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Attualità

In morte di Umberto Bossi. Una questione di identità

di Redazione -


di Alessandro Scipioni

 Umberto Bossi ha incarnato, per un’intera generazione, la ribellione del Nord contro un’Italia percepita come centralista e parassitaria. Ha trasformato un malcontento diffuso, contro le tasse, la burocrazia, il senso di abbandono; in un movimento politico che ha ridisegnato la geografia della Seconda Repubblica.

Chi scrive ha militato per quasi vent’anni in quel partito, da romano, movimento che inneggiava a “Roma ladrona”. Non era un passaggio indolore: era quasi un’eresia. Eppure lo compii, perché in Bossi riconobbi un populista nazionale ante litteram, capace di fondere il disagio sociale delle officine e delle piccole imprese con la difesa orgogliosa di un’identità territoriale minacciata. Non era becero secessionismo. 

Bossi incarnava la rivendicazione di un popolo che si sentiva derubato della propria fatica.

La “Roma ladrona” non era l’urbe patria della cultura occidentale, erano i palazzi del potere.

Lo ricordo sui prati di Pontida, leader carismatico, padre dell’idea, ma mai inaccessibile. Potevi stringergli la mano, incrociare quello sguardo, non impediva mai a un militante di parlare con lui ed anche scambiare idee. Era militanza autentica, non di professione. 

Uno dei motivi per cui al referendum ho le idee chiare. Le inchieste giudiziarie lo hanno affossato senza che poi venisse condannato. Un altro che ha comunque pagato il conto. Innocente o meno conta il giusto in Italia. 

Bossi comprese una verità che molti ancora fingono di ignorare, lo ha ricordato con lucidità Ignazio La Russa: il federalismo autentico non poteva nascere senza Roma e senza il Sud. L’unità nazionale era il presupposto per ridisegnare l’Italia in chiave autonomista. Le sue uscite erano ruvide, provocatorie, prive di mediazioni apparenti; eppure, come mi confidò un ex sottosegretario di Forza Italia, dietro a quella durezza si celava una mente acuta, capace di negoziati serrati anche con gli interlocutori più ostili.

Pier Luigi Bersani lo ritrae con grande onestà come un avversario che si rispettava, perché credeva fino in fondo in ciò che diceva. Lo stesso Indro Montanelli gli tributò stima e amicizia.

La Lega di oggi ha mutato pelle e direzione. Eppure il popolo del Nord esiste ancora, con le sue ansie e le sue aspirazioni, e la Lega ne resta interlocutore primario. Con Bossi scompare un punto di riferimento storico per ogni federalista e autonomista. Ma le idee non muoiono con i loro artefici. Anzi, si fanno più pure, più essenziali, quando i loro promotori se ne vanno.

L’ho visto sempre segnato dalla malattia, un leone ferito che ruggiva lo stesso, nei raduni di Pontida. Quando veramente impressionavano per i numeri.

Oggi lo immagino con Roberto Maroni, a suonare tra le stelle, spingendo forse, con l’aiuto di qualche santo, verso un’autonomia vera, radicata nei territori.

Perché l’autonomia non è un capriccio nostalgico, è identità. E in un’epoca in cui il mondo premia i popoli con radici salde, l’identità non è reliquia del passato. È l’unica bussola per affrontare il futuro senza smarrire se stessi. Bossi ha sempre guardato al futuro.

Il ruggito del Senatùr echeggia ancora, nelle valli e nelle piazze del Nord e non si spegnerà, perché la questione settentrionale e dell’Autonomia è ancora in piedi e non risolta. Perché la salvaguardia dell’identità dei popoli è la grande sfida dell’Occidente nell’immediato.

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