Migranti, il caporalato digitale: clan e algoritmi
Dal rapporto Eurispes una spia dell'economia criminale
La più recente frontiera dello sfruttamento lavorativo in Italia non si consuma nei campi o nei cantieri, ma ma nel codice degli algoritmi e nelle app di consegne dominio dei clan, in uno spazio grigio tra smartphone, app di consegne e piattaforme: è il caporalato digitale. Un’economia apparentemente innovativa in realtà cavalcata da dinamiche criminali consolidate, dove i migranti diventano forza lavoro invisibile e ricattabile.
Caporalato digitale, il nuovo sfruttamento dei migranti
La conferma, dal apporto Eurispes 2025 Immigrazione e criminalità organizzata, che documenta come le reti criminali italiane e straniere abbiano adattato forme di caporalato tradizionale al contesto tech, creando il caporalato digitale.
Un fenomeno non teorico: analizzati oltre 30 episodi tra il 2019 e il 2024, con raccolta dati open-source e verifica qualitativa. Le storie principali, nella gig economy dove account registrati sulle piattaforme di delivery – da Just Eat a Glovo – vengono ceduti a lavoratori migranti, i quali materialmente effettuano le consegne, mentre il titolare dell’account trattiene una quota significativa dei guadagni.
Pratiche su una porzione significativa di lavoratori vulnerabili: in una rilevazione campione, su 823 lavoratori stranieri identificati, 92 operavano tramite account ceduto da terzi, con trattenute che oscillano tra il 20 e il 50% dei ricavi generati.
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La mappa dell’influenza dei clan
La distribuzione geografica dei casi, in alcune regioni sono particolarmente colpite. Emilia-Romagna, Campania, Sicilia, Calabria e Piemonte, le aree con maggiore concentrazione di episodi. Un fenomeno non marginale né isolato ma radicato e strutturato, in alcuni casi con legami diretti a organizzazioni criminali consolidate.
Chiara anche la connessione tra nazionalità dei migranti e tipo di sfruttamento. I migranti nigeriani maggiormente coinvolti in prostituzione forzata e lavoro agricolo organizzato dalla mafia nigeriana. Le comunità cinesi spesso impiegate in caporalato digitale e attività commerciali gestite tramite account e app. I migranti dell’Europa dell’Est “merce umana” in lavori edili e tessili sotto caporalato tradizionale.
Dal rapporto, un trend evidente: il caporalato digitale è in crescita negli ultimi tre anni, indicando come la criminalità organizzata sappia sfruttare l’innovazione tecnologica per aggirare controlli, vincoli contrattuali e tutele lavorative. Una evoluzione in grandi e medi centri urbani: indagini e operazioni delle forze dell’ordine confermano casi documentati a Milano, Bologna, Torino e Bari, dove i lavoratori cedono account e subiscono trattenute ingiustificate, spesso senza alcuna copertura assicurativa.
La criminalità organizzata sceglie gli algoritmi
Non solo un fenomeno di sfruttamento economico, ma un meccanismo sofisticato di intermediazione illecita: il controllo digitale sostituisce quello fisico del caporale tradizionale mentre gli algoritmi e i sistemi di ranking delle piattaforme creano una pressione costante sui lavoratori, punendo ritardi o errori con riduzioni di incarichi e compensi.
In molti casi, la condizione di vulnerabilità burocratica dei migranti, che spesso operano senza permesso di soggiorno o con documenti provvisori, rende quasi impossibile resistere a questo sfruttamento. Documentata anche la presenza di sodalizi criminali specifici. Gruppi come la ‘ndrangheta, la mafia nigeriana e organizzazioni legate a comunità cinesi sono implicati nei diversi tipi di sfruttamento, sia tradizionale sia digitale perché le reti criminali sanno adattare modelli consolidati alle nuove tecnologie.
Come funziona
Una intersezione tra innovazione e economia criminale emergente nei dati: le trattenute sui guadagni dei lavoratori, la gestione degli account digitali e il controllo algoritmico dei flussi di lavoro costituiscono un sistema di predazione strutturato, documentato da oltre trenta episodi analizzati. Insomma, non una curiosità sociologica o un’iperbole narrativa.
Un indicatore concreto di come la criminalità organizzata riesca a cavalcare l’innovazione per trarre profitto dai segmenti più vulnerabili della popolazione migrante, trasformando tecnologie nate per facilitare il lavoro in strumenti di oppressione economica. Nel caporalato digitale una dinamica costante: accesso a strumenti digitali controllato da intermediari, guadagni depredati, lavoratori sotto ricatto, difficoltà a far emergere responsabilità e colpe.
Dai casi concreti – 92 account ceduti su 823 lavoratori stranieri, trattenute fino al 50%, aree geografiche ben definite, connessioni con mafie precise – un quadro preciso e verificabile. Dati, verifiche e fatti documentati.
La sfida
Una spia dell’economia criminale che si adatta all’innovazione, un fenomeno che mostra come il progresso tecnologico, se lasciato privo di regole e controlli, possa diventare uno strumento di predazione organizzata e sistematica. Un messaggio che si afferma come inequivocabile: l’innovazione tecnologica può ampliare opportunità o facilitare sfruttamento.
I fatti registrati da Eurispes indicano che oggi le piattaforme digitali, senza governance adeguata, possono trasformarsi in strumenti per economie criminali sofisticate, capaci di replicare e modernizzare antichi modelli di caporalato. La sfida non è solo sociale o sindacale, ma giuridica e istituzionale. Distinguere l’opportunità dall’abuso, la tecnologia dallo sfruttamento, per restituire al lavoro la dignità che i numeri del rapporto Eurispes confermano essere costantemente negata.
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