Mario Giacomelli o della fotografia poetica

Che quella di Mario Giacomelli, il grande maestro della fotografia italiana di cui quest’anno si celebra il ventennale della morte, sia una fotografia “poetica” lo si intuisce subito guardando le sue immagini dai bianchi e neri saturi, fortemente contrastati che raccontano di un’umanità dolente e rassegnata, nascosta e dimenticata o di paesaggi  geometrici e vuoti, duri ed angosciosi. “Prima di ogni scatto – diceva – c’è uno scambio silenzioso tra oggetto e anima affinché la realtà  non esca come da una fotocopiatrice ma venga bloccata in un tempo indefinito per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo  che è per me forma e segno dell’inconscio”. Quando, alla vigilia di Natale del 1953, Giacomelli  acquista per 800 lire la  prima macchina fotografica e comincia a scattare nella sua Senigallia ritratti, nudi, paesaggi e nature morte, già intuisce  che il mezzo meccanico  non è  banalmente  uno strumento per la ripresa della realtà, bensì soprattutto un mezzo espressivo  per parlare di un qualcosa  che è dentro ed oltre l’immagine ed il mondo stesso da cui questa è stata attinta, un tramite necessario per farci intravedere – a noi spettatori – la differenza  tra il reale visto e quello esistente. A lui non interessano sofisticherie tecnologiche, non è un maniaco dell’esposimetro alla ricerca dell’accoppiata perfetta diaframma/tempo di esposizione, impiega  una coppia di parametri per i paesaggi  ed una coppia per le figure ed i ritratti, la pellicola che usa è la prima che gli capita a tiro, perché lo strumento fondamentale sono i suoi occhi, “uno strumento – chiosa Giacomelli – per prendere, rubare, immagazzinare cose che vengono poi intrise  e rimesse fuori per gli occhi degli altri”. 

Nel 1955 comincia a frequentare gli ospizi di Senigallia, per tre anni ci va senza macchina fotografica solo per vedere, capire, assimilare: quando comincia a fotografare, la sua estetica cruda si coniuga con l’asprezza del luogo e della situazione, per aumentare il pathos, per rendere la luce ancora più dura, usa il flash aggiungendo – dice  ancora l’autore – “cattiveria  alla cattiveria di chi ha creato il mondo, di chi ci fa invecchiare”. Nasce cosi la raccolta “Verrà la morte  ed avrà i tuoi occhi”, una serie di immagini che ritraggono la vita che finisce in uno scenario di grande solitudine, angoscia, pietà, in luoghi spenti e bui, in un ambiente da incubo, popolato da fantasmi  e presenze del passato…“volevo rendere quello che avevo dentro di me , la paura di invecchiare, il disgusto per il prezzo da pagare alla vita…chi guarda quelle immagini non vede niente di quello che ho provato quando ero lì a fotografare, non c’è il puzzo della morte che senti lì dentro”. Emerge in questa serie di scatti, una delle più importanti e a cui Giacomelli più volte ha messo mano, tutta la tecnica e lo stile fotografico che poi lo contraddistingueranno: l’immagine bruciata, i forti contrasti e l’ambientazione mossa, a volte completamente sfuocata, che va contro ogni canone fotografico classico di pulizia formale. 

  Lo stesso stile aspro e drammatico, dai bianchi e neri estremi, lo ritroviamo nella serie “Scanno”, il paesino abruzzese dove Giacomelli si recò alla fine degli anni ’50 registrando attimi di vita rubati alla vita quotidiana della comunità. Trascurando ancora una volta l’inquadratura ed il tecnicismo fine a sé stesso, si concentrò  sulla gente, sulla campagna, sul lavoro, elaborando immagini forse di limitata purezza estetica  ma pregne di un senso del reale e della vita che scorre, raro nei fotografi a lui contemporanei; intima rappresentazione delle emozioni dell’artista marchigiano, le immagini raccontano figure  alla stregua di fantasmi che si aggirano mestamente assorti  per le viuzze del paese, figure irreali, evanescenti e solitarie che evocano ancora una volta angoscia, precarietà, morte, come i vecchi dell’ospizio di Senigallia. A testimoniare forse la necessità di fotografare per esorcizzare anche qui le proprie paure, i propri ricordi e, solo dopo, per documentare.

Negli anni seguenti la ricerca di Giacomelli si concentrò sul paesaggio che la memoria trasformava, sotto i segni del lavoro umano, in una dolente confessione autobiografica. Nei suoi scatti , che prevedono la scomparsa di cielo ed orizzonte, la terra è assoluta protagonista visiva,  una terra graffiata nel contrasto esasperato della stampa che rifiuta i mezzitoni, nei bianchi che si sposano col nero assoluto, espressione di una natura  che pulsa, vive, soffre. E nella corteccia rugosa di un albero o nei solchi dei campi appena arati, Giacomelli rivede i volti sofferti dei contadini, il tragico sentire degli anziani nelle case di riposo, l’eterna metafora del tempo che scorre, della paura, della morte. Precisa il critico Carlo Arturo Quintavalle: “nei paesaggi di Giacomelli c’è una cattiveria , in qualche maniera un pessimismo  nel considerare le cose, sono un racconto di vita ed hanno il senso di un testamento”. Seguiranno negli anni successivi altre immagini, altri scatti, a comporre le raccolte  “Lourdes”, “Un uomo, una donna, un amore”,  “Mattatoio”, “Io non ho mani che mi accarezzino il viso” –  le celebri immagini dei “pretini”, i seminaristi  tutti figli di contadini colti in giochi e danze nel severo consueto grafismo bianco/nero –  “Spoon River Anthology”, e ancora  le serie “Perché”, nuovamente  “Paesaggi”, “i Racconti”, ispirati alla poetica di Vincenzo Cardarelli. 

La fotografia di Giacomelli, in definitiva, è quasi sempre una  colta riflessione sui temi della vita, della solitudine, della fine, filtrata dalla memoria; se si  dovesse indicare  per essa una valenza, dice ancora Quintavalle , “questa pare essere  l’angoscia e la pulsione di morte unita assieme ad un mitico sogno, quello della memoria che, come ogni ricordo, è appunto amore”. Vedere , o rivedere le sue immagini, è pertanto un inoltrarsi  lungo una strada personalissima fatta di emozioni, suggestioni, frammenti di vita, memorie, paure. Un’esperienza suggestiva ed indimenticabile.  

 Maria Giulia Gemelli

Che quella di Mario Giacomelli, il grande maestro della fotografia italiana di cui quest’anno si celebra il ventennale della morte, sia una fotografia “poetica” lo si intuisce subito guardando le sue immagini dai bianchi e neri saturi, fortemente contrastati che raccontano di un’umanità dolente e rassegnata, nascosta e dimenticata o di paesaggi  geometrici e vuoti, duri ed angosciosi. “Prima di ogni scatto – diceva – c’è uno scambio silenzioso tra oggetto e anima affinché la realtà  non esca come da una fotocopiatrice ma venga bloccata in un tempo indefinito per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo  che è per me forma e segno dell’inconscio”. Quando, alla vigilia di Natale del 1953, Giacomelli  acquista per 800 lire la  prima macchina fotografica e comincia a scattare nella sua Senigallia ritratti, nudi, paesaggi e nature morte, già intuisce  che il mezzo meccanico  non è  banalmente  uno strumento per la ripresa della realtà, bensì soprattutto un mezzo espressivo  per parlare di un qualcosa  che è dentro ed oltre l’immagine ed il mondo stesso da cui questa è stata attinta, un tramite necessario per farci intravedere – a noi spettatori – la differenza  tra il reale visto e quello esistente. A lui non interessano sofisticherie tecnologiche, non è un maniaco dell’esposimetro alla ricerca dell’accoppiata perfetta diaframma/tempo di esposizione, impiega  una coppia di parametri per i paesaggi  ed una coppia per le figure ed i ritratti, la pellicola che usa è la prima che gli capita a tiro, perché lo strumento fondamentale sono i suoi occhi, “uno strumento – chiosa Giacomelli – per prendere, rubare, immagazzinare cose che vengono poi intrise  e rimesse fuori per gli occhi degli altri”. 

Nel 1955 comincia a frequentare gli ospizi di Senigallia, per tre anni ci va senza macchina fotografica solo per vedere, capire, assimilare: quando comincia a fotografare, la sua estetica cruda si coniuga con l’asprezza del luogo e della situazione, per aumentare il pathos, per rendere la luce ancora più dura, usa il flash aggiungendo – dice  ancora l’autore – “cattiveria  alla cattiveria di chi ha creato il mondo, di chi ci fa invecchiare”. Nasce cosi la raccolta “Verrà la morte  ed avrà i tuoi occhi”, una serie di immagini che ritraggono la vita che finisce in uno scenario di grande solitudine, angoscia, pietà, in luoghi spenti e bui, in un ambiente da incubo, popolato da fantasmi  e presenze del passato…“volevo rendere quello che avevo dentro di me , la paura di invecchiare, il disgusto per il prezzo da pagare alla vita…chi guarda quelle immagini non vede niente di quello che ho provato quando ero lì a fotografare, non c’è il puzzo della morte che senti lì dentro”. Emerge in questa serie di scatti, una delle più importanti e a cui Giacomelli più volte ha messo mano, tutta la tecnica e lo stile fotografico che poi lo contraddistingueranno: l’immagine bruciata, i forti contrasti e l’ambientazione mossa, a volte completamente sfuocata, che va contro ogni canone fotografico classico di pulizia formale. 

  Lo stesso stile aspro e drammatico, dai bianchi e neri estremi, lo ritroviamo nella serie “Scanno”, il paesino abruzzese dove Giacomelli si recò alla fine degli anni ’50 registrando attimi di vita rubati alla vita quotidiana della comunità. Trascurando ancora una volta l’inquadratura ed il tecnicismo fine a sé stesso, si concentrò  sulla gente, sulla campagna, sul lavoro, elaborando immagini forse di limitata purezza estetica  ma pregne di un senso del reale e della vita che scorre, raro nei fotografi a lui contemporanei; intima rappresentazione delle emozioni dell’artista marchigiano, le immagini raccontano figure  alla stregua di fantasmi che si aggirano mestamente assorti  per le viuzze del paese, figure irreali, evanescenti e solitarie che evocano ancora una volta angoscia, precarietà, morte, come i vecchi dell’ospizio di Senigallia. A testimoniare forse la necessità di fotografare per esorcizzare anche qui le proprie paure, i propri ricordi e, solo dopo, per documentare.

Negli anni seguenti la ricerca di Giacomelli si concentrò sul paesaggio che la memoria trasformava, sotto i segni del lavoro umano, in una dolente confessione autobiografica. Nei suoi scatti , che prevedono la scomparsa di cielo ed orizzonte, la terra è assoluta protagonista visiva,  una terra graffiata nel contrasto esasperato della stampa che rifiuta i mezzitoni, nei bianchi che si sposano col nero assoluto, espressione di una natura  che pulsa, vive, soffre. E nella corteccia rugosa di un albero o nei solchi dei campi appena arati, Giacomelli rivede i volti sofferti dei contadini, il tragico sentire degli anziani nelle case di riposo, l’eterna metafora del tempo che scorre, della paura, della morte. Precisa il critico Carlo Arturo Quintavalle: “nei paesaggi di Giacomelli c’è una cattiveria , in qualche maniera un pessimismo  nel considerare le cose, sono un racconto di vita ed hanno il senso di un testamento”. Seguiranno negli anni successivi altre immagini, altri scatti, a comporre le raccolte  “Lourdes”, “Un uomo, una donna, un amore”,  “Mattatoio”, “Io non ho mani che mi accarezzino il viso” –  le celebri immagini dei “pretini”, i seminaristi  tutti figli di contadini colti in giochi e danze nel severo consueto grafismo bianco/nero –  “Spoon River Anthology”, e ancora  le serie “Perché”, nuovamente  “Paesaggi”, “i Racconti”, ispirati alla poetica di Vincenzo Cardarelli. 

La fotografia di Giacomelli, in definitiva, è quasi sempre una  colta riflessione sui temi della vita, della solitudine, della fine, filtrata dalla memoria; se si  dovesse indicare  per essa una valenza, dice ancora Quintavalle , “questa pare essere  l’angoscia e la pulsione di morte unita assieme ad un mitico sogno, quello della memoria che, come ogni ricordo, è appunto amore”. Vedere , o rivedere le sue immagini, è pertanto un inoltrarsi  lungo una strada personalissima fatta di emozioni, suggestioni, frammenti di vita, memorie, paure. Un’esperienza suggestiva ed indimenticabile.  

 Maria Giulia Gemelli

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