Migliaia di licenziamenti nell’hi-tech. La lunga notte del digitale negli Usa

Amazon si dichiara pronto a licenziare circa 10.000 dipendenti (meno dell’1% della propria forza lavoro complessiva) nella divisione hardware, ossia quella che realizza i prodotti della linea Echo, Alexa, Fire e Kindle, categorizzata sulla piattaforma come Devices & Services.
Lo ha annunciato Dave Limp sul blog ufficiale, attribuendo la manovra ad un “clima macroeconomico insolito e incerto”. Seppur non specificando quando esattamente questi tagli verranno finalizzati, ha “rassicurato” tutti che la sezione hardware rimarrà un’importante area di investimento dell’azienda.
Secondo diverse fonti accreditate, le stangate non colpiranno solo il dipartimento in questione, ma anche quelli retail, cloud gaming e le risorse umane. Non sembra che verranno invece toccati i lavoratori della sezione logistica e operativa.
Secondo le ultime dichiarazioni dell’amministratore delegato Andy Jassy, l’ondata di licenziamenti continuerà nel 2023.
“L’economia rimane in una situazione difficile e noi, negli ultimi anni, abbiamo assunto molto rapidamente” ha commentato.
Già all’inizio di novembre, a causa del grave rischio di inflazione e recessione per tutte le big del digitale, il colosso e-commerce ha deciso di bloccare le assunzioni, avvertendo gli investitori che questo quarto trimestre sarebbe stato molto debole, in un anno, il 2022, che è stato il peggiore dalla crisi del 2008.
Come avevamo già evidenziato attraverso la vicenda degli 11.000 licenziamenti di Meta, questo è un momento molto critico per le Big Tech e per il mercato dello shopping online.
I motivi sono presto detti: la pandemia del 2020, con le sue dure restrizioni spaziali e interpersonali, ha portato a un’escalation di consumi e di richieste in questi settori. In particolare, per quanto riguarda le vendite online in America nel 2020, si è parlato di un salto in avanti di 10 anni in tre mesi. E forse Amazon ne ha goduto più di tutti. La domanda era tale, che la company fondata da Bezos ha investito moltissimo nella forza lavoro, nei rifornimenti e nei magazzini.
Si pensava fosse un trend destinato a restare, un cambiamento radicale nei costumi e nelle abitudini della società, e invece, il ritorno alla vita di prima, la riapertura dei negozi, l’instabilità geopolitica, la crisi economica ed energetica, l’aumento dei carburanti e dei prezzi delle materie prime, hanno provocato l’arresto dei consumi e di conseguenza un’inflazione violenta di cui non si riesce a prevedere la fine. Un sostanziale errore di interpretazione del mercato, dunque, a dimostrazione del fatto che anche i grandi della terra possono prendere abbagli. Magari perché ormai sono assuefatti a volare troppo vicino al sole. Oltre alla questione economica, che indubbiamente decide le traiettorie delle grandi multinazionali, sta iniziando a prendere piede un dibattito sulla cifra etica e umana (o la mancanza di tale) di queste policy aziendali. Caso esemplare è Twitter, con i suoi licenziamenti di massa via mail e i post strafottenti di Elon Musk che appena entrato in consiglio di amministrazione, ha segato il 50% degli impiegati, minacciando il restante 50 che, qualora non fosse disposto a lavorare per lunghe ore ad alta intensità, farebbe bene a impacchettare le proprie cose.
In seguito a queste dure prese di posizione, interi team di ingegneri e informatici di altissimo livello hanno preferito dare le dimissioni.
Non solo licenziamenti a tappeto ma anche l’uso di strategie controverse per aumentare i profitti. In molte società digital e tech, infatti, vige lo stack ranking, un sistema di classificazione della produttività di ciascun dipendente rispetto ai colleghi. Un meccanismo, che a detta di molti, favorisce un clima di grande stress e competitività sul posto di lavoro, provocando problemi relazionali e disturbi a livello psicologico.

Amazon si dichiara pronto a licenziare circa 10.000 dipendenti (meno dell’1% della propria forza lavoro complessiva) nella divisione hardware, ossia quella che realizza i prodotti della linea Echo, Alexa, Fire e Kindle, categorizzata sulla piattaforma come Devices & Services.
Lo ha annunciato Dave Limp sul blog ufficiale, attribuendo la manovra ad un “clima macroeconomico insolito e incerto”. Seppur non specificando quando esattamente questi tagli verranno finalizzati, ha “rassicurato” tutti che la sezione hardware rimarrà un’importante area di investimento dell’azienda.
Secondo diverse fonti accreditate, le stangate non colpiranno solo il dipartimento in questione, ma anche quelli retail, cloud gaming e le risorse umane. Non sembra che verranno invece toccati i lavoratori della sezione logistica e operativa.
Secondo le ultime dichiarazioni dell’amministratore delegato Andy Jassy, l’ondata di licenziamenti continuerà nel 2023.
“L’economia rimane in una situazione difficile e noi, negli ultimi anni, abbiamo assunto molto rapidamente” ha commentato.
Già all’inizio di novembre, a causa del grave rischio di inflazione e recessione per tutte le big del digitale, il colosso e-commerce ha deciso di bloccare le assunzioni, avvertendo gli investitori che questo quarto trimestre sarebbe stato molto debole, in un anno, il 2022, che è stato il peggiore dalla crisi del 2008.
Come avevamo già evidenziato attraverso la vicenda degli 11.000 licenziamenti di Meta, questo è un momento molto critico per le Big Tech e per il mercato dello shopping online.
I motivi sono presto detti: la pandemia del 2020, con le sue dure restrizioni spaziali e interpersonali, ha portato a un’escalation di consumi e di richieste in questi settori. In particolare, per quanto riguarda le vendite online in America nel 2020, si è parlato di un salto in avanti di 10 anni in tre mesi. E forse Amazon ne ha goduto più di tutti. La domanda era tale, che la company fondata da Bezos ha investito moltissimo nella forza lavoro, nei rifornimenti e nei magazzini.
Si pensava fosse un trend destinato a restare, un cambiamento radicale nei costumi e nelle abitudini della società, e invece, il ritorno alla vita di prima, la riapertura dei negozi, l’instabilità geopolitica, la crisi economica ed energetica, l’aumento dei carburanti e dei prezzi delle materie prime, hanno provocato l’arresto dei consumi e di conseguenza un’inflazione violenta di cui non si riesce a prevedere la fine. Un sostanziale errore di interpretazione del mercato, dunque, a dimostrazione del fatto che anche i grandi della terra possono prendere abbagli. Magari perché ormai sono assuefatti a volare troppo vicino al sole. Oltre alla questione economica, che indubbiamente decide le traiettorie delle grandi multinazionali, sta iniziando a prendere piede un dibattito sulla cifra etica e umana (o la mancanza di tale) di queste policy aziendali. Caso esemplare è Twitter, con i suoi licenziamenti di massa via mail e i post strafottenti di Elon Musk che appena entrato in consiglio di amministrazione, ha segato il 50% degli impiegati, minacciando il restante 50 che, qualora non fosse disposto a lavorare per lunghe ore ad alta intensità, farebbe bene a impacchettare le proprie cose.
In seguito a queste dure prese di posizione, interi team di ingegneri e informatici di altissimo livello hanno preferito dare le dimissioni.
Non solo licenziamenti a tappeto ma anche l’uso di strategie controverse per aumentare i profitti. In molte società digital e tech, infatti, vige lo stack ranking, un sistema di classificazione della produttività di ciascun dipendente rispetto ai colleghi. Un meccanismo, che a detta di molti, favorisce un clima di grande stress e competitività sul posto di lavoro, provocando problemi relazionali e disturbi a livello psicologico.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli