“Nel 2050 – Passaggio al nuovo mondo”

Paolo Perulli: intellettuali e creativi potranno salvarci

Il libro di Paolo Perulli “Nel 2050 – Passaggio al nuovo mondo”, Il Mulino, €. 14,00, è un appello agli intellettuali e ai creativi perché si impegnino senza troppi indugi nelle progettazione del nuovo mondo possibile. La pandemia, secondo l’Autore, sociologo dell’economia e docente in prestigiose Università, ha messo a nudo la crisi, drammatica per l’umanità, derivante da errori e da orrori occultati in trent’anni di globalizzazione. Errori gravissimi che “hanno messo a rischio la Terra e creato una neoplebe planetaria” soggiogata da una ristretta élite, munita di un enorme potere finanziario e decisionale esercitato in ogni angolo del globo terrestre, “contrapposta ad una classe creativa dotata di sapere ma priva di potere”. Il mondo globalizzato, con l’esternalizzazione e la delocalizzazione delle produzioni, e con la circolazione di tutto ciò che può essere spostato ovunque in tempi rapidi o accelerati, è diventato un selvaggio mercato unico regolato da proprie regole esclusivamente economico-produtive svuotate di valenza sociale, di senso esistenziale ed umanitario, prive in assoluto di ogni sorta di tutela e regolamentazione. Esso è soggetto soltanto alle dinamiche incontrollabili dei mercati finanziari e delle multinazionali digitali e risulta caratterizzato da innalzamenti forsennati dei rischi, dello stress, dell’insicurezza. La società globale dell’algoritmo produce da un lato grandi profitti e dall’altro altrettanto grande impoverimento. Al contempo globalizza il rischio divenuto ormai incalcolabile. E quando il rischio incalcolabile si verifica in un posto qualsiasi del globo terrestre, i suoi effetti catastrofici “si propagano a tutto il mondo esattamente come avviene con la pandemia e con la crisi ecologica”. La società globale dell’algoritmo è ormai la società globale della sfiducia “tra Stati e negli Stati”, tra imprese e imprese, tra imprese e lavoratori sottopagati, precari, semischiavi. Una multinazionale su tutte, al Apple, viene citata nel libro: nel 2017 il colosso di Cupertino aveva 756 fornitori nel mondo ai quali facevano riferimento 3 milioni di lavoratori. 1558 sono stati i casi di lavoro semischiavistico scoperti dalla Apple che ha costretto i fornitori a rimborsare ai lavoratori quasi 2 milioni di dollari. Molteplici risultano essere i casi analoghi e anche peggiori sul fronte del lavoro minorile e della semischiavitù. “Il 2020”, sottolinea Perulli, “ha messo davanti a noi l’evidenza dei danni incalcolabili di quella globalizzazione”. “Quella globalizzazione” che consentendo rapidi e continui spostamenti planetari di uomini e merci, ha reso possibile un’altrettanto rapida e incontrollabile circolazione del virus accelerando la crisi di sostenibilità dell’intero impianto produttivo, le catene globali di valore, già prevista per la prima volta nel lontano 1972 da parte del Club di Roma nel suo tanto irriso quanto contestato “I limiti dello sviluppo”. “L’insostenibilità del sistema”, spiega Perulli, “vuol dire ‘fuori controllo’, vuol dire crisi, catastrofe, probabilmente estinzione, di sicuro regressione sul piano economico, istituzionale, ambientale, sociale, sui livelli del benessere privato e dei servizi collettivi)”. L’Autore di “Nel 2050” segnala la metà del XXI secolo come termine estremo annunciato da molte Agenzie internazionali per correggere gli errori dell’ultimo trentennio e scongiurarne le travolgenti e tragiche conseguenze derivanti dalla somma caotica delle emergenze climatiche, virali, finanziarie, sociali che ci attendono. Il libro si sofferma sulla genesi e sui tratti essenziali del turbocapitalismo e della globalizzazione sorti dopo la caduta del Muro di Berlino e del Comunismo (1989). Il 1989 ed il 2050 vengono assunti come due date-simbolo: la prima, come fine di un’epoca (il dopoguerra), la seconda come auspicabile inizio di una fase più matura, e forse anche la sola possibile per la salvezza, fondata sulla conoscenza e pertanto frutto dell’impegno collettivo e delle capacità del ceto intellettuale e creativo, per ora munito di conoscenza ma privo di potere, di assumersi responsabilità pubbliche e di governo nell’interesse generale. Perulli analizza nel dettaglio i tre strati sociali, separati tra loro da profonde fratture, che costituiscono i principali gruppi operanti nella società. L’élite del potere ha una classe di servizio che le consente di durare nel tempo. Quest’ultima è costituita da intellettuali e creativi privi di potere benché muniti di competenze articolate e specifiche. Il terzo strato sociale è composto dalla neoplebe, massa frammentata di corpuscoli polverizzati, relegati tra gli scarti della società, addetti a lavori ripetitivi e “marginali”, parte maggioritaria del popolo e massa di manovra per governi autoritari e populisti. Gli attuali strati sociali e le loro rispettive caratteristiche vengono raffrontati, nella genesi e nella loro connotazione storica e sociologica, alla borghesia e alla classe operaia che li hanno preceduti e hanno preso forma in un arco temporale sicuramente più lungo e dunque più idoneo alla loro assetto e radicamento nelle rispettive società. Una particolare attenzione viene da Perulli dedicata all’Italia, alle sue recenti vicende socio-economiche, alla composizione qualitativa e quantitativa delle classi produttive. Anche da noi l’ecosistema è stato orrendamente menomato dall’irresponsabilità di chi doveva usare il potere per tutelarlo. Per fare un esempio, la superficie di suolo insalubre ha raggiunto in Europa tra il 60 e il 70% del suolo disponibile. La vicenda della Terra dei Fuochi e i ripetitivi, estesi incendi estivi, completano la portata del dramma ambientale Anche in merito al ceto che nel Belpaese detiene l’effettivo potere emergono dati per certi versi inquietanti. In Italia tra il 2008 e il 2020 l’élite del potere si è pressoché dimezzata “passando da 2,2 all’1,1% della popolazione lavorativa”. Anche da noi vigono il principio e la considerazione che i mercati finanziari e tecnologici dominano gli Stati “un tempo sovrani” con la conseguenza che “sono le banche d’affari internazionali a dettare l’agenda dei governi”. Buona parte del libro è poi dedicata al mondo di domani. Come sarà? e in qual modo si potranno correggere errori e danni causati da “ una classe dirigente opaca e priva di circolazione, incapace di fornire regole alla convivenza regionale e planetaria”? Perulli si addentra, dati alla mano, in un groviglio di questioni e di analisi avviate da tempo sparse per l’intero pianeta approfondendo dall’angolo visuale socio-economico il concetto di “luogo” per affrontare poi, sempre alla luce dei dati e dei numeri, l’aspetto pratico del cambiamento, urgente e vitale per il pianeta e per l’umanità. L’unica possibilità per la costruzione di un “futuro-amico”, cioè non ostile all’uomo, è individuato nella riscossa della dimensione locale abbinata alla conoscenza profonda dei territori per la costruzione di reti e filiere produttive che confluiscano in grandi stati-continente “legati da scambi più equi e basati su società glocali intelligenti”. Le tecnologie innovative e le energie non inquinanti al servizio della produzione e della logistica sono fondamentali in questo processo radicalmente innovativo del modo di produrre ricchezza e del “pensare” più equi e coesi rapporti di relazioni sociali e di convivenza civile. L’innovazione, aprendo prospettive inedite, dovrà necessariamente investire anche l’aspetto normativo e istituzionale Costruire un futuro di migliore benessere e a basso rischio ambientale in sintonia con la Natura non sarà facile. Come non sarà facile sottrarre le sorti dell’umanità alle azioni e reazioni scellerate e congiunte delle vecchie e nuove élite del potere, organizzazioni criminali e mafiose comprese. L’ammiccante, camaleontico principio “Cambiare tutto per non cambiare niente” è sempre in agguato benché, a fronte delle attuali emergenze, risulti irrevocabilmente letale. E non saranno certo le folle coreografiche dei ragazzini al seguito dell’acerba, saccente Greta Tumberg a fermare la possibile reazione della Terra alla presunzione e alla protervia dell’umanità. Perulli riporta non a caso due ammonimenti di Lucrezio che sarebbe opportuno ripristinare nella memoria collettiva. Il primo è il seguente: “Il mondo può crollare se la Natura sarà trasformata in merce”; il secondo, è ancor più inequivocabile: “(…) il cosmo può rovinare sopraffatto con un immenso fragore”. Il cambiamento climatico, gli effetti della pandemia, l’ecocidio in atto e tutto il resto dovrebbero indurci a considerare quanto sia urgente “passare al nuovo mondo” e quanto sia realistico, in mancanza di questo passaggio, tenere a mente e temere il possibile ribollire degli oceani, gli uragani e i tornadi, le siccità, il risveglio dei vulcani, tutti stanchi di subire la superba arroganza di un ospite sgradito e ingrato come l’uomo.

Paolo Gatto

Paolo Perulli: intellettuali e creativi potranno salvarci

Il libro di Paolo Perulli “Nel 2050 – Passaggio al nuovo mondo”, Il Mulino, €. 14,00, è un appello agli intellettuali e ai creativi perché si impegnino senza troppi indugi nelle progettazione del nuovo mondo possibile. La pandemia, secondo l’Autore, sociologo dell’economia e docente in prestigiose Università, ha messo a nudo la crisi, drammatica per l’umanità, derivante da errori e da orrori occultati in trent’anni di globalizzazione. Errori gravissimi che “hanno messo a rischio la Terra e creato una neoplebe planetaria” soggiogata da una ristretta élite, munita di un enorme potere finanziario e decisionale esercitato in ogni angolo del globo terrestre, “contrapposta ad una classe creativa dotata di sapere ma priva di potere”. Il mondo globalizzato, con l’esternalizzazione e la delocalizzazione delle produzioni, e con la circolazione di tutto ciò che può essere spostato ovunque in tempi rapidi o accelerati, è diventato un selvaggio mercato unico regolato da proprie regole esclusivamente economico-produtive svuotate di valenza sociale, di senso esistenziale ed umanitario, prive in assoluto di ogni sorta di tutela e regolamentazione. Esso è soggetto soltanto alle dinamiche incontrollabili dei mercati finanziari e delle multinazionali digitali e risulta caratterizzato da innalzamenti forsennati dei rischi, dello stress, dell’insicurezza. La società globale dell’algoritmo produce da un lato grandi profitti e dall’altro altrettanto grande impoverimento. Al contempo globalizza il rischio divenuto ormai incalcolabile. E quando il rischio incalcolabile si verifica in un posto qualsiasi del globo terrestre, i suoi effetti catastrofici “si propagano a tutto il mondo esattamente come avviene con la pandemia e con la crisi ecologica”. La società globale dell’algoritmo è ormai la società globale della sfiducia “tra Stati e negli Stati”, tra imprese e imprese, tra imprese e lavoratori sottopagati, precari, semischiavi. Una multinazionale su tutte, al Apple, viene citata nel libro: nel 2017 il colosso di Cupertino aveva 756 fornitori nel mondo ai quali facevano riferimento 3 milioni di lavoratori. 1558 sono stati i casi di lavoro semischiavistico scoperti dalla Apple che ha costretto i fornitori a rimborsare ai lavoratori quasi 2 milioni di dollari. Molteplici risultano essere i casi analoghi e anche peggiori sul fronte del lavoro minorile e della semischiavitù. “Il 2020”, sottolinea Perulli, “ha messo davanti a noi l’evidenza dei danni incalcolabili di quella globalizzazione”. “Quella globalizzazione” che consentendo rapidi e continui spostamenti planetari di uomini e merci, ha reso possibile un’altrettanto rapida e incontrollabile circolazione del virus accelerando la crisi di sostenibilità dell’intero impianto produttivo, le catene globali di valore, già prevista per la prima volta nel lontano 1972 da parte del Club di Roma nel suo tanto irriso quanto contestato “I limiti dello sviluppo”. “L’insostenibilità del sistema”, spiega Perulli, “vuol dire ‘fuori controllo’, vuol dire crisi, catastrofe, probabilmente estinzione, di sicuro regressione sul piano economico, istituzionale, ambientale, sociale, sui livelli del benessere privato e dei servizi collettivi)”. L’Autore di “Nel 2050” segnala la metà del XXI secolo come termine estremo annunciato da molte Agenzie internazionali per correggere gli errori dell’ultimo trentennio e scongiurarne le travolgenti e tragiche conseguenze derivanti dalla somma caotica delle emergenze climatiche, virali, finanziarie, sociali che ci attendono. Il libro si sofferma sulla genesi e sui tratti essenziali del turbocapitalismo e della globalizzazione sorti dopo la caduta del Muro di Berlino e del Comunismo (1989). Il 1989 ed il 2050 vengono assunti come due date-simbolo: la prima, come fine di un’epoca (il dopoguerra), la seconda come auspicabile inizio di una fase più matura, e forse anche la sola possibile per la salvezza, fondata sulla conoscenza e pertanto frutto dell’impegno collettivo e delle capacità del ceto intellettuale e creativo, per ora munito di conoscenza ma privo di potere, di assumersi responsabilità pubbliche e di governo nell’interesse generale. Perulli analizza nel dettaglio i tre strati sociali, separati tra loro da profonde fratture, che costituiscono i principali gruppi operanti nella società. L’élite del potere ha una classe di servizio che le consente di durare nel tempo. Quest’ultima è costituita da intellettuali e creativi privi di potere benché muniti di competenze articolate e specifiche. Il terzo strato sociale è composto dalla neoplebe, massa frammentata di corpuscoli polverizzati, relegati tra gli scarti della società, addetti a lavori ripetitivi e “marginali”, parte maggioritaria del popolo e massa di manovra per governi autoritari e populisti. Gli attuali strati sociali e le loro rispettive caratteristiche vengono raffrontati, nella genesi e nella loro connotazione storica e sociologica, alla borghesia e alla classe operaia che li hanno preceduti e hanno preso forma in un arco temporale sicuramente più lungo e dunque più idoneo alla loro assetto e radicamento nelle rispettive società. Una particolare attenzione viene da Perulli dedicata all’Italia, alle sue recenti vicende socio-economiche, alla composizione qualitativa e quantitativa delle classi produttive. Anche da noi l’ecosistema è stato orrendamente menomato dall’irresponsabilità di chi doveva usare il potere per tutelarlo. Per fare un esempio, la superficie di suolo insalubre ha raggiunto in Europa tra il 60 e il 70% del suolo disponibile. La vicenda della Terra dei Fuochi e i ripetitivi, estesi incendi estivi, completano la portata del dramma ambientale Anche in merito al ceto che nel Belpaese detiene l’effettivo potere emergono dati per certi versi inquietanti. In Italia tra il 2008 e il 2020 l’élite del potere si è pressoché dimezzata “passando da 2,2 all’1,1% della popolazione lavorativa”. Anche da noi vigono il principio e la considerazione che i mercati finanziari e tecnologici dominano gli Stati “un tempo sovrani” con la conseguenza che “sono le banche d’affari internazionali a dettare l’agenda dei governi”. Buona parte del libro è poi dedicata al mondo di domani. Come sarà? e in qual modo si potranno correggere errori e danni causati da “ una classe dirigente opaca e priva di circolazione, incapace di fornire regole alla convivenza regionale e planetaria”? Perulli si addentra, dati alla mano, in un groviglio di questioni e di analisi avviate da tempo sparse per l’intero pianeta approfondendo dall’angolo visuale socio-economico il concetto di “luogo” per affrontare poi, sempre alla luce dei dati e dei numeri, l’aspetto pratico del cambiamento, urgente e vitale per il pianeta e per l’umanità. L’unica possibilità per la costruzione di un “futuro-amico”, cioè non ostile all’uomo, è individuato nella riscossa della dimensione locale abbinata alla conoscenza profonda dei territori per la costruzione di reti e filiere produttive che confluiscano in grandi stati-continente “legati da scambi più equi e basati su società glocali intelligenti”. Le tecnologie innovative e le energie non inquinanti al servizio della produzione e della logistica sono fondamentali in questo processo radicalmente innovativo del modo di produrre ricchezza e del “pensare” più equi e coesi rapporti di relazioni sociali e di convivenza civile. L’innovazione, aprendo prospettive inedite, dovrà necessariamente investire anche l’aspetto normativo e istituzionale Costruire un futuro di migliore benessere e a basso rischio ambientale in sintonia con la Natura non sarà facile. Come non sarà facile sottrarre le sorti dell’umanità alle azioni e reazioni scellerate e congiunte delle vecchie e nuove élite del potere, organizzazioni criminali e mafiose comprese. L’ammiccante, camaleontico principio “Cambiare tutto per non cambiare niente” è sempre in agguato benché, a fronte delle attuali emergenze, risulti irrevocabilmente letale. E non saranno certo le folle coreografiche dei ragazzini al seguito dell’acerba, saccente Greta Tumberg a fermare la possibile reazione della Terra alla presunzione e alla protervia dell’umanità. Perulli riporta non a caso due ammonimenti di Lucrezio che sarebbe opportuno ripristinare nella memoria collettiva. Il primo è il seguente: “Il mondo può crollare se la Natura sarà trasformata in merce”; il secondo, è ancor più inequivocabile: “(…) il cosmo può rovinare sopraffatto con un immenso fragore”. Il cambiamento climatico, gli effetti della pandemia, l’ecocidio in atto e tutto il resto dovrebbero indurci a considerare quanto sia urgente “passare al nuovo mondo” e quanto sia realistico, in mancanza di questo passaggio, tenere a mente e temere il possibile ribollire degli oceani, gli uragani e i tornadi, le siccità, il risveglio dei vulcani, tutti stanchi di subire la superba arroganza di un ospite sgradito e ingrato come l’uomo.

Paolo Gatto

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