Nasce la Rete dei Rifugi Sentinelle del Clima

Il climate change ha bisogno di un monitoraggio continuo. Per questo nasce la Rete dei Rifugi Sentinelle del Clima. Coinvolgerà 19 siti osservativi, quindici Rifugi CAI e quattro Osservatori Cnr. Si occuperà del monitoraggio meteo-climatico lungo tutta la penisola, dalle Alpi al centro del Bacino del Mediterraneo, per avere un quadro reale sullo stato del clima e dell’ambiente sulle nostre montagne e sul nostro territorio.

L’accordo tra CAI e CNR mette in campo risorse ed infrastrutture in aree particolarmente significative e sensibili per lo studio del clima, aprendo a studi a scala locale circa gli aspetti correlati non solo alla meteorologia, ma anche al clima, alla composizione dell’atmosfera, alle analisi ambientali, geologiche e geomorfologiche e, nei siti idonei, alle aree glaciali e periglaciali.

Il bacino del Mediterraneo e le regioni montane di alta quota sono definiti “hot-spot climatici”, siti dove il clima sta mutando più velocemente che nelle altre aree. Questo programma si focalizza sugli ambienti di alta quota della nostra penisola, promuovendo osservazioni meteorologiche perché i dati che saranno raccolti, insieme alle proiezioni elaborate dai modelli climatici, possano offrire negli anni la possibilità di tracciare lo stato presente e di produrre attendibili scenari evolutivi sul futuro delle montagne del nostro Paese.

“Le osservazioni di temperatura del Pianeta  – è scritto nel primo Report dei Rifugi – riferiscono che gli ultimi due decenni sono stati i più caldi dal 1850. Secondo Copernicus Climate Change Service – C3S (programma coordinato e gestito dalla Commissione europea) il 2020 a livello mondiale è stato circa 1,25 °C al di sopra del periodo preindustriale 1850-1900, alla pari del 2016, l’anno più caldo mai registrato. Anche per l’Europa il 2020 si è rivelato l’anno più caldo fin qui registrato, mentre in Italia, a partire dal 1800, è stato secondo solo al 2018, come rilevato dal CNR-ISAC. Questo innalzamento delle temperature si manifesta anche in alta quota, come rileva il Comitato Glaciologico Italiano. Si stima infatti che la superficie dei ghiacciai delle Alpi si sia ridotta mediamente negli ultimi 150 anni del 60%, con casi estremi, come la Marmolada, che ha perso in cent’anni un volume di circa il 90%. Il riscaldamento globale, ma anche la deposizione di particolato assorbente di origine antropica e naturale, sono tra i principali responsabili di quello che già oggi si configura come un disastro ambientale”.

A partire da questo scenario, se le tendenze climatiche rimangono invariate, si stima che nel 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3000 m di quota saranno estinti. Nel 2100, sulle Alpi italiane, le aree glaciali saranno presenti solo alle quote più elevate dei massicci più imponenti. Gli ambienti proglaciali si espanderanno a scapito di quelli glaciali. L’ulteriore aumento delle temperature, previsto, se non si adotteranno apposite politiche di contenimento delle emissioni climalteranti, farà si che i processi di instabilità naturale aumenteranno ancora di più rispetto ad oggi, in frequenza e magnitudo, a causa della fusione delle masse glaciali e della degradazione del permafrost.

Il climate change ha bisogno di un monitoraggio continuo. Per questo nasce la Rete dei Rifugi Sentinelle del Clima. Coinvolgerà 19 siti osservativi, quindici Rifugi CAI e quattro Osservatori Cnr. Si occuperà del monitoraggio meteo-climatico lungo tutta la penisola, dalle Alpi al centro del Bacino del Mediterraneo, per avere un quadro reale sullo stato del clima e dell’ambiente sulle nostre montagne e sul nostro territorio.

L’accordo tra CAI e CNR mette in campo risorse ed infrastrutture in aree particolarmente significative e sensibili per lo studio del clima, aprendo a studi a scala locale circa gli aspetti correlati non solo alla meteorologia, ma anche al clima, alla composizione dell’atmosfera, alle analisi ambientali, geologiche e geomorfologiche e, nei siti idonei, alle aree glaciali e periglaciali.

Il bacino del Mediterraneo e le regioni montane di alta quota sono definiti “hot-spot climatici”, siti dove il clima sta mutando più velocemente che nelle altre aree. Questo programma si focalizza sugli ambienti di alta quota della nostra penisola, promuovendo osservazioni meteorologiche perché i dati che saranno raccolti, insieme alle proiezioni elaborate dai modelli climatici, possano offrire negli anni la possibilità di tracciare lo stato presente e di produrre attendibili scenari evolutivi sul futuro delle montagne del nostro Paese.

“Le osservazioni di temperatura del Pianeta  – è scritto nel primo Report dei Rifugi – riferiscono che gli ultimi due decenni sono stati i più caldi dal 1850. Secondo Copernicus Climate Change Service – C3S (programma coordinato e gestito dalla Commissione europea) il 2020 a livello mondiale è stato circa 1,25 °C al di sopra del periodo preindustriale 1850-1900, alla pari del 2016, l’anno più caldo mai registrato. Anche per l’Europa il 2020 si è rivelato l’anno più caldo fin qui registrato, mentre in Italia, a partire dal 1800, è stato secondo solo al 2018, come rilevato dal CNR-ISAC. Questo innalzamento delle temperature si manifesta anche in alta quota, come rileva il Comitato Glaciologico Italiano. Si stima infatti che la superficie dei ghiacciai delle Alpi si sia ridotta mediamente negli ultimi 150 anni del 60%, con casi estremi, come la Marmolada, che ha perso in cent’anni un volume di circa il 90%. Il riscaldamento globale, ma anche la deposizione di particolato assorbente di origine antropica e naturale, sono tra i principali responsabili di quello che già oggi si configura come un disastro ambientale”.

A partire da questo scenario, se le tendenze climatiche rimangono invariate, si stima che nel 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3000 m di quota saranno estinti. Nel 2100, sulle Alpi italiane, le aree glaciali saranno presenti solo alle quote più elevate dei massicci più imponenti. Gli ambienti proglaciali si espanderanno a scapito di quelli glaciali. L’ulteriore aumento delle temperature, previsto, se non si adotteranno apposite politiche di contenimento delle emissioni climalteranti, farà si che i processi di instabilità naturale aumenteranno ancora di più rispetto ad oggi, in frequenza e magnitudo, a causa della fusione delle masse glaciali e della degradazione del permafrost.

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