Metaflop

Anche i ricchi piangono. Secondo le analisi di Bloomberg, dall’inizio dell’anno, il patrimonio dei venti più importanti magnati del digitale ha perso valore per quasi mezzo trilione di dollari, per la precisione 480 miliardi di dollari. Questo segnale è indice di una crisi più profonda che attanaglia le loro aziende. Che, complessivamente, hanno perso in Borsa, nell’ultimo anno, una cifra mostruosa pari a 3.300 miliardi di dollari. C’è già chi parla di rivincita del Dow Jones sul Nasdaq, dell’economia tradizionale che si riprende il suo “vendicandosi” di quella hi-tech, come se quest’ultima fosse (solo) una bolla che prima o poi pur doveva scoppiare lasciando sul campo morti e feriti. La realtà, come sempre, è più complessa. E se è vero che anche i ricchi piangono, tuttavia credere che gli Over the Top, da Alphabet a Microsoft, siano lì per liquefarsi sembra pura fantascienza.
Il caso più drammatico riguarda la galassia Meta che, dall’inizio di quest’anno, ha perduto quasi il 69% del suo valore quotato a Wall Street. L’ultimo capitombolo c’è stato giovedì scorso, quando le azioni – che fino al giorno prima si scambiavano intorno ai 130 dollari – sono precipitate sotto la soglia dei cento dollari. Per ora non c’è stato alcun rimbalzo e, anzi, ieri gli stocks Meta sono scesi al di sotto dei 95 dollari l’uno. Ma che è successo? È accaduto che l’ultima trimestrale ha proposto agli azionisti utili dimezzati a 4,4 miliardi di dollari rispetto ai 9,2 registratisi un anno prima. Pesa, su tutti, il taglio ai budget pubblicitari degli inserzionisti. Che, per affrontare la crisi economica, hanno dovuto ridurre gli investimenti pubblicitari. A complicare il quadro c’è il fatto che gli utenti attivi sono aumentati solo del 2% (parliamo comunque di poco meno di tre miliardi) e che Menlo Park ha deciso di assumere più personale. Insomma, tre fenomeni per una tempesta perfetta: meno entrate dalla pubblicità, semi-stagnazione sul fronte dei nuovi utenti, più uscite dovute a progetti – leggi Metaverso – che, per il momento, non sembrano rappresentare quel “Sacro Graal” a cui Mark Zuckerberg, novello sir Galaad, sta dedicando tutte le sue migliori forze. La verità, dunque, sta nel fatto che la concorrenza spietata degli altri social sta sottraendo linfa vitale al gruppo Meta, messa all’angolo dall’agguerrita TikTok, edita dalla cinese ByteDance. Che, a colpi di videoblogging, sta costringendo Facebook e Instagram a giocare in difesa.
Alphabet, la società madre di Google, condivide lo stesso identico destinato toccato a Meta. In un giorno, martedì scorso, il valore delle sue azioni è passato da poco meno di 105 dollari l’una a 94,6. Gli investitori sono rimasti delusi dal fatto che gli utili di Google siano aumentati solo del 6% mentre, un anno fa, erano saliti del 41%. Ciò accade perché gli inserzionisti pubblicitari sono stati costretti a rivedere i loro budget di investimento. Insomma, la crisi dell’economia reale trascina con sé l’high tech.
Nemmeno Amazon s’è salvata dal tonfo. Le azioni hanno fatto registrare l’ennesimo crollo verticale (da poco meno di 111 dollari a 98). Le ragioni stanno nella crescita rallentata dei commerci della piattaforma. Il fatturato della (ex) one trillion company è salito solo del 7,2%. Un dato inferiore anche al trimestre precedente quando si era stabilizzata a +7,3%. Pesa sui conti dell’azienda, inoltre, il flop dei camion elettrici di Rivian Automotive che solo lentamente stanno riprendendo ad acquistare valore pur rimanendo stabilmente (molto) sotto i 149 dollari ad azione di novembre 2021.
C’è però anche un’altra circostanza che impatta su Amazon così come sulle altre major digitali. Si spende di meno perché i consumi si avvitano ma anche perché, finalmente, si è tornati ad uscire di casa. Sempre più persone preferiscono comprare solo se necessario e, magari, affidandosi a operatori “reali” e non virtuali, insomma la bolla del Covid, che aveva gonfiato a dismisura i valori delle Ott digitali, sta lentamente scoppiando. Le major, che viaggiavano ormai su numeri che anche solo a nominarli ci si spaventa, si ridimensioneranno. Ma, di sicuro, non saranno cancellate. Il caso Netflix lo dimostra: nonostante le emorragie di abbonati, i cinema restano desolati e vuoti.

Anche i ricchi piangono. Secondo le analisi di Bloomberg, dall’inizio dell’anno, il patrimonio dei venti più importanti magnati del digitale ha perso valore per quasi mezzo trilione di dollari, per la precisione 480 miliardi di dollari. Questo segnale è indice di una crisi più profonda che attanaglia le loro aziende. Che, complessivamente, hanno perso in Borsa, nell’ultimo anno, una cifra mostruosa pari a 3.300 miliardi di dollari. C’è già chi parla di rivincita del Dow Jones sul Nasdaq, dell’economia tradizionale che si riprende il suo “vendicandosi” di quella hi-tech, come se quest’ultima fosse (solo) una bolla che prima o poi pur doveva scoppiare lasciando sul campo morti e feriti. La realtà, come sempre, è più complessa. E se è vero che anche i ricchi piangono, tuttavia credere che gli Over the Top, da Alphabet a Microsoft, siano lì per liquefarsi sembra pura fantascienza.
Il caso più drammatico riguarda la galassia Meta che, dall’inizio di quest’anno, ha perduto quasi il 69% del suo valore quotato a Wall Street. L’ultimo capitombolo c’è stato giovedì scorso, quando le azioni – che fino al giorno prima si scambiavano intorno ai 130 dollari – sono precipitate sotto la soglia dei cento dollari. Per ora non c’è stato alcun rimbalzo e, anzi, ieri gli stocks Meta sono scesi al di sotto dei 95 dollari l’uno. Ma che è successo? È accaduto che l’ultima trimestrale ha proposto agli azionisti utili dimezzati a 4,4 miliardi di dollari rispetto ai 9,2 registratisi un anno prima. Pesa, su tutti, il taglio ai budget pubblicitari degli inserzionisti. Che, per affrontare la crisi economica, hanno dovuto ridurre gli investimenti pubblicitari. A complicare il quadro c’è il fatto che gli utenti attivi sono aumentati solo del 2% (parliamo comunque di poco meno di tre miliardi) e che Menlo Park ha deciso di assumere più personale. Insomma, tre fenomeni per una tempesta perfetta: meno entrate dalla pubblicità, semi-stagnazione sul fronte dei nuovi utenti, più uscite dovute a progetti – leggi Metaverso – che, per il momento, non sembrano rappresentare quel “Sacro Graal” a cui Mark Zuckerberg, novello sir Galaad, sta dedicando tutte le sue migliori forze. La verità, dunque, sta nel fatto che la concorrenza spietata degli altri social sta sottraendo linfa vitale al gruppo Meta, messa all’angolo dall’agguerrita TikTok, edita dalla cinese ByteDance. Che, a colpi di videoblogging, sta costringendo Facebook e Instagram a giocare in difesa.
Alphabet, la società madre di Google, condivide lo stesso identico destinato toccato a Meta. In un giorno, martedì scorso, il valore delle sue azioni è passato da poco meno di 105 dollari l’una a 94,6. Gli investitori sono rimasti delusi dal fatto che gli utili di Google siano aumentati solo del 6% mentre, un anno fa, erano saliti del 41%. Ciò accade perché gli inserzionisti pubblicitari sono stati costretti a rivedere i loro budget di investimento. Insomma, la crisi dell’economia reale trascina con sé l’high tech.
Nemmeno Amazon s’è salvata dal tonfo. Le azioni hanno fatto registrare l’ennesimo crollo verticale (da poco meno di 111 dollari a 98). Le ragioni stanno nella crescita rallentata dei commerci della piattaforma. Il fatturato della (ex) one trillion company è salito solo del 7,2%. Un dato inferiore anche al trimestre precedente quando si era stabilizzata a +7,3%. Pesa sui conti dell’azienda, inoltre, il flop dei camion elettrici di Rivian Automotive che solo lentamente stanno riprendendo ad acquistare valore pur rimanendo stabilmente (molto) sotto i 149 dollari ad azione di novembre 2021.
C’è però anche un’altra circostanza che impatta su Amazon così come sulle altre major digitali. Si spende di meno perché i consumi si avvitano ma anche perché, finalmente, si è tornati ad uscire di casa. Sempre più persone preferiscono comprare solo se necessario e, magari, affidandosi a operatori “reali” e non virtuali, insomma la bolla del Covid, che aveva gonfiato a dismisura i valori delle Ott digitali, sta lentamente scoppiando. Le major, che viaggiavano ormai su numeri che anche solo a nominarli ci si spaventa, si ridimensioneranno. Ma, di sicuro, non saranno cancellate. Il caso Netflix lo dimostra: nonostante le emorragie di abbonati, i cinema restano desolati e vuoti.

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