valle d’Aosta con puntatine nepalesi) era di tutt’altro livello. Se quello raccontava un amore disperato in modo struggente, Le otto montagne racconta una amicizia virile d’altri tempi fortissima ma che non ci tocca il cuore. Forse perché la musica è sbagliata. Forse perché i tempi dilatati invece di calarci nella storia ci distraggono e appesantiscono le palpebre.
Questa la trama: Pietro, bambino torinese, va in vacanza con la madre (Elena Lietti, che durante il film si è scelto di far invecchiare goffamente, con i soli capelli bianchi) in un paesino della Valle d’Aosta dove abita un solo bambino suo coetaneo, Bruno. I due divengono presto amici a tal punto che i genitori di Pietro – il padre (Filippo Timi) è uno che lavora in fabbrica e fuma come un turco ma che ama il trekking e le vette – sono disposti ad ospitare Bruno per farlo studiare in città. Il padre, che lavora all’estero, però non è d’accordo, e il bambino diventerà un ragazzo e un uomo privato della sua adolescenza, che ha sempre lavorato come manovale. E che non vorrà mai lasciare la sua amata montagna. I due continueranno ad incontrarsi e insieme, una volta adulti, Pietro (Luca Marinelli) e Bruno (Alessandro Borghi) costruiranno una baita in una località remota. Diventerà la loro casa di quando vogliono stare da soli in montagna. Fino a che nella loro vita arriveranno le donne e fino a che a Pietro non deciderà di andare in Nepal. Lì imparerà la tradizione delle otto montagne del titolo (e del monte centrale, altissimo, il Sumeru). La chiave del film è proprio quella della tradizione nepalese, che si chiede se avrà imparato di più dalla vita l’uomo che ha scalato il Sumeru (Bruno) o quello che ha esplorato le otto montagne (Pietro). Uno sta fermo sempre nello stesso posto: radici, famiglia, lavoro. L’altro non si dà pace fino a che non si trova (e trova l’amore, nepalese, perché si sa: non sei abbastanza originale se non ti fidanzi con la donna dell’altra parte del mondo).
Il film, al netto del formato insopportabile, di una fotografia ingenerosa, di una colonna sonora sbagliata, si regge sulla bravura dei due protagonisti. Con Borghi che ha pericolosamente imboccato la strada di Favino in materia di dialetti. Bravissimo, eh. Sembra valdostano. Marinelli meno longilineo, meno bello, meno credibile sul dialetto ma come sempre più bravo del suo ex sodale di Non essere cattivo del compianto Caligari. Pure la voce narrante è pallosa, ma ci sta. La sala in effetti era affollata, dato il forte richiamo dei due attori (pubblico femminile prevalente).
Il film è la storia di un rapporto mancato tra un padre e un figlio, di un rapporto conflittuale e violento tra l’altro padre e l’altro figlio. E di una amicizia nata da bambini e durata per sempre. Un rapporto che ricorda molto da vicino l’amore. In mezzo a loro, a volte ad allontanarli e dividerli, c’è la montagna. Resta però un film non riuscito per un motivo semplice: non è puro film d’autore, contemplativo, filosofico; non è un film di narrazione standard, sul modello del romanzo di formazione. Si barcamena tra il richiamo alla spiritualità e la necessità di raccontare una trama (quella del romanzo). Restando a metà, come quando non fa più tanto freddo ma la neve non si è sciolta tutta.

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