MORTI  DUE VOLTE

Ora se la prendono con i morti. Con quelle vittime che, da sotto le macerie, piangevano nel buio, mentre qualcun altro rideva per gli affari che avrebbe fatto con il terremoto. La colpa è di quelle 24 persone, rimaste uccise sotto decine di metri di cemento del palazzo della Villa comunale a via Campo di Fossa, crollato nella terribile scossa che, alle 3.32 del 6 aprile 2009, rase al suolo L’Aquila. La loro colpa, per il giudice del tribunale civile Monica Croci, è di essere rimaste a dormire nel proprio letto, anziché trovare rifugio in strada.

Quei morti dovevano aspettarselo, avrebbero dovuto prevedere la scossa catastrofica di magnitudo 6.3 della scala Richter che ha squarciato l’edificio e ha messo fine a tutti i loro sogni, perché già nella tarda serata del 5 aprile e perfino dopo la mezzanotte del 6 c’erano stati due eventi sismici importanti. Poco conta che gli scienziati di tutto il mondo sostengano da tempo immemore l’impossibilità di prevedere quando e dove si scatenerà un terremoto, nonostante i monitoraggi dei sismografi e gli studi sull’andamento ciclico di eventi come quelli che si verificano nei punti più sensibili della Terra, ad esempio sulla faglia di Sant’Andrea, in California. Per il giudice Croci, non proprio una luminare di geofisica ma certamente una fantasiosa interprete del diritto, le vittime avrebbero dovuto immaginare che la Terra le avrebbe inghiottite. E nella sentenza per i risarcimenti ha scritto: “È fondata l’eccezione di concorso di colpa delle vittime, costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile. Concorso che può stimarsi nel 30 per cento”. È così che il giudice ha stabilito le quote del risarcimento, attribuendo le responsabilità di quelle morti per il 40 per cento al costruttore del palazzo di sei piani e al 15 per cento ciascuno ai ministeri delle Infrastrutture e dell’Interno per le omissioni di Genio civile e Prefettura, tagliando di fatto gli indennizzi ai familiari delle vittime del 30 per cento, perché i 24 morti, secondo lei, avrebbero tenuto un comportamento poco prudente rimanendo a dormire.

Eppure in udienza erano state presentate le perizie sul caso elaborate dai consulenti delle famiglie, nelle quali venivano ravvisate “gravi negligenze” sia a livello strutturale che organizzativo. Soprattutto perché gli aquilani convivevano da mesi con uno sciame sismico costante. Le scosse si susseguivano e a ogni tremore della Terra la gente correva in strada. A minimizzare la paura e l’allarme sociale dei cittadini furono le rassicurazioni della protezione civile e della Commissione grandi rischi. Tanto che i sette scienziati, che parteciparono alla riunione di sicurezza svoltasi 5 giorni prima della sciagura e che dissero agli aquilani che non sussisteva una pericolosità sismica, finirono a processo per omicidio colposo e lesioni ma, seppur condannati in primo grado, furono definitivamente assolti dalla Cassazione. E la motivazione della sentenza degli Ermellini è incardinata proprio sul concetto che i terremoti non si possono prevedere e che, dunque, nessuno avrebbe potuto informare la popolazione di un sisma certo e imminente. E anche le teorie di Giampaolo Giuliani, un ricercatore che sosteneva la prevedibilità dell’evento dallo studio dell’aumento del gas radon nel sottosuolo, fu smontata da una serie di studi condivisi dalla comunità scientifica, sulla base dei quali venne dimostrato che nei giorni precedenti non vi era stata alcuna emissione del gas e che quelle tesi erano destituite da ogni fondamento. Addirittura le rilevazioni dimostrarono che i dati del radon registrati nei mesi di marzo e aprile 2009 delineavano invece un calo di circa il 30 per cento rispetto alla media degli anni precedenti.

Insomma, gli scienziati di tutto il mondo concordano sul fatto che non c’è alcun segnale per prevedere un terremoto e allora il taglio del 30 per cento nei risarcimenti ai familiari delle 24 vittime del sisma è un pugno nello stomaco. Certamente non per i soldi, perché nessuna cifra potrà mai colmare il dolore di chi ha perso una persona cara in una tragedia così immane. Ma per la motivazione addotta per ridurre i risarcimenti. Perché il giudice Monica Croci, tra le righe, sembra quasi dire che quelle persone se la sono cercata, che se avessero voluto vivere non sarebbero dovute rimanere a dormire comodamente nel proprio letto. Una sentenza che indigna. Come indigna anche la ricostruzione dell’Aquila, che dopo 13 anni è ancora al palo, con intere strade dove ci sono ancora i cumuli di macerie e contenziosi che bloccano alcuni cantieri.

Ora se la prendono con i morti. Con quelle vittime che, da sotto le macerie, piangevano nel buio, mentre qualcun altro rideva per gli affari che avrebbe fatto con il terremoto. La colpa è di quelle 24 persone, rimaste uccise sotto decine di metri di cemento del palazzo della Villa comunale a via Campo di Fossa, crollato nella terribile scossa che, alle 3.32 del 6 aprile 2009, rase al suolo L’Aquila. La loro colpa, per il giudice del tribunale civile Monica Croci, è di essere rimaste a dormire nel proprio letto, anziché trovare rifugio in strada.

Quei morti dovevano aspettarselo, avrebbero dovuto prevedere la scossa catastrofica di magnitudo 6.3 della scala Richter che ha squarciato l’edificio e ha messo fine a tutti i loro sogni, perché già nella tarda serata del 5 aprile e perfino dopo la mezzanotte del 6 c’erano stati due eventi sismici importanti. Poco conta che gli scienziati di tutto il mondo sostengano da tempo immemore l’impossibilità di prevedere quando e dove si scatenerà un terremoto, nonostante i monitoraggi dei sismografi e gli studi sull’andamento ciclico di eventi come quelli che si verificano nei punti più sensibili della Terra, ad esempio sulla faglia di Sant’Andrea, in California. Per il giudice Croci, non proprio una luminare di geofisica ma certamente una fantasiosa interprete del diritto, le vittime avrebbero dovuto immaginare che la Terra le avrebbe inghiottite. E nella sentenza per i risarcimenti ha scritto: “È fondata l’eccezione di concorso di colpa delle vittime, costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile. Concorso che può stimarsi nel 30 per cento”. È così che il giudice ha stabilito le quote del risarcimento, attribuendo le responsabilità di quelle morti per il 40 per cento al costruttore del palazzo di sei piani e al 15 per cento ciascuno ai ministeri delle Infrastrutture e dell’Interno per le omissioni di Genio civile e Prefettura, tagliando di fatto gli indennizzi ai familiari delle vittime del 30 per cento, perché i 24 morti, secondo lei, avrebbero tenuto un comportamento poco prudente rimanendo a dormire.

Eppure in udienza erano state presentate le perizie sul caso elaborate dai consulenti delle famiglie, nelle quali venivano ravvisate “gravi negligenze” sia a livello strutturale che organizzativo. Soprattutto perché gli aquilani convivevano da mesi con uno sciame sismico costante. Le scosse si susseguivano e a ogni tremore della Terra la gente correva in strada. A minimizzare la paura e l’allarme sociale dei cittadini furono le rassicurazioni della protezione civile e della Commissione grandi rischi. Tanto che i sette scienziati, che parteciparono alla riunione di sicurezza svoltasi 5 giorni prima della sciagura e che dissero agli aquilani che non sussisteva una pericolosità sismica, finirono a processo per omicidio colposo e lesioni ma, seppur condannati in primo grado, furono definitivamente assolti dalla Cassazione. E la motivazione della sentenza degli Ermellini è incardinata proprio sul concetto che i terremoti non si possono prevedere e che, dunque, nessuno avrebbe potuto informare la popolazione di un sisma certo e imminente. E anche le teorie di Giampaolo Giuliani, un ricercatore che sosteneva la prevedibilità dell’evento dallo studio dell’aumento del gas radon nel sottosuolo, fu smontata da una serie di studi condivisi dalla comunità scientifica, sulla base dei quali venne dimostrato che nei giorni precedenti non vi era stata alcuna emissione del gas e che quelle tesi erano destituite da ogni fondamento. Addirittura le rilevazioni dimostrarono che i dati del radon registrati nei mesi di marzo e aprile 2009 delineavano invece un calo di circa il 30 per cento rispetto alla media degli anni precedenti.

Insomma, gli scienziati di tutto il mondo concordano sul fatto che non c’è alcun segnale per prevedere un terremoto e allora il taglio del 30 per cento nei risarcimenti ai familiari delle 24 vittime del sisma è un pugno nello stomaco. Certamente non per i soldi, perché nessuna cifra potrà mai colmare il dolore di chi ha perso una persona cara in una tragedia così immane. Ma per la motivazione addotta per ridurre i risarcimenti. Perché il giudice Monica Croci, tra le righe, sembra quasi dire che quelle persone se la sono cercata, che se avessero voluto vivere non sarebbero dovute rimanere a dormire comodamente nel proprio letto. Una sentenza che indigna. Come indigna anche la ricostruzione dell’Aquila, che dopo 13 anni è ancora al palo, con intere strade dove ci sono ancora i cumuli di macerie e contenziosi che bloccano alcuni cantieri.

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