Mr. energy cercasi

Una figura centrale per la transizione energetica e per contenere gli effetti del caro energia che non decolla. Sono state solo 2.419, quest’anno, le nomine degli energy manager arrivate in Fire, la Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia, in riferimento alle attività intraprese nel settore privato e nella Pubblica Amministrazione intorno a temi che non sono solo di attualità per il caro energia indotto da mesi dagli effetti del conflitto russo-ucraino, ma anche per la manovra necessaria a rendere concreta nelle imprese e nella PA la transizione energetica.
Tra le poco più di 2 mila nomine, 1.606 sono relative ad energy manager nominati da soggetti obbligati e 813 da soggetti non obbligati. In proposito, la Fire registra amaramente lo stop di un trend che si affermava come in aumento fino al 2020. Purtroppo, si è interrotto il segnale di crescita dei nominati dai soggetti obbligati: si tratta di un meno 5% rispetto allo scorso anno, dopo che nei sette anni dal 2014 al 2020 le nomine erano cresciute del 15%.
Il Rapporto della Federazione, commentato da Dario Di Santo e Livio De Chicchis, evidenzia una decrescita più marcata per i soggetti obbligati, quelli che hanno consumi superiori alle soglie di legge: 1.000 tonnellate equivalenti petrolio all’anno che corrispondono, in termini energetici, a circa 1,2 milioni di metri cubi di gas naturale o a circa 5,3 GWhe in usi finali.
I settori più energivori, quelli della manifattura e del terziario, sono riusciti a contenere questa decrescita su livelli relativi. Ma ciò che preoccupa, con un’agenda del PNRR in corso da tempo, è il forte calo della Pubblica Amministrazione, un settore che Fire definisce “da sempre caratterizzato da un elevato tasso di inadempienza” aggiungendo che “una parziale spiegazione la si può ricercare nella riduzione dei consumi dovuti alla crisi, che può aver portato diversi soggetti sotto la soglia di nomina”.
Ma la cultura della sostenibilità, per chi ci crede davvero, e la stessa marcia delle Pa impegnate sull’efficientamento energetico nella valutazione delle iniziative sempre più diffuse sul territorio anche grazie al Superbonus, avrebbero voluto una buona pratica. Sarebbe stata quella di procedere lo stesso ad una nomina non solo in vista dell’aumento dei consumi impennatisi dopo l’emergenza sanitaria causata dal Covid, ma soprattutto in ragione dei prezzi dell’energia improvvisamente abbassatisi e che avevano creato un momento favorevole per policy di efficientamento energetico.
Nel settore imprenditoriale, peraltro, si evidenzia una larga percentuale di nomine volontarie mentre d’altro canto nello specifico settore del trasporto, per esempio, la stragrande maggioranza dei soggetti nominanti sono soggetti all’obbligo. Tra i settori virtuosi in termini di nomine, ancora, l’energivoro cartario e quello dell’industria alimentare, anch’esso fino a pochi mesi in panne per i costi della produzione. Stabile o quasi, rispetto al passato, il manifatturiero.
Da portare in primo piano auspicando una svolta, la diffusa inadempienza all’obbligo da parte della Pa cui, nell’analisi di Fire, si collega l’incapacità di cogliere le grandi opportunità derivanti dall’adozione di misure per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, senza dimenticare la possibilità di acquistare energia a condizioni più vantaggiose. Un energy manager può fare la differenza, per quei costi che il settore pubblico del Paese non sa imparare a ridurre, pur lamentandosene continuamente.

Una figura centrale per la transizione energetica e per contenere gli effetti del caro energia che non decolla. Sono state solo 2.419, quest’anno, le nomine degli energy manager arrivate in Fire, la Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia, in riferimento alle attività intraprese nel settore privato e nella Pubblica Amministrazione intorno a temi che non sono solo di attualità per il caro energia indotto da mesi dagli effetti del conflitto russo-ucraino, ma anche per la manovra necessaria a rendere concreta nelle imprese e nella PA la transizione energetica.
Tra le poco più di 2 mila nomine, 1.606 sono relative ad energy manager nominati da soggetti obbligati e 813 da soggetti non obbligati. In proposito, la Fire registra amaramente lo stop di un trend che si affermava come in aumento fino al 2020. Purtroppo, si è interrotto il segnale di crescita dei nominati dai soggetti obbligati: si tratta di un meno 5% rispetto allo scorso anno, dopo che nei sette anni dal 2014 al 2020 le nomine erano cresciute del 15%.
Il Rapporto della Federazione, commentato da Dario Di Santo e Livio De Chicchis, evidenzia una decrescita più marcata per i soggetti obbligati, quelli che hanno consumi superiori alle soglie di legge: 1.000 tonnellate equivalenti petrolio all’anno che corrispondono, in termini energetici, a circa 1,2 milioni di metri cubi di gas naturale o a circa 5,3 GWhe in usi finali.
I settori più energivori, quelli della manifattura e del terziario, sono riusciti a contenere questa decrescita su livelli relativi. Ma ciò che preoccupa, con un’agenda del PNRR in corso da tempo, è il forte calo della Pubblica Amministrazione, un settore che Fire definisce “da sempre caratterizzato da un elevato tasso di inadempienza” aggiungendo che “una parziale spiegazione la si può ricercare nella riduzione dei consumi dovuti alla crisi, che può aver portato diversi soggetti sotto la soglia di nomina”.
Ma la cultura della sostenibilità, per chi ci crede davvero, e la stessa marcia delle Pa impegnate sull’efficientamento energetico nella valutazione delle iniziative sempre più diffuse sul territorio anche grazie al Superbonus, avrebbero voluto una buona pratica. Sarebbe stata quella di procedere lo stesso ad una nomina non solo in vista dell’aumento dei consumi impennatisi dopo l’emergenza sanitaria causata dal Covid, ma soprattutto in ragione dei prezzi dell’energia improvvisamente abbassatisi e che avevano creato un momento favorevole per policy di efficientamento energetico.
Nel settore imprenditoriale, peraltro, si evidenzia una larga percentuale di nomine volontarie mentre d’altro canto nello specifico settore del trasporto, per esempio, la stragrande maggioranza dei soggetti nominanti sono soggetti all’obbligo. Tra i settori virtuosi in termini di nomine, ancora, l’energivoro cartario e quello dell’industria alimentare, anch’esso fino a pochi mesi in panne per i costi della produzione. Stabile o quasi, rispetto al passato, il manifatturiero.
Da portare in primo piano auspicando una svolta, la diffusa inadempienza all’obbligo da parte della Pa cui, nell’analisi di Fire, si collega l’incapacità di cogliere le grandi opportunità derivanti dall’adozione di misure per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, senza dimenticare la possibilità di acquistare energia a condizioni più vantaggiose. Un energy manager può fare la differenza, per quei costi che il settore pubblico del Paese non sa imparare a ridurre, pur lamentandosene continuamente.

Previous article
Next article
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli