Mosca: “Pronti ad aprire i corridoi del grano”

La Russia si dice “pronta al dialogo con tutte le parti” per risolvere la situazione delle navi di grano bloccate in Ucraina. Alle accuse della presidente della Commissione europea von der Leyen, che aveva parlato di “ricatto” di Mosca, colpevole di usare l’enorme quantitativo di grano bloccato nei porti per “aumentare i prezzi o commerciare grano in cambio di sostegno politico”, risponde il viceministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. “Siamo sempre pronti al dialogo con tutti coloro che si battono per la pace, per una soluzione pacifica di tutti i problemi. Lascio alla sua coscienza la dichiarazione di Ursula von der Leyen”.

Nei giorni scorsi anche dal segretario di Stato americano Antony Blinken erano giunte accuse alla Russia di usare il cibo come arma in Ucraina, tenendo in ostaggio forniture per milioni di persone in tutto il mondo. Ma anche in questo caso la risposta del Cremlino non cambia: è stato l’Occidente a innescare la crisi schiaffeggiando Mosca con le sanzioni.  “Abbiamo ripetutamente affermato su questo tema che la soluzione al problema alimentare richiede un approccio globale –  sottolinea Rudenko – tra cui la rimozione delle sanzioni e restrizioni imposte alle esportazioni russe e alle transazioni finanziarie. Si richiede inoltre all’Ucraina di sminare tutti i porti in cui sono attraccate le navi. La Russia e’ pronta ad aprire i necessari corridoi umanitari, cosa che fa ogni giorno”.

Non si interrompe, dunque, il palleggio di responsabilità sul posizionamento delle mine alla deriva nel Mar Nero, con una parte che accusa l’altra. Un problema che richiama anche i costi assicurativi verosimilmente alti per qualsiasi nave che dovrebbe sfidare queste rotte marittime e rappresenta un’urgenza da risolvere, perché è pronta a salpare la flotta di quella che il Times definisce la “coalizione dei volenterosi”, con l’obiettivo di rompere il blocco russo in poche settimane.


Ma il vero passo avanti per la risoluzione della  crisi alimentare sembra essere la cooperazione internazionale. Su questo si è soffermata Ursula von der Leyen nel suo intervento a Davos: “Stiamo intensificando la nostra produzione per allentare la pressione sui mercati alimentari globali. E stiamo lavorando con il Programma alimentare mondiale in modo che le scorte disponibili e i prodotti aggiuntivi possano raggiungere i Paesi vulnerabili a prezzi accessibili. La cooperazione globale è l’antidoto al ricatto della Russia”.

Un nodo da sciogliere in tempi brevi perché su uno scenario già complesso piomba l’avvertimento della Fao: “Quello che avete visto finora è niente rispetto a ciò che vedrete se non si sblocca la situazione – avverte Pierre Vauthier, l’esperto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha inviato in Ucraina per combattere la crisi alimentare che terrorizza il pianeta -. Non parlo solo dei porti ma di semine e raccolti resi impossibili dalla battaglia, fertilizzanti russi che mancano e bisogna sostituire. È tutto stravolto».

La Russia si dice “pronta al dialogo con tutte le parti” per risolvere la situazione delle navi di grano bloccate in Ucraina. Alle accuse della presidente della Commissione europea von der Leyen, che aveva parlato di “ricatto” di Mosca, colpevole di usare l’enorme quantitativo di grano bloccato nei porti per “aumentare i prezzi o commerciare grano in cambio di sostegno politico”, risponde il viceministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. “Siamo sempre pronti al dialogo con tutti coloro che si battono per la pace, per una soluzione pacifica di tutti i problemi. Lascio alla sua coscienza la dichiarazione di Ursula von der Leyen”.

Nei giorni scorsi anche dal segretario di Stato americano Antony Blinken erano giunte accuse alla Russia di usare il cibo come arma in Ucraina, tenendo in ostaggio forniture per milioni di persone in tutto il mondo. Ma anche in questo caso la risposta del Cremlino non cambia: è stato l’Occidente a innescare la crisi schiaffeggiando Mosca con le sanzioni.  “Abbiamo ripetutamente affermato su questo tema che la soluzione al problema alimentare richiede un approccio globale –  sottolinea Rudenko – tra cui la rimozione delle sanzioni e restrizioni imposte alle esportazioni russe e alle transazioni finanziarie. Si richiede inoltre all’Ucraina di sminare tutti i porti in cui sono attraccate le navi. La Russia e’ pronta ad aprire i necessari corridoi umanitari, cosa che fa ogni giorno”.

Non si interrompe, dunque, il palleggio di responsabilità sul posizionamento delle mine alla deriva nel Mar Nero, con una parte che accusa l’altra. Un problema che richiama anche i costi assicurativi verosimilmente alti per qualsiasi nave che dovrebbe sfidare queste rotte marittime e rappresenta un’urgenza da risolvere, perché è pronta a salpare la flotta di quella che il Times definisce la “coalizione dei volenterosi”, con l’obiettivo di rompere il blocco russo in poche settimane.


Ma il vero passo avanti per la risoluzione della  crisi alimentare sembra essere la cooperazione internazionale. Su questo si è soffermata Ursula von der Leyen nel suo intervento a Davos: “Stiamo intensificando la nostra produzione per allentare la pressione sui mercati alimentari globali. E stiamo lavorando con il Programma alimentare mondiale in modo che le scorte disponibili e i prodotti aggiuntivi possano raggiungere i Paesi vulnerabili a prezzi accessibili. La cooperazione globale è l’antidoto al ricatto della Russia”.

Un nodo da sciogliere in tempi brevi perché su uno scenario già complesso piomba l’avvertimento della Fao: “Quello che avete visto finora è niente rispetto a ciò che vedrete se non si sblocca la situazione – avverte Pierre Vauthier, l’esperto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha inviato in Ucraina per combattere la crisi alimentare che terrorizza il pianeta -. Non parlo solo dei porti ma di semine e raccolti resi impossibili dalla battaglia, fertilizzanti russi che mancano e bisogna sostituire. È tutto stravolto».

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli

Squalo bianco

Il lato sinistro di Giuseppi

Lega Sud

Sorpresa il partito del Nord

Il ministro Fedriga