Mattarella bis DALLA REPUBBLICA PARLAMENTARE ALLA MONARCHIA REPUBBLICANA

Tutto come prima al Quirinale ed a Palazzo Chigi. Sia Sergio Mattarella che Mario Draghi, nonostante la loro volontà espressa (il primo) e sottaciuta (il secondo) di voler lasciare i loro incarichi, sono dovuti restare ai loro posti, ovvero alla presidenza della Repubblica ed ai vertici del governo. Quindi, come dicevamo, tutto come prima, ma richiamando al contrario la celebre frase de “il Gattopardo”, ovvero “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, l’attuale fase della vita politica italiana può essere tradotta in un “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è”. Così si spiega, almeno in parte, la trionfale permanenza al Quirinale dell’attuale capo dello Stato, secondo solo a Sandro Pertini nel numero di voti ricevuti dai “grandi elettori”. Alla sua rielezione, infatti, ha senz’altro – e fortemente – influito la volontà di tanti parlamentari di evitare il voto anticipato e, di conseguenza, di evitare scossoni ad un sistema politico già assai fragile, ma non c’è dubbio che una carta di rilievo l’ha giocata il fatto che questo Parlamento non ha una maggioranza così forte da poter incidere sulla scelta presidenziale. Ora, il quadro politico sembra immutato, ma sono in molti ad osservare che così non è. In primis c’è una grande novità, ovvero la possibilità che Mattarella resti in carica per l’intero secondo settennato, ovvero fino all’inizio del 2029, il che in politica è un’eternità. Significa infatti che la sua impronta si protrarrà ancora per tre legislature – l’attuale (scadenza naturale il 2023), la prossima (2028) e quella dopo che inizierà, se non ci saranno chiusure anticipate, nel 2029. In un contesto che vede il Parlamento sempre più esautorato del suo potere legislativo (oramai da anni, non solo in questa stagione “draghiana”, Camera e Senato sono per lo più impegnati ad esaminare e votare decreti legge e disegni di legge di iniziativa governativa sui quali, molto spesso, viene posta la questione di fiducia che impedisce qualsiasi modifica ai testi cosicché le Camere si sono trasformate in un “voticinio”), il Quirinale si è trasformato. Il presidente della Repubblica, infatti, non è più il “notaio”, ma una fonte di potere che incide più o meno pesantemente sulle vicende politiche e parlamentari. Questa nuova stagione è stata inaugurata negli anni ’90 da Oscar Luigi Scalfaro,; è stata interrotta da Carlo Azeglio Ciampi, ma è poi ripresa con Giorgio Napolitano e, a seguire, da Sergio Mattarella. Si può dire che, dalla presidenza di Napolitano, è finita la repubblica parlamentare ed è iniziata la “monarchia repubblicana”. Non a caso l’appellativo dato al predecessore dell’attuale capo dello Stato è stato “Re Giorgio” e non ci stupiremmo più di tanto se tra poco si parlerà di “Re Sergio”. Anche perché Napolitano è stato al Quirinale “solo” per nove anni e Mattarella invece, a meno di sue rinunce, resterà in carica per altri sette anni e ciò significa ben quattordici anni ai vertici dello Stato. Un mandato così lungo ha uguali solo nelle monarchie sopavvissute in Europa, ma a differenza di queste, dove il re designa a capo del governo il leader della coalizione o della formazione politica che ha vinto le elezioni, nel nostro Paese è sempre più il Quirinale che sceglie il presidente del Consiglio e la maggioranza che lo deve sostenere. Casi emblematici Mario Monti (con Napolitano) ed ora Mario Draghi (con Mattarella). Il declino della politica e del parlamento è anche significato dal fatto che, dall’ultimo governo Berlusconi (dieci anni fa) nessun presidente del Consiglio è stato nominato in base alle indicazioni elettorali (Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Draghi), ma su scelte precise del capo dello Stato o su alchimie politiche create in Parlamento. Ora cosa succederà? Per quasi tutti questo segnale di stabilità (Mattarella e Draghi confermati) ci renderà più forti e credibili in Europa e nel mondo ed anche il governo navigherà con maggiore tranquillità. Sul secondo punto, anche se quello che abbiamo davanti è un anno elettorale (in programma molte elezioni amministrative e, l’anno prossimo, le politiche) ci permettiamo di dissentire. Dalla vicenda quirinalizia chi è uscito più forte (almeno per i prossimi mesi) è Draghi perché i partiti che lo sostengono si sono indeboliti. E soprattutto si sono indebolite le leadership (da Giuseppe Conte a Matteo Salvini in particolare) che hanno dimostrato non solo di non saper trovare una soluzione per accontentare Mattarella voglioso di lasciare, ma anche di non controllare più i gruppi parlamentari. Tutti hanno tentato di appropriarsi della riconferma del capo dello Stato, ma la realtà è che a volerla sono stati soprattutto i “peones” di Camera e Senato. Fatto sta che le coalizioni di centrodestra e centrosinistra (nella quale inglobiamo i cinquestelle) sono andate in frantumi e sembra difficile rimettere insieme i cocci. In politica, si sa, “mai dire mai”, ma certamente in questo momento sono due le spinte che si avvertono in Parlamento. La prima è quella di introdurre anche in Italia l’elezione diretta del presidente della Repubblica (ma ciò significa introdurre un semipresidenzialismo, quantomeno alla francese) vista l’incapacità dei “grandi elettori” a svolgere il loro compito, ovvero eleggere il capo dello Stato. La seconda quella di approvare una nuova legge elettorale, come da impegni presi per l’approvazione del taglio dei parlamentari. Il cammino di entrambe le riforme sembra però molto difficile, perché sono molte le differenze tra i partiti che sostengono il governo, tra presidenzialisti e no, tra proporzionalisti e no.

Giuseppe Leone

Tutto come prima al Quirinale ed a Palazzo Chigi. Sia Sergio Mattarella che Mario Draghi, nonostante la loro volontà espressa (il primo) e sottaciuta (il secondo) di voler lasciare i loro incarichi, sono dovuti restare ai loro posti, ovvero alla presidenza della Repubblica ed ai vertici del governo. Quindi, come dicevamo, tutto come prima, ma richiamando al contrario la celebre frase de “il Gattopardo”, ovvero “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, l’attuale fase della vita politica italiana può essere tradotta in un “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è”. Così si spiega, almeno in parte, la trionfale permanenza al Quirinale dell’attuale capo dello Stato, secondo solo a Sandro Pertini nel numero di voti ricevuti dai “grandi elettori”. Alla sua rielezione, infatti, ha senz’altro – e fortemente – influito la volontà di tanti parlamentari di evitare il voto anticipato e, di conseguenza, di evitare scossoni ad un sistema politico già assai fragile, ma non c’è dubbio che una carta di rilievo l’ha giocata il fatto che questo Parlamento non ha una maggioranza così forte da poter incidere sulla scelta presidenziale. Ora, il quadro politico sembra immutato, ma sono in molti ad osservare che così non è. In primis c’è una grande novità, ovvero la possibilità che Mattarella resti in carica per l’intero secondo settennato, ovvero fino all’inizio del 2029, il che in politica è un’eternità. Significa infatti che la sua impronta si protrarrà ancora per tre legislature – l’attuale (scadenza naturale il 2023), la prossima (2028) e quella dopo che inizierà, se non ci saranno chiusure anticipate, nel 2029. In un contesto che vede il Parlamento sempre più esautorato del suo potere legislativo (oramai da anni, non solo in questa stagione “draghiana”, Camera e Senato sono per lo più impegnati ad esaminare e votare decreti legge e disegni di legge di iniziativa governativa sui quali, molto spesso, viene posta la questione di fiducia che impedisce qualsiasi modifica ai testi cosicché le Camere si sono trasformate in un “voticinio”), il Quirinale si è trasformato. Il presidente della Repubblica, infatti, non è più il “notaio”, ma una fonte di potere che incide più o meno pesantemente sulle vicende politiche e parlamentari. Questa nuova stagione è stata inaugurata negli anni ’90 da Oscar Luigi Scalfaro,; è stata interrotta da Carlo Azeglio Ciampi, ma è poi ripresa con Giorgio Napolitano e, a seguire, da Sergio Mattarella. Si può dire che, dalla presidenza di Napolitano, è finita la repubblica parlamentare ed è iniziata la “monarchia repubblicana”. Non a caso l’appellativo dato al predecessore dell’attuale capo dello Stato è stato “Re Giorgio” e non ci stupiremmo più di tanto se tra poco si parlerà di “Re Sergio”. Anche perché Napolitano è stato al Quirinale “solo” per nove anni e Mattarella invece, a meno di sue rinunce, resterà in carica per altri sette anni e ciò significa ben quattordici anni ai vertici dello Stato. Un mandato così lungo ha uguali solo nelle monarchie sopavvissute in Europa, ma a differenza di queste, dove il re designa a capo del governo il leader della coalizione o della formazione politica che ha vinto le elezioni, nel nostro Paese è sempre più il Quirinale che sceglie il presidente del Consiglio e la maggioranza che lo deve sostenere. Casi emblematici Mario Monti (con Napolitano) ed ora Mario Draghi (con Mattarella). Il declino della politica e del parlamento è anche significato dal fatto che, dall’ultimo governo Berlusconi (dieci anni fa) nessun presidente del Consiglio è stato nominato in base alle indicazioni elettorali (Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Draghi), ma su scelte precise del capo dello Stato o su alchimie politiche create in Parlamento. Ora cosa succederà? Per quasi tutti questo segnale di stabilità (Mattarella e Draghi confermati) ci renderà più forti e credibili in Europa e nel mondo ed anche il governo navigherà con maggiore tranquillità. Sul secondo punto, anche se quello che abbiamo davanti è un anno elettorale (in programma molte elezioni amministrative e, l’anno prossimo, le politiche) ci permettiamo di dissentire. Dalla vicenda quirinalizia chi è uscito più forte (almeno per i prossimi mesi) è Draghi perché i partiti che lo sostengono si sono indeboliti. E soprattutto si sono indebolite le leadership (da Giuseppe Conte a Matteo Salvini in particolare) che hanno dimostrato non solo di non saper trovare una soluzione per accontentare Mattarella voglioso di lasciare, ma anche di non controllare più i gruppi parlamentari. Tutti hanno tentato di appropriarsi della riconferma del capo dello Stato, ma la realtà è che a volerla sono stati soprattutto i “peones” di Camera e Senato. Fatto sta che le coalizioni di centrodestra e centrosinistra (nella quale inglobiamo i cinquestelle) sono andate in frantumi e sembra difficile rimettere insieme i cocci. In politica, si sa, “mai dire mai”, ma certamente in questo momento sono due le spinte che si avvertono in Parlamento. La prima è quella di introdurre anche in Italia l’elezione diretta del presidente della Repubblica (ma ciò significa introdurre un semipresidenzialismo, quantomeno alla francese) vista l’incapacità dei “grandi elettori” a svolgere il loro compito, ovvero eleggere il capo dello Stato. La seconda quella di approvare una nuova legge elettorale, come da impegni presi per l’approvazione del taglio dei parlamentari. Il cammino di entrambe le riforme sembra però molto difficile, perché sono molte le differenze tra i partiti che sostengono il governo, tra presidenzialisti e no, tra proporzionalisti e no.

Giuseppe Leone

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli