Meloni, sfida per fare il premier “Accordo subito”

La leader di FdI: “Senza intesa inutile andare al governo insieme.”

Il problema principale per il centrodestra in vista delle elezioni del 25 settembre è a monte di un programma condiviso e riguarda la leadership. Sul fronte della coalizione resta infatti aperta la partita sulle regole d’ingaggio per le candidature e, soprattutto, quella su chi sarà il candidato premier. I leader dovrebbero vedersi a breve in una sede istituzionale ma intanto lanciano segnali. “Il centrodestra sarà unito, a differenza di una sinistra divisa e litigiosa.

Chi governerà lo sceglieranno gli italiani con i loro voti, chi ne prenderà di più indicherà il premier, come è giusto che sia”, ha precisato il leader della Lega Matteo Salvini. Parole che arrivano quasi a smentire le indiscrezioni circolate sulla possibilità di indicare come futuro presidente del Consiglio il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, che si era detto “a disposizione di Berlusconi e della coalizione”. Un’ipotesi che avrebbe (ovviamente) il benestare degli alleati europei rispetto all’opzione Giorgia Meloni.

Sebbene anche la leader di FdI abbia lavorato tanto ultimamente alla sua leadership della destra europea e conservatrice. Lontana anni luce dagli estremismi o dal (fu) sovranismo.

Ma nel centrodestra sullo sfondo c’è anche il nodo dalla ripartizione dei collegi uninominali con Lega, Forza Italia e i centristi (Udc e Noi con l’Italia) che ipotizzano la quota del 33% suddivisa equamente con FdI. Al contrario, la Meloni vorrebbe invece mantenere la regola adottata fino alle scorse elezioni politiche del 2018, con candidature decise tenendo conto anche dei sondaggi. E che al momento (neanche a farlo apposta) assegnano il miglior risultato proprio a Meloni.

Posto che i sondaggi vanno presi con le pinze e che quindi non è affatto detto che FdI sarà il partito più votato della coalizione né che sarà il centrodestra a vincere, la Meloni alza il tiro: “Se non dovessimo riuscire a metterci d’accordo su questo, non avrebbe senso andare al governo insieme. Confido che si vorranno confermare, anche per ragioni di tempo, regole che nel centrodestra hanno sempre funzionato, che noi abbiamo sempre rispettato e che non si capisce per quale ragione dovrebbero cambiare oggi”.

Dal canto suo, Tajani frena: “La premiership del centrodestra? Non abbiamo alcun pregiudizio nei confronti di chicchessia, si siederanno al tavolo i leader e decideranno le regole”. E a chi gli obietta che la regola c’è già, il numero due di FI taglia corto: “C’erano situazioni ben diverse”. Poi l’ex presidente del Parlamento Ue aggiunge: “A me interessa che il centrodestra vinca, poi penseremo a chi alza la coppa. Perché se non si vince, la coppa non la alza nessuno…”.

Intanto il centrodestra ha trovato la “sede istituzionale”, come chiesto da Fdi per celebrare il primo vertice della coalizione post caduta del governo Draghi. Il summit di centrodestra sul nodo della premiership e sulle liste in vista delle politiche si dovrebbe tenere mercoledì pomeriggio, alle 17, negli uffici del gruppo Lega a Montecitorio.

Allo stato attuale tuttavia non è detto che i tre principali partiti della coalizione trovino la quadra e che invece non aspettino l’esito del voto. Anche per non dare l’impressione agli elettori di pensare più a chi andrà al governo invece di lavorare al programma elettorale. Certo è che FI è l’unica garanzia, soprattutto agli occhi della Ue e dei vari interlocutori internazionali che in caso di vittoria del centrodestra, il programma di governo abbia anche una base moderata, che possa controbilanciare la spinta di Lega e FdI su temi caldi come immigrazione e sicurezza. Per come si sta muovendo Berlusconi e per come Salvini lo sta seguendo passo passo, non è affatto scontato che la Meloni la spunterà su tutte le richieste. Nel senso che non basta avere i sondaggi a favore per dettare legge, a casa Berlusconi. Lui che imperturbabile, a chi gli fa notare che il suo partito perde sempre più pezzi, compresi ministri come Gelmini e Brunetta, risponde che non prenderanno un voto. Perché si sa, il centrodestra l’ha inventato il Cav e ora con l’ennesima discesa in campo, al di là della poltrona di presidente del Senato a cui si dice ambissca, il leader di FI è di nuovo determinante su come indirizzare la campagna elettorale.

La leader di FdI: “Senza intesa inutile andare al governo insieme.”

Il problema principale per il centrodestra in vista delle elezioni del 25 settembre è a monte di un programma condiviso e riguarda la leadership. Sul fronte della coalizione resta infatti aperta la partita sulle regole d’ingaggio per le candidature e, soprattutto, quella su chi sarà il candidato premier. I leader dovrebbero vedersi a breve in una sede istituzionale ma intanto lanciano segnali. “Il centrodestra sarà unito, a differenza di una sinistra divisa e litigiosa.

Chi governerà lo sceglieranno gli italiani con i loro voti, chi ne prenderà di più indicherà il premier, come è giusto che sia”, ha precisato il leader della Lega Matteo Salvini. Parole che arrivano quasi a smentire le indiscrezioni circolate sulla possibilità di indicare come futuro presidente del Consiglio il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, che si era detto “a disposizione di Berlusconi e della coalizione”. Un’ipotesi che avrebbe (ovviamente) il benestare degli alleati europei rispetto all’opzione Giorgia Meloni.

Sebbene anche la leader di FdI abbia lavorato tanto ultimamente alla sua leadership della destra europea e conservatrice. Lontana anni luce dagli estremismi o dal (fu) sovranismo.

Ma nel centrodestra sullo sfondo c’è anche il nodo dalla ripartizione dei collegi uninominali con Lega, Forza Italia e i centristi (Udc e Noi con l’Italia) che ipotizzano la quota del 33% suddivisa equamente con FdI. Al contrario, la Meloni vorrebbe invece mantenere la regola adottata fino alle scorse elezioni politiche del 2018, con candidature decise tenendo conto anche dei sondaggi. E che al momento (neanche a farlo apposta) assegnano il miglior risultato proprio a Meloni.

Posto che i sondaggi vanno presi con le pinze e che quindi non è affatto detto che FdI sarà il partito più votato della coalizione né che sarà il centrodestra a vincere, la Meloni alza il tiro: “Se non dovessimo riuscire a metterci d’accordo su questo, non avrebbe senso andare al governo insieme. Confido che si vorranno confermare, anche per ragioni di tempo, regole che nel centrodestra hanno sempre funzionato, che noi abbiamo sempre rispettato e che non si capisce per quale ragione dovrebbero cambiare oggi”.

Dal canto suo, Tajani frena: “La premiership del centrodestra? Non abbiamo alcun pregiudizio nei confronti di chicchessia, si siederanno al tavolo i leader e decideranno le regole”. E a chi gli obietta che la regola c’è già, il numero due di FI taglia corto: “C’erano situazioni ben diverse”. Poi l’ex presidente del Parlamento Ue aggiunge: “A me interessa che il centrodestra vinca, poi penseremo a chi alza la coppa. Perché se non si vince, la coppa non la alza nessuno…”.

Intanto il centrodestra ha trovato la “sede istituzionale”, come chiesto da Fdi per celebrare il primo vertice della coalizione post caduta del governo Draghi. Il summit di centrodestra sul nodo della premiership e sulle liste in vista delle politiche si dovrebbe tenere mercoledì pomeriggio, alle 17, negli uffici del gruppo Lega a Montecitorio.

Allo stato attuale tuttavia non è detto che i tre principali partiti della coalizione trovino la quadra e che invece non aspettino l’esito del voto. Anche per non dare l’impressione agli elettori di pensare più a chi andrà al governo invece di lavorare al programma elettorale. Certo è che FI è l’unica garanzia, soprattutto agli occhi della Ue e dei vari interlocutori internazionali che in caso di vittoria del centrodestra, il programma di governo abbia anche una base moderata, che possa controbilanciare la spinta di Lega e FdI su temi caldi come immigrazione e sicurezza. Per come si sta muovendo Berlusconi e per come Salvini lo sta seguendo passo passo, non è affatto scontato che la Meloni la spunterà su tutte le richieste. Nel senso che non basta avere i sondaggi a favore per dettare legge, a casa Berlusconi. Lui che imperturbabile, a chi gli fa notare che il suo partito perde sempre più pezzi, compresi ministri come Gelmini e Brunetta, risponde che non prenderanno un voto. Perché si sa, il centrodestra l’ha inventato il Cav e ora con l’ennesima discesa in campo, al di là della poltrona di presidente del Senato a cui si dice ambissca, il leader di FI è di nuovo determinante su come indirizzare la campagna elettorale.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli