Mucho Màs di Gianluca Vacchi: anche i ricchi piangono (ma questo lo sapevamo già)

Infatti, dopo le accuse dell’ex domestica che lo ha accusato di essere un mostro che la obbligava a ballare a tempo su TikTok, adesso numerosi utenti chiedono la rimozione del cortometraggio dalla piattaforma di streaming. A tal proposito va detto, prima di tutto, che chiunque è innocente fino al terzo grado di giudizio, incluso l’eccentrico Mr. Enjoy: questa cancel culture all’amatriciana va repressa sul nascere. In seconda battuta, dovrebbero essere proprio i detrattori di Vacchi a guardare Mucho Màs. E dovrebbero farlo per capire che le sue presunte vicissitudini con la colf sono l’ultimo dei problemi. Vacchi, che vanta oltre 22,2 milioni di follower su Instagram, 21,5 milioni su Tik Tok ed oltre 3 milioni su Facebook, all’inizio del documentario si presenta su una cima delle Dolomiti, vestito in smoking come una specie di James Bond rimasto chiuso nel lettino abbronzante. Da subito ci educa su come, in realtà, noi non lo conosciamo affatto. La cosa viene ripetuta più volte nei primi dieci minuti del documentario, tanto da sembrare più un’opera di autoconvincimento che un monito riferito agli spettatori. Il viveur bolognese ci guida nella sua routine quotidiana: al mattino si sveglia all’alba per chiudersi prima in una camera iperbarica, poi in una cella crioterapica. Poi prosegue impacchettandosi nel cellophane ed esercitandosi nella sua palestra privata, esortandosi da solo a non mollare, mentre annega nel sudore (una scena che sembra mutuata da American beauty). Da questo momento in poi, sarà un susseguirsi di scene in cui ci dice, a parole o tra le righe, che la sua più grande paura è il decadimento fisico: il solo pensiero della morte gli fa annebbiare gli occhi di lacrime. Perché se vi aspettavate da Mucho màs qualche minuto di stupido svago trash che vi distraesse dal vostro quotidiano, vi sbagliavate di grosso: è un pianto continuo. Quasi a voler dare alla sua immagine social una profondità a tutti i costi, Vacchi ci propina questo racconto agiografico in cui parla di sé come di un self-made man, uno che ha avuto un’infanzia rigida totalmente votata allo sport, fatta di sacrifici e studio. Della sua famiglia d’origine dice che era “benestante ma non ricca”, salvo poi parlare di vari “rami d’azienda” gestiti dal padre, di sua madre che si trasferisce con lui a Cortina perché da bimbo era un bravo sciatore e salvo soprattutto farci vedere che la lussuosa villa nel bolognese in cui tutt’ora vive è quella di papà e mamma. E non è necessario tirare in ballo l’invidia social(e) per capire che questo documentario non ci restituisce mucho màs rispetto a quanto lui stesso non ostenti continuamente davanti alla sua platea di fan: l’unica cosa su cui punta Vacchi per strapparci un po’ di empatia è la commozione, e da bravo italiano la investe tutta nella rappresentazione della sua famiglia. La coraggiosa mamma, la stupenda moglie, la figlia, i ricordi d’infanzia, tutto viene annegato in profuse lacrime dense di pathos che allo spettatore non lasciano altro che se non un po’ di imbarazzo: è come trovarsi per caso in una situazione intima altrui. Il top lo raggiunge quando, dopo essersi arrampicato su una magnifica vetta in Sardegna sulla quale poi costruirà una villa da 15 milioni di euro, Vacchi si mette a piangere pensando a quando non ci sarà più. Il tristo mietitore rompe la quarta parete e ci lascia sbirciare un atomo di verità, ma è un fugace secondo. Perché tutto il resto, dalle interviste di chi lo conosce alle riprese hollywoodiane delle varie proprietà di lusso che ha in giro nel mondo, è solo un kolossal sulla sua vita. Nessun contenuto “esclusivo”: grazie al suo documentario abbiamo scoperto che Vacchi è nato ricco, è tutt’ora ricco, ha una vita perfetta ma qualche volta (anzi, spesso) piange pure lui. E forse ha più paura di morire dell’operaio che va in cantiere tutte le mattine. Un po’ come The Ferragnez, Mucho màs manca l’obiettivo invece azzeccato da altri documentari sugli influencer, come The American meme. Non ci restituisce la verità, ma la sua verità. Non c’è controversia, tensione: i vip italiani, in modo un po’ provinciale, la maschera non la mettono giù manco a morire. A meno che non si tratti di far commuovere la casalinga di Voghera. Ma anche quello è marketing. E del miglior tipo.

Infatti, dopo le accuse dell’ex domestica che lo ha accusato di essere un mostro che la obbligava a ballare a tempo su TikTok, adesso numerosi utenti chiedono la rimozione del cortometraggio dalla piattaforma di streaming. A tal proposito va detto, prima di tutto, che chiunque è innocente fino al terzo grado di giudizio, incluso l’eccentrico Mr. Enjoy: questa cancel culture all’amatriciana va repressa sul nascere. In seconda battuta, dovrebbero essere proprio i detrattori di Vacchi a guardare Mucho Màs. E dovrebbero farlo per capire che le sue presunte vicissitudini con la colf sono l’ultimo dei problemi. Vacchi, che vanta oltre 22,2 milioni di follower su Instagram, 21,5 milioni su Tik Tok ed oltre 3 milioni su Facebook, all’inizio del documentario si presenta su una cima delle Dolomiti, vestito in smoking come una specie di James Bond rimasto chiuso nel lettino abbronzante. Da subito ci educa su come, in realtà, noi non lo conosciamo affatto. La cosa viene ripetuta più volte nei primi dieci minuti del documentario, tanto da sembrare più un’opera di autoconvincimento che un monito riferito agli spettatori. Il viveur bolognese ci guida nella sua routine quotidiana: al mattino si sveglia all’alba per chiudersi prima in una camera iperbarica, poi in una cella crioterapica. Poi prosegue impacchettandosi nel cellophane ed esercitandosi nella sua palestra privata, esortandosi da solo a non mollare, mentre annega nel sudore (una scena che sembra mutuata da American beauty). Da questo momento in poi, sarà un susseguirsi di scene in cui ci dice, a parole o tra le righe, che la sua più grande paura è il decadimento fisico: il solo pensiero della morte gli fa annebbiare gli occhi di lacrime. Perché se vi aspettavate da Mucho màs qualche minuto di stupido svago trash che vi distraesse dal vostro quotidiano, vi sbagliavate di grosso: è un pianto continuo. Quasi a voler dare alla sua immagine social una profondità a tutti i costi, Vacchi ci propina questo racconto agiografico in cui parla di sé come di un self-made man, uno che ha avuto un’infanzia rigida totalmente votata allo sport, fatta di sacrifici e studio. Della sua famiglia d’origine dice che era “benestante ma non ricca”, salvo poi parlare di vari “rami d’azienda” gestiti dal padre, di sua madre che si trasferisce con lui a Cortina perché da bimbo era un bravo sciatore e salvo soprattutto farci vedere che la lussuosa villa nel bolognese in cui tutt’ora vive è quella di papà e mamma. E non è necessario tirare in ballo l’invidia social(e) per capire che questo documentario non ci restituisce mucho màs rispetto a quanto lui stesso non ostenti continuamente davanti alla sua platea di fan: l’unica cosa su cui punta Vacchi per strapparci un po’ di empatia è la commozione, e da bravo italiano la investe tutta nella rappresentazione della sua famiglia. La coraggiosa mamma, la stupenda moglie, la figlia, i ricordi d’infanzia, tutto viene annegato in profuse lacrime dense di pathos che allo spettatore non lasciano altro che se non un po’ di imbarazzo: è come trovarsi per caso in una situazione intima altrui. Il top lo raggiunge quando, dopo essersi arrampicato su una magnifica vetta in Sardegna sulla quale poi costruirà una villa da 15 milioni di euro, Vacchi si mette a piangere pensando a quando non ci sarà più. Il tristo mietitore rompe la quarta parete e ci lascia sbirciare un atomo di verità, ma è un fugace secondo. Perché tutto il resto, dalle interviste di chi lo conosce alle riprese hollywoodiane delle varie proprietà di lusso che ha in giro nel mondo, è solo un kolossal sulla sua vita. Nessun contenuto “esclusivo”: grazie al suo documentario abbiamo scoperto che Vacchi è nato ricco, è tutt’ora ricco, ha una vita perfetta ma qualche volta (anzi, spesso) piange pure lui. E forse ha più paura di morire dell’operaio che va in cantiere tutte le mattine. Un po’ come The Ferragnez, Mucho màs manca l’obiettivo invece azzeccato da altri documentari sugli influencer, come The American meme. Non ci restituisce la verità, ma la sua verità. Non c’è controversia, tensione: i vip italiani, in modo un po’ provinciale, la maschera non la mettono giù manco a morire. A meno che non si tratti di far commuovere la casalinga di Voghera. Ma anche quello è marketing. E del miglior tipo.

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