Nel libro di Filippo Nassetti VITE STRAORDINARIE DI PILOTI

“Il volo, in fondo, nella storia dell’uomo, da Icaro in poi, rappresenta questo, il punto d’incontro tra la suggestione folle di ascendere sopra le nuvole – scrive Filippo Nassetti – a dispetto del primo comandamento in natura, la gravità, e lo studio ingegneristico delle leggi della fisica”. E, anche per chi ne fa la propria vita, i piloti, segna la congiunzione fra una vocazione, quasi irrazionale, annunciata con calligrafia incerta nei temi di scuola, e una ferrea determinazione per superare severe selezioni e un addestramento che non conosce interruzione, dal primo brivido di decollo all’ultimo attrito di atterraggio. In “Molte aquile ho visto in volo” (Ed. Baldini+Castoldi), Filippo Nassetti narra la storia di suo fratello Alberto, che è stato il primo pilota civile al mondo a tornare in volo, dopo un delicato intervento chirurgico, deceduto all’età di 27 anni (nel 1994, a Tolosa), durante un volo di collaudo di un Airbus A330. Alberto Nassetti, a cui è stata dedicata una via, nelle vicinanze dell’aeroporto di Fiumicino e della sede centrale dell’Alitalia, quel giorno non era ai comandi dell’aereo. Sull’A330 erano in sette: due piloti, tra cui il capo collaudatore inglese, un tecnico di volo, due piloti italiani, come osservatori (Alberto e il suo collega Pier Paolo Racchetti), e due funzionari di Airbus. L’aereo cadde poco dopo il decollo. Non sopravvisse nessuno. In queste pagine la narrazione si intreccia con quella di Pier Francesco, il figlio di Pier Paolo Racchetti, che era appunto a Tolosa con Alberto Nassetti. Pier Francesco non ha conosciuto il padre, essendo nato un mese dopo l’incidente. Attualmente è primo ufficiale della compagnia Ryanair. Tra le storie e i ricordi che Filippo Nassetti alterna abilmente, riuscendo a catturare il lettore fino all’ultima riga, ci sono quelle particolari di piloti come Dino Iuorio che, nel tempo libero, si occupa di soccorso alpino; o come Tullio Picciolini che racconta, in un tema di terza elementare, il percorso professionale che lo porterà, dopo un po’ di anni, alla guida di un aereo. Mentre Francesco Miele è tornato a volare,  dopo aver subito l’amputazione di una gamba per un incidente di moto. Si è trasferito a Londra e da primo ufficiale di easyJet vola sugli Airbus A320. A Filippo Nassetti ha confidato che, quando indossa la divisa e si presenta all’aeroporto Gatwick, per prendere servizio, incrocia, a volte, sguardi curiosi. Dal suo incedere trapela qualcosa per la leggera zoppia. Qualcuno pensa magari a un infortunio a tennis o a calcetto, qualcun altro più coraggioso gli chiede. Certo, nessuno si aspetta che sotto i pantaloni ci sia una protesi.

Marco Conte ha realizzato il suo sogno alla cloche dei Boeing 777 di Alitalia e del suo Cessna con cui porta in safari aereo i turisti in Namibia e Mozambico. Nel Mali lo chiamano “Tubabu” (uomo bianco dal grande cuore)perché vi costruisce pozzi con una onlus. Ogni giorno migliaia di aerei volano e migliaia di uomini li manovrano. Gabriele Romagnoli nella prefazione sottolinea che tra loro ci sono potenziali eroi, pignoli e creativi, innamorati e cinici, capitani prudenti e temerari. La cronaca ne parla quando succede qualcosa di eccezionale: un atterraggio di fortuna, un salvataggio spericolato, o, al contrario un errore umano, troppo umano. Ma le loro storie precedono quell’attimo fatale. Allora cosa motiva un pilota? Filippo Nassetti, conclude Romagnoli, cerca la risposta meno scontata, atterrando i suoi personaggi. Proprio raccontandoci altro di loro ci fa capire perché “staccano l’ombra da terra”.

Filippo Nassetti ha scritto per “Il Foglio”, “Il Giornale”, “Panorama”, “Diario”, “Rivista Undici”, “Guerin Sportivo” e ha collaborato con alcune trasmissioni di Rai Tre. Da oltre vent’anni in Alitalia, segue i rapporti con i media e la rivista di bordo.

red

“Il volo, in fondo, nella storia dell’uomo, da Icaro in poi, rappresenta questo, il punto d’incontro tra la suggestione folle di ascendere sopra le nuvole – scrive Filippo Nassetti – a dispetto del primo comandamento in natura, la gravità, e lo studio ingegneristico delle leggi della fisica”. E, anche per chi ne fa la propria vita, i piloti, segna la congiunzione fra una vocazione, quasi irrazionale, annunciata con calligrafia incerta nei temi di scuola, e una ferrea determinazione per superare severe selezioni e un addestramento che non conosce interruzione, dal primo brivido di decollo all’ultimo attrito di atterraggio. In “Molte aquile ho visto in volo” (Ed. Baldini+Castoldi), Filippo Nassetti narra la storia di suo fratello Alberto, che è stato il primo pilota civile al mondo a tornare in volo, dopo un delicato intervento chirurgico, deceduto all’età di 27 anni (nel 1994, a Tolosa), durante un volo di collaudo di un Airbus A330. Alberto Nassetti, a cui è stata dedicata una via, nelle vicinanze dell’aeroporto di Fiumicino e della sede centrale dell’Alitalia, quel giorno non era ai comandi dell’aereo. Sull’A330 erano in sette: due piloti, tra cui il capo collaudatore inglese, un tecnico di volo, due piloti italiani, come osservatori (Alberto e il suo collega Pier Paolo Racchetti), e due funzionari di Airbus. L’aereo cadde poco dopo il decollo. Non sopravvisse nessuno. In queste pagine la narrazione si intreccia con quella di Pier Francesco, il figlio di Pier Paolo Racchetti, che era appunto a Tolosa con Alberto Nassetti. Pier Francesco non ha conosciuto il padre, essendo nato un mese dopo l’incidente. Attualmente è primo ufficiale della compagnia Ryanair. Tra le storie e i ricordi che Filippo Nassetti alterna abilmente, riuscendo a catturare il lettore fino all’ultima riga, ci sono quelle particolari di piloti come Dino Iuorio che, nel tempo libero, si occupa di soccorso alpino; o come Tullio Picciolini che racconta, in un tema di terza elementare, il percorso professionale che lo porterà, dopo un po’ di anni, alla guida di un aereo. Mentre Francesco Miele è tornato a volare,  dopo aver subito l’amputazione di una gamba per un incidente di moto. Si è trasferito a Londra e da primo ufficiale di easyJet vola sugli Airbus A320. A Filippo Nassetti ha confidato che, quando indossa la divisa e si presenta all’aeroporto Gatwick, per prendere servizio, incrocia, a volte, sguardi curiosi. Dal suo incedere trapela qualcosa per la leggera zoppia. Qualcuno pensa magari a un infortunio a tennis o a calcetto, qualcun altro più coraggioso gli chiede. Certo, nessuno si aspetta che sotto i pantaloni ci sia una protesi.

Marco Conte ha realizzato il suo sogno alla cloche dei Boeing 777 di Alitalia e del suo Cessna con cui porta in safari aereo i turisti in Namibia e Mozambico. Nel Mali lo chiamano “Tubabu” (uomo bianco dal grande cuore)perché vi costruisce pozzi con una onlus. Ogni giorno migliaia di aerei volano e migliaia di uomini li manovrano. Gabriele Romagnoli nella prefazione sottolinea che tra loro ci sono potenziali eroi, pignoli e creativi, innamorati e cinici, capitani prudenti e temerari. La cronaca ne parla quando succede qualcosa di eccezionale: un atterraggio di fortuna, un salvataggio spericolato, o, al contrario un errore umano, troppo umano. Ma le loro storie precedono quell’attimo fatale. Allora cosa motiva un pilota? Filippo Nassetti, conclude Romagnoli, cerca la risposta meno scontata, atterrando i suoi personaggi. Proprio raccontandoci altro di loro ci fa capire perché “staccano l’ombra da terra”.

Filippo Nassetti ha scritto per “Il Foglio”, “Il Giornale”, “Panorama”, “Diario”, “Rivista Undici”, “Guerin Sportivo” e ha collaborato con alcune trasmissioni di Rai Tre. Da oltre vent’anni in Alitalia, segue i rapporti con i media e la rivista di bordo.

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