Massimo Rendina interprete dei più alti valori della libertà di stampa

Nell’ultimo libro di Silva Resta

 

Massimo Rendina (1920-2015) ha dedicato la sua vita a svolgere contemporaneamente due professioni: quella di partigiano e quella di giornalista da lui interpretate come un unicum indissolubile a difesa di ogni forma di libertà nella democrazia, combattendo le “battaglie in cui era rimasto ferito sul campo, e le battaglie di tutta una vita vissuta col tesserino da giornalista in tasca, un tesserino di cui era fiero e che ha tenuto fino alla fine. Le battaglie col fucile e quelle con la penna”.

La giornalista televisiva Silvia Resta, autrice di numerosi reportage e inchieste, ha avuto la fortuna di incontrarlo e di poterlo intervistare, in  una ventina di incontri, nel corso degli ultimi quattro anni della sua vita e raccogliere in prima persona, registrandoli con l’iPad, i suoi ricordi e le sue riflessioni sulle responsabilità dell’essere allo stesso tempo partigiano e giornalista. Dai suoi incontri e dalle lunghe risposte alle sue domande è nato il libro “Il giornalista partigiano. Conversazioni sul giornalismo con Massimo Rendina” (All Araund, Collana Giornalisti nella Storia diretta da Giancarlo Tartaglia, pag. 155, Euro 15,00), pubblicato dopo la sua morte, nel rispetto della volontà espressa da Rendina.

La narrazione di Silvia Resta affronta i temi del giornalismo, della comunicazione e dei confini della libertà trasformando, togliendo dalla trascrizione le domande, la formula originaria dell’intervista in una “autobiografia” che ripercorre quasi un secolo di storia sulla funzione del giornalismo che Rendina definisce “ingrediente della democrazia, mestiere bellissimo che si può fare solo nell’interesse dei cittadini”. 

Entrato nella Resistenza a 23 anni, dopo l’8 settembre del 1943 – dopo aver lavorato come cronista in un giornale fascista, essere stato arruolato col grado di sottotenente nei Bersaglieri e finito nelle trincee in Russia, da dove era tornato “indignato contro il fascismo perché aveva mandato i miei soldati a morire allo sbaraglio, senza armi, senza munizioni, senza niente” e aver rifiutato il passaggio nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana – divenne ben presto, col nome di “Max il giornalista”, Capo di stato maggiore della prima divisione Garibaldi. Per chi combatteva nella Resistenza oltre all’obiettivo di sconfiggere il nemico veniva perseguito quello di costruire nel Paese un nuovo sistema di società consapevole e portatrice dei valori di libertà e di giustizia che, per il raggiungimento dei suoi fini, aveva bisogno di  un giornalismo finalmente indipendente e capace di perseguire una vera libertà di stampa. Perché, dopo il ’45, ricorda Rendina, “molti giornalisti che avevano lavorato nel regime fascista si sono riciclati, hanno di fatto cambiato casacca, sono diventati giornalisti marxisti,o liberali o cattolici. Comunque tutti si dichiaravano democratici e antifascisti”.

Conseguentemente fin dal giorno stesso della Liberazione, Massimo Rendina si è prodigato per far tornare nelle edicole i giornali di partito clandestini e alla rifondazione a Torino, insieme a Giovanni Giovannini, dell’Ordine dei Giornalisti Alta Italia e dell’Ordine dei Giornalisti piemontesi perché “ dall’Ordine dei giornalisti fascista siamo voluti passare a uno spirito diverso, rifondando l’istituto. Abbiamo voluto cambiare profondamente. Dovevamo rompere con il passato, e i giornalisti dovevano rigenerarsi, perché erano stati servitori del fascismo, oppure soggetti passivi”.

Finita la guerra, Rendina torna a fare il “giornalista” ma sempre da partigiano. Dopo varie esperienze nella carta stampata (L’Unità, Il Corriere della Sera, Resto del Carlino, La Settimana Incom, …), nel 1950 entra in Rai, al terzo programma radiofonico, come inviato. Esperienza importantissima per lui perché, ricorda, “capivi che come giornalista avevi un ruolo sociale importantissimo, di comunicazione e di contatto con il pubblico. Ho sempre pensato che il pubblico, l’ascoltatore, i cittadini fossero i miei riferimenti, molto più che l’editore di turno” e nel 1954 viene nominato direttore del primo telegiornale televisivo.

Dopo due anni, per aver rifiutato di mandare in onda un servizio su Rachele Mussolini, vedova del duce, che distribuiva doni in occasione della festa della Befana del 6 gennaio, su decisione dell’allora presidente del Consiglio Fernando Tambroni, venne licenziato.

Riassunto, alla Rai grazie all’intervento di Aldo Moro, con un preciso avvertimento dell’amministratore delegato Marcello Rodinò (“Sarebbe bene che lei non si occupasse più di giornalismo, perché potrebbe dare fastidio”), ne divenne prima direttore delle relazioni con l’estero e poi amministratore delegato dell’ERI. Lasciata la Rai per raggiunti limiti di età, si è dedicato all’insegnamento di “Teoria e tecnica della comunicazione alla II Università di Roma e, come membro del Comitato scientifico dell’Istituto Luigi Sturzo, a ricerche storiche sulla Resistenza.

Con al collo il fazzoletto rosso distintivo della sua brigata, Masimo Rendina è stato sempre in prima linea nelle piazze e presso le Istituzioni nelle battaglie per la libertà e la democrazia come partigiano Vice Presidente nazionale del’ANPI e per la libertà e l’indipendenza dell’informazione dalla politica e dai gruppi di potere come giornalista. Grazie al libro “Il giornalista partigiano” di Silvia Resta, che di fatto ha pubblicato il testo del suo testamento, Massimo Rendina ha lasciato in eredità a chi vuole essere giornalista il compito di aiutare con il suo lavoro “la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica del Paese e renderli protagonisti della Cosa Pubblica” partecipando all’attuazione della volontà dei Padri costituenti che consideravano l’informazione “un bene comune, un diritto di tutti, un ingrediente fondamentale della democrazia. Non a caso uno degli elementi base della nostra Costituzione è proprio l’articolo 21, la libertà di stampa” che è, poi, “libertà di riunione. Libertà di pensiero, libertà di espressione, che poi dovrebbe diventare informazione libera che contribuisce a formare la comunità”. 

Vittorio Esposito

Nell’ultimo libro di Silva Resta

 

Massimo Rendina (1920-2015) ha dedicato la sua vita a svolgere contemporaneamente due professioni: quella di partigiano e quella di giornalista da lui interpretate come un unicum indissolubile a difesa di ogni forma di libertà nella democrazia, combattendo le “battaglie in cui era rimasto ferito sul campo, e le battaglie di tutta una vita vissuta col tesserino da giornalista in tasca, un tesserino di cui era fiero e che ha tenuto fino alla fine. Le battaglie col fucile e quelle con la penna”.

La giornalista televisiva Silvia Resta, autrice di numerosi reportage e inchieste, ha avuto la fortuna di incontrarlo e di poterlo intervistare, in  una ventina di incontri, nel corso degli ultimi quattro anni della sua vita e raccogliere in prima persona, registrandoli con l’iPad, i suoi ricordi e le sue riflessioni sulle responsabilità dell’essere allo stesso tempo partigiano e giornalista. Dai suoi incontri e dalle lunghe risposte alle sue domande è nato il libro “Il giornalista partigiano. Conversazioni sul giornalismo con Massimo Rendina” (All Araund, Collana Giornalisti nella Storia diretta da Giancarlo Tartaglia, pag. 155, Euro 15,00), pubblicato dopo la sua morte, nel rispetto della volontà espressa da Rendina.

La narrazione di Silvia Resta affronta i temi del giornalismo, della comunicazione e dei confini della libertà trasformando, togliendo dalla trascrizione le domande, la formula originaria dell’intervista in una “autobiografia” che ripercorre quasi un secolo di storia sulla funzione del giornalismo che Rendina definisce “ingrediente della democrazia, mestiere bellissimo che si può fare solo nell’interesse dei cittadini”. 

Entrato nella Resistenza a 23 anni, dopo l’8 settembre del 1943 – dopo aver lavorato come cronista in un giornale fascista, essere stato arruolato col grado di sottotenente nei Bersaglieri e finito nelle trincee in Russia, da dove era tornato “indignato contro il fascismo perché aveva mandato i miei soldati a morire allo sbaraglio, senza armi, senza munizioni, senza niente” e aver rifiutato il passaggio nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana – divenne ben presto, col nome di “Max il giornalista”, Capo di stato maggiore della prima divisione Garibaldi. Per chi combatteva nella Resistenza oltre all’obiettivo di sconfiggere il nemico veniva perseguito quello di costruire nel Paese un nuovo sistema di società consapevole e portatrice dei valori di libertà e di giustizia che, per il raggiungimento dei suoi fini, aveva bisogno di  un giornalismo finalmente indipendente e capace di perseguire una vera libertà di stampa. Perché, dopo il ’45, ricorda Rendina, “molti giornalisti che avevano lavorato nel regime fascista si sono riciclati, hanno di fatto cambiato casacca, sono diventati giornalisti marxisti,o liberali o cattolici. Comunque tutti si dichiaravano democratici e antifascisti”.

Conseguentemente fin dal giorno stesso della Liberazione, Massimo Rendina si è prodigato per far tornare nelle edicole i giornali di partito clandestini e alla rifondazione a Torino, insieme a Giovanni Giovannini, dell’Ordine dei Giornalisti Alta Italia e dell’Ordine dei Giornalisti piemontesi perché “ dall’Ordine dei giornalisti fascista siamo voluti passare a uno spirito diverso, rifondando l’istituto. Abbiamo voluto cambiare profondamente. Dovevamo rompere con il passato, e i giornalisti dovevano rigenerarsi, perché erano stati servitori del fascismo, oppure soggetti passivi”.

Finita la guerra, Rendina torna a fare il “giornalista” ma sempre da partigiano. Dopo varie esperienze nella carta stampata (L’Unità, Il Corriere della Sera, Resto del Carlino, La Settimana Incom, …), nel 1950 entra in Rai, al terzo programma radiofonico, come inviato. Esperienza importantissima per lui perché, ricorda, “capivi che come giornalista avevi un ruolo sociale importantissimo, di comunicazione e di contatto con il pubblico. Ho sempre pensato che il pubblico, l’ascoltatore, i cittadini fossero i miei riferimenti, molto più che l’editore di turno” e nel 1954 viene nominato direttore del primo telegiornale televisivo.

Dopo due anni, per aver rifiutato di mandare in onda un servizio su Rachele Mussolini, vedova del duce, che distribuiva doni in occasione della festa della Befana del 6 gennaio, su decisione dell’allora presidente del Consiglio Fernando Tambroni, venne licenziato.

Riassunto, alla Rai grazie all’intervento di Aldo Moro, con un preciso avvertimento dell’amministratore delegato Marcello Rodinò (“Sarebbe bene che lei non si occupasse più di giornalismo, perché potrebbe dare fastidio”), ne divenne prima direttore delle relazioni con l’estero e poi amministratore delegato dell’ERI. Lasciata la Rai per raggiunti limiti di età, si è dedicato all’insegnamento di “Teoria e tecnica della comunicazione alla II Università di Roma e, come membro del Comitato scientifico dell’Istituto Luigi Sturzo, a ricerche storiche sulla Resistenza.

Con al collo il fazzoletto rosso distintivo della sua brigata, Masimo Rendina è stato sempre in prima linea nelle piazze e presso le Istituzioni nelle battaglie per la libertà e la democrazia come partigiano Vice Presidente nazionale del’ANPI e per la libertà e l’indipendenza dell’informazione dalla politica e dai gruppi di potere come giornalista. Grazie al libro “Il giornalista partigiano” di Silvia Resta, che di fatto ha pubblicato il testo del suo testamento, Massimo Rendina ha lasciato in eredità a chi vuole essere giornalista il compito di aiutare con il suo lavoro “la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica del Paese e renderli protagonisti della Cosa Pubblica” partecipando all’attuazione della volontà dei Padri costituenti che consideravano l’informazione “un bene comune, un diritto di tutti, un ingrediente fondamentale della democrazia. Non a caso uno degli elementi base della nostra Costituzione è proprio l’articolo 21, la libertà di stampa” che è, poi, “libertà di riunione. Libertà di pensiero, libertà di espressione, che poi dovrebbe diventare informazione libera che contribuisce a formare la comunità”. 

Vittorio Esposito

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