Mosca pronta a sedersi al tavolo dei negoziati. Il ruolo di Erdogan

Mosca è pronta a sedersi al tavolo della pace. “La Russia darà una risposta positiva non appena l’Ucraina esprimerà la volontà di tornare al tavolo dei negoziati”. Lo annuncia il viceministro degli Esteri russo Andrey Rudenko, riportato dalle agenzie russe. “Il processo negoziale non è stato interrotto da noi. È stato messo in pausa dai nostri partner ucraini. Non appena esprimeranno la loro volontà di tornare al tavolo dei negoziati, risponderemo positivamente”, ha affermato. “La cosa principale è avere qualcosa di cui discutere”, fa presente Rudenko.
La mossa della Russia è chiara: dimostrare che è Kiev a non voler trattare un cessate il fuoco. Anche perché le condizioni poste dal presidente ucraino Zelensky per sedersi al tavolo dei negoziati sono irricevibili per Mosca: il completo ritiro delle truppe russe dall’Ucraina. Va da sé che la richiesta di Zelensky è un modo per allontanare i negoziati.
Sul fronte diplomatico non si può non mettere in correlazione alla richiesta di ingresso nella Nato da parte di Finlandia e Svezia la posizione contraria della Turchia. Posto che Kiev allontana la pace fintanto che continua a ricevere armi dall’Occidente per resistere all’invasione russa, anche la mossa per ampliare la Nato nel Baltico di certo non va nella direzione di una soluzione diplomatica del conflitto. Anzi, getta benzina sul fuoco. Mosca infatti dal canto suo avverte che se Helsinki dovesse entrare nella Nato – e quindi la Federazione russa si ritroverebbe con 1.300 chilometri di confine non più neutrali – prenderà le contromisure del caso. L’ampliamento dell’Alleanza atlantica a nordest creerebbe una inevitabile tensione militare. Lo dice il Cremlino, sì. Ma lo suggerisce anche il buon senso. Ebbene, in tale scenario, Erdogan con il suo no a oltranza all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, sta cercando di preservare la terzietà della Turchia rispetto al conflitto.
Perché il “sultano” punta a fare da mediatore per i negoziati russo-ucraini. E per riuscirci deve rimanere nel mezzo: con un piede nella Nato e uno nel Mar Nero. Senza nuocere a Mosca, soprattutto. Questo perché la posizione strategica della Turchia è di fondamentale importanza per le basi Nato. Quindi Erdogan ha margine di trattativa con l’Alleanza atlantica. In tal senso sono più che chiare le richieste di Ankara: da un lato, estradizione dei terroristi curdi del Pkk e dei golpisti gulenisti da Finlandia e Svezia; dall’altro, via l’embargo sulle armi con la possibilità di acquistare armamenti come i caccia Usa F35 e i missili russi S-400. Fintanto che la trattativa procede, l’ingresso di Helsinki e Stoccolma resta in stand by. In tal modo Erdogan può lavorare per portare Russia e Ucraina al tavolo dei negoziati. Anche perché se in questa crisi è provvidenziale che la Turchia sia nel mezzo, mutando gli equilibri con l’ampliamento dell’Alleanza atlantica – de facto antirussa – al contrario potrebbe ritrovarsi schiacciata da un lato dalle pressioni Usa-Ue-Nato e dall’altro dalla Russia non più così amica. Per il “sultano”, insomma, il gioco deve valere la candela.

Mosca è pronta a sedersi al tavolo della pace. “La Russia darà una risposta positiva non appena l’Ucraina esprimerà la volontà di tornare al tavolo dei negoziati”. Lo annuncia il viceministro degli Esteri russo Andrey Rudenko, riportato dalle agenzie russe. “Il processo negoziale non è stato interrotto da noi. È stato messo in pausa dai nostri partner ucraini. Non appena esprimeranno la loro volontà di tornare al tavolo dei negoziati, risponderemo positivamente”, ha affermato. “La cosa principale è avere qualcosa di cui discutere”, fa presente Rudenko.
La mossa della Russia è chiara: dimostrare che è Kiev a non voler trattare un cessate il fuoco. Anche perché le condizioni poste dal presidente ucraino Zelensky per sedersi al tavolo dei negoziati sono irricevibili per Mosca: il completo ritiro delle truppe russe dall’Ucraina. Va da sé che la richiesta di Zelensky è un modo per allontanare i negoziati.
Sul fronte diplomatico non si può non mettere in correlazione alla richiesta di ingresso nella Nato da parte di Finlandia e Svezia la posizione contraria della Turchia. Posto che Kiev allontana la pace fintanto che continua a ricevere armi dall’Occidente per resistere all’invasione russa, anche la mossa per ampliare la Nato nel Baltico di certo non va nella direzione di una soluzione diplomatica del conflitto. Anzi, getta benzina sul fuoco. Mosca infatti dal canto suo avverte che se Helsinki dovesse entrare nella Nato – e quindi la Federazione russa si ritroverebbe con 1.300 chilometri di confine non più neutrali – prenderà le contromisure del caso. L’ampliamento dell’Alleanza atlantica a nordest creerebbe una inevitabile tensione militare. Lo dice il Cremlino, sì. Ma lo suggerisce anche il buon senso. Ebbene, in tale scenario, Erdogan con il suo no a oltranza all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, sta cercando di preservare la terzietà della Turchia rispetto al conflitto.
Perché il “sultano” punta a fare da mediatore per i negoziati russo-ucraini. E per riuscirci deve rimanere nel mezzo: con un piede nella Nato e uno nel Mar Nero. Senza nuocere a Mosca, soprattutto. Questo perché la posizione strategica della Turchia è di fondamentale importanza per le basi Nato. Quindi Erdogan ha margine di trattativa con l’Alleanza atlantica. In tal senso sono più che chiare le richieste di Ankara: da un lato, estradizione dei terroristi curdi del Pkk e dei golpisti gulenisti da Finlandia e Svezia; dall’altro, via l’embargo sulle armi con la possibilità di acquistare armamenti come i caccia Usa F35 e i missili russi S-400. Fintanto che la trattativa procede, l’ingresso di Helsinki e Stoccolma resta in stand by. In tal modo Erdogan può lavorare per portare Russia e Ucraina al tavolo dei negoziati. Anche perché se in questa crisi è provvidenziale che la Turchia sia nel mezzo, mutando gli equilibri con l’ampliamento dell’Alleanza atlantica – de facto antirussa – al contrario potrebbe ritrovarsi schiacciata da un lato dalle pressioni Usa-Ue-Nato e dall’altro dalla Russia non più così amica. Per il “sultano”, insomma, il gioco deve valere la candela.

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