MIGRANTI L’HOTSPOT FANTASMA

Nel dicembre del 2021 i medici di Asugi, che effettuano i rilievi medici, avevano visitato a Fernetti 160 migranti. Quest’anno, 162 migranti sono stati sottoposti a visite mediche soltanto nei primi due giorni di questo mese di dicembre. Ecco la riprova che lungo la rotta balcanica si sta registrando un’impennata impressionante di arrivi: +167% secondo i dati di Frontex. E il terminale italiano di questa incessante processione di disperati è Fernetti, il primo confine italiano a una manciata di chilometri da Trieste: una caserma, quattro container, altrettanti bagni chimici, niente acqua calda e quella da bere la si attinge da una gomma da giardino. Nella caserma lavorano a turno 14 poliziotti. In trincea da mesi e mesi. Setacciano i confini alla ricerca di migranti (“ci sentiamo degli aspirapolvere”, commentano) e li conducono nei container. Due sono adibiti al primo ricovero, hanno 35 posti a sedere in tutto ma sono riusciti a contenere anche un centinaio di persone, il terzo per le visite mediche e l’ultimo è l’ufficio dei poliziotti per le partiche amministrative di riconoscimento e quant’altro. “Un vero e proprio hot spot – dichiara il segretario regionale del Siap del Fvg, Pier Paolo Zanussi – anche se non è mai stato riconosciuto come tale al pari di Lampedusa, Pozzallo, Messina a e Taranto”. Eppure, Fernetti adempie agli stessi compiti, ma in condizioni nettamente peggiori. A Lampedusa, ad esempio, operano esperti delle Agenzie come Frontex, Europol, Eurojust. “Quando a Lampedusa è in arrivo una nave – aggiunge Zanussi – hanno tutto il tempo per organizzarsi e quando i nostri colleghi devono effettuare l’iter di registrazione, queste persone sono già state visitate, rifocillate, vestite. Qui arrivano alla spicciolata, giorno dopo giorno, li rintracciamo a tutte le ore e a noi sono accollati compiti che non solo non ci spettano ma non abbiamo il tempo necessario per adempierli nonostante l’aiuto di sanitari, Caritas e volontari. Questo è un vero e proprio hot spot, ma nessuno lo vuole ammettere perché la nostra è considerata frontiere interna”. Trieste e Gorizia, tramite i questori e i prefetti oltre un mese fa hanno chiesto la realizzazione di un hot spot, ma di quelli veri e riconosciuti da Roma, per alleviare una situazione che si sta facendo via via più difficile. Il Governo aveva detto di sì, la Regione aveva cantato vittoria, ma non si è visto ancora nulla. La polizia di frontiera non ha dubbi. “Hanno già questo di hot spot anche se lo tengono sotto traccia” E dopo l’iniziale entusiasmo tutto tace. Anzi, non tutto. Perché un primo no all’hot spot è arrivato dal sindaco di Trieste, Roberto Di Piazza. In un video su Fb ha detto che “Tutti mi chiedono di fare qualcosa per gli extracomunitari visto che in città so9no ovunque, ma dove li abbiamo messi hanno distrutto tutto, come al campo scout di Prosecco. Allora perché dobbiamo spendere i soldi dei cittadini italiani, perché dobbiamo fornire assistenza se poi si comportano in questo modo, perché devo andare a cercare altri posti per sistemarli se poi distruggono tutto, servizi igienici compresi? A questo punto allora io non faccio nulla per loro”. Ma neppure il primo cittadino i Gorizia, Rodolfo Ziberna, è favorevole all’hot spot. “Mi dicono – sostiene – che i prefetti avevano trovato uno o più citi, ma a me non risulta. Di certo, il territorio di Gorizia non se lo potrebbe permettere. Abbiamo il Cara di Gradisca d’Isonzo strapieno (600 immigrati anziché 250 come previsto, ndr) , mentre nella stessa Gorizia gli accampamenti di fortuna non si contano più. Un problema serissimo quello dei minori, che abbisognano di spazi diversi e che hanno costi diversi. Pochi giorni fa per collocarne due ci siamo rivolti a Salerno perché i Centri per minori non accompagnati del Nord Italia erano tutti saturi. Che fare? Uniformare il trattamento: minori e adulti devono essere gestiti dalle prefetture, mentre adesso i minori se li accollano i Comuni”. E così, grazie all’hot spot fantasma di Fernetti, il Governo ha cambiato tiro. E ha deciso di puntare in maniera perentoria sui respingimenti e le riammissioni. Ma anche questa strada è punteggiata da ostacoli. Il Governo si è precipitato a dettare la linea dura, riattivando quelle che in gergo tecnici sono definite “riammissioni informali”. Nella sua nota, il Ministero degli Interni ha chiesto di adottare “ogni 8n8ziativa volta a dare ulteriore impulso all’attività di vigilanza lungo la fascia confinaria”. Tuttavia, la polizia di frontiera di Fernetti fa notare due cose. Prima: i respingimenti necessitano di ulteriori compiti burocratici a discapito di quelli di sorveglianza dei confini. Seconda: i primi respingimenti (una tragica catena tra Italia, Slovenia e Croazia) sono andati quasi tutti a vuoto. “In questi giorni su una cinquantina di riammissioni tentate – dice ancora Zanussi – ne sono andate a buon fine forse due o tre. E questo soprattutto perché neppure gli sloveni sanno dove sistemare gli immigrati”. E una dura condanna alla politica dei respingimenti è arrivata da Dasi (Diritti, accoglienza, solidarietà), secondo cui si tratta di “una misura illegittima come da sentenza del Tribunale di Roma. I respingimenti informali sono impossibili da attuare e infatti il Governo non fornisce dati, ma sappiamo che rappresentano un numero irrisorio. E gli immigrati non vengono riaccompagnati fino in Bosnia e fuori dall’Europa perché Slovenia e Croazia non adottano più quel provvedimento”.
Nel dicembre del 2021 i medici di Asugi, che effettuano i rilievi medici, avevano visitato a Fernetti 160 migranti. Quest’anno, 162 migranti sono stati sottoposti a visite mediche soltanto nei primi due giorni di questo mese di dicembre. Ecco la riprova che lungo la rotta balcanica si sta registrando un’impennata impressionante di arrivi: +167% secondo i dati di Frontex. E il terminale italiano di questa incessante processione di disperati è Fernetti, il primo confine italiano a una manciata di chilometri da Trieste: una caserma, quattro container, altrettanti bagni chimici, niente acqua calda e quella da bere la si attinge da una gomma da giardino. Nella caserma lavorano a turno 14 poliziotti. In trincea da mesi e mesi. Setacciano i confini alla ricerca di migranti (“ci sentiamo degli aspirapolvere”, commentano) e li conducono nei container. Due sono adibiti al primo ricovero, hanno 35 posti a sedere in tutto ma sono riusciti a contenere anche un centinaio di persone, il terzo per le visite mediche e l’ultimo è l’ufficio dei poliziotti per le partiche amministrative di riconoscimento e quant’altro. “Un vero e proprio hot spot – dichiara il segretario regionale del Siap del Fvg, Pier Paolo Zanussi – anche se non è mai stato riconosciuto come tale al pari di Lampedusa, Pozzallo, Messina a e Taranto”. Eppure, Fernetti adempie agli stessi compiti, ma in condizioni nettamente peggiori. A Lampedusa, ad esempio, operano esperti delle Agenzie come Frontex, Europol, Eurojust. “Quando a Lampedusa è in arrivo una nave – aggiunge Zanussi – hanno tutto il tempo per organizzarsi e quando i nostri colleghi devono effettuare l’iter di registrazione, queste persone sono già state visitate, rifocillate, vestite. Qui arrivano alla spicciolata, giorno dopo giorno, li rintracciamo a tutte le ore e a noi sono accollati compiti che non solo non ci spettano ma non abbiamo il tempo necessario per adempierli nonostante l’aiuto di sanitari, Caritas e volontari. Questo è un vero e proprio hot spot, ma nessuno lo vuole ammettere perché la nostra è considerata frontiere interna”. Trieste e Gorizia, tramite i questori e i prefetti oltre un mese fa hanno chiesto la realizzazione di un hot spot, ma di quelli veri e riconosciuti da Roma, per alleviare una situazione che si sta facendo via via più difficile. Il Governo aveva detto di sì, la Regione aveva cantato vittoria, ma non si è visto ancora nulla. La polizia di frontiera non ha dubbi. “Hanno già questo di hot spot anche se lo tengono sotto traccia” E dopo l’iniziale entusiasmo tutto tace. Anzi, non tutto. Perché un primo no all’hot spot è arrivato dal sindaco di Trieste, Roberto Di Piazza. In un video su Fb ha detto che “Tutti mi chiedono di fare qualcosa per gli extracomunitari visto che in città so9no ovunque, ma dove li abbiamo messi hanno distrutto tutto, come al campo scout di Prosecco. Allora perché dobbiamo spendere i soldi dei cittadini italiani, perché dobbiamo fornire assistenza se poi si comportano in questo modo, perché devo andare a cercare altri posti per sistemarli se poi distruggono tutto, servizi igienici compresi? A questo punto allora io non faccio nulla per loro”. Ma neppure il primo cittadino i Gorizia, Rodolfo Ziberna, è favorevole all’hot spot. “Mi dicono – sostiene – che i prefetti avevano trovato uno o più citi, ma a me non risulta. Di certo, il territorio di Gorizia non se lo potrebbe permettere. Abbiamo il Cara di Gradisca d’Isonzo strapieno (600 immigrati anziché 250 come previsto, ndr) , mentre nella stessa Gorizia gli accampamenti di fortuna non si contano più. Un problema serissimo quello dei minori, che abbisognano di spazi diversi e che hanno costi diversi. Pochi giorni fa per collocarne due ci siamo rivolti a Salerno perché i Centri per minori non accompagnati del Nord Italia erano tutti saturi. Che fare? Uniformare il trattamento: minori e adulti devono essere gestiti dalle prefetture, mentre adesso i minori se li accollano i Comuni”. E così, grazie all’hot spot fantasma di Fernetti, il Governo ha cambiato tiro. E ha deciso di puntare in maniera perentoria sui respingimenti e le riammissioni. Ma anche questa strada è punteggiata da ostacoli. Il Governo si è precipitato a dettare la linea dura, riattivando quelle che in gergo tecnici sono definite “riammissioni informali”. Nella sua nota, il Ministero degli Interni ha chiesto di adottare “ogni 8n8ziativa volta a dare ulteriore impulso all’attività di vigilanza lungo la fascia confinaria”. Tuttavia, la polizia di frontiera di Fernetti fa notare due cose. Prima: i respingimenti necessitano di ulteriori compiti burocratici a discapito di quelli di sorveglianza dei confini. Seconda: i primi respingimenti (una tragica catena tra Italia, Slovenia e Croazia) sono andati quasi tutti a vuoto. “In questi giorni su una cinquantina di riammissioni tentate – dice ancora Zanussi – ne sono andate a buon fine forse due o tre. E questo soprattutto perché neppure gli sloveni sanno dove sistemare gli immigrati”. E una dura condanna alla politica dei respingimenti è arrivata da Dasi (Diritti, accoglienza, solidarietà), secondo cui si tratta di “una misura illegittima come da sentenza del Tribunale di Roma. I respingimenti informali sono impossibili da attuare e infatti il Governo non fornisce dati, ma sappiamo che rappresentano un numero irrisorio. E gli immigrati non vengono riaccompagnati fino in Bosnia e fuori dall’Europa perché Slovenia e Croazia non adottano più quel provvedimento”.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli