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Cultura & Spettacolo

IN LIBRERIA – Nel Paese dei Ciechi

di Eleonora Ciaffoloni -


Tra i racconti più celebri di H. G. Wells, Nel paese dei ciechi occupa un posto speciale non solo nella mia libreria, ma anche nel panorama lettereario degli ultimi cento anni, per la sua forza allegorica e la sua inquietante attualità. Pubblicato nel 1904, il testo conferma la straordinaria capacità dell’autore de La guerra dei mondi di fondere avventura, speculazione filosofica e critica sociale in una narrazione breve ma densissima.

La vicenda si apre sulle Ande, in una valle remota e isolata dal resto del mondo: qui sorge un villaggio abitato esclusivamente da ciechi, discendenti di coloni colpiti generazioni prima da una malattia che ha cancellato la vista. Col tempo, non solo la cecità è divenuta condizione genetica, ma il concetto stesso di “vedere” è scomparso dalla memoria collettiva. La loro cultura, religione e organizzazione sociale si sono adattate a questa condizione, creando un equilibrio chiuso e autosufficiente.

L’arrivo di Nuñez e il rovesciamento della prospettiva

In questo microcosmo precipita accidentalmente Nuñez, scalatore esperto e guida turistica. Sopravvissuto a una rovinosa caduta, si ritrova nel leggendario “Paese dei ciechi” e crede di essere destinato a dominarlo. Forte del proverbio “In terra di ciechi l’orbo è re”, immagina di poter diventare sovrano semplicemente esibendo la propria capacità visiva. Ma la realtà lo smentisce rapidamente: per gli abitanti del villaggio la vista è un delirio, un’anomalia patologica. Nuñez non è un superiore, bensì un individuo difettoso, da rieducare e, se necessario, “curare”. Wells costruisce così una parabola potentissima sul relativismo culturale e sull’illusione della superiorità. La presunta civiltà del vedente si infrange contro l’ordine compatto di una comunità che non riconosce il suo parametro di giudizio.

Allegoria, potere e cecità morale

Nuñez, da aspirante dominatore, diventa emarginato. Persino l’amore per una giovane del villaggio non basta a garantirgli accettazione: per integrarsi dovrebbe rinunciare alla vista, considerata un disturbo mentale da estirpare chirurgicamente. Il racconto si muove su più livelli: storico-antropologico, politico, simbolico. È una riflessione sulla tentazione di imporre il proprio sguardo al mondo e sulla sottile linea che separa il desiderio di guidare da quello di dominare. Con ironia e inquietudine, Wells suggerisce che chi si proclama “re” rischia di essere soltanto uno straniero incapace di comprendere l’altro.
Breve ma vertiginoso, Nel paese dei ciechi resta una lezione narrativa e morale: la vera cecità non è forse quella di chi non vede, ma di chi crede di possedere l’unica visione possibile.

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