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NELLA TERRA DI ABRAMO

Il pellegrinaggio di Papa Francesco nel martoriato Iraq, punto di partenza per un confronto fra religioni

E non intende fermarsi, nonostante le difficoltà per la pandemia che ci coinvolge tutti e alla quale non è facile abituarsi. Riprendendo a viaggiare – è la notizia – Papa Francesco realizza il sogno tanto anelato di Giovanni Paolo II con un pellegrinaggio in Iraq, nella terra di Abramo, culla delle religioni monoteiste, ma stremato dalla guerra, dove a farne le spese sono i cristiani. Dettaglio non da poco visto che, dopo le persecuzioni compiute dallo Stato islamico, la maggior parte di loro hanno deciso di abbandonare il paese ormai sfibrato: si calcola ne siano rimasti quasi 400 mila in forte calo rispetto all’1,5 milioni del 2003. I dati ci confermano che la presenza più numerosa è quella cattolica caldea che si ferma al 67%, guidata dal Patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, creato cardinale proprio da Papa Francesco. È il 33° viaggio apostolico (5-8 marzo), il primo in epoca di pandemia, organizzato in un modo e in un’atmosfera sicuramente diversi rispetto al passato. Ma anche il primo della storia, fondamentale sul piano del già avviato dialogo con l’islam, stavolta quello sciita, durante il quale Papa Bergoglio va oltre e parla anche di pandemia: “è indegno che qualcuno pensi avidamente ai propri affari’’, delle disuguaglianze e del disarmo: “la crescente proliferazione delle armi ceda il passo alla distribuzione di cibo per tutti’’, ammonisce in maniera autorevole e inequivocabile. Poi rimarcando il concetto di pace come valore supremo da difendere chiede in sostanza di deporre le armi perché la vita è sacra e chiarisce: “se Dio è il Dio della vita – e lo è – a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è – a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome’’. E continua: “se Dio è il Dio dell’amore – e lo è – a noi non è lecito odiare i fratelli’’. Mai finora un Papa era stato in un paese arabo a maggioranza musulmana sciita e non sunnita. Si è messo in viaggio nel rispetto delle norme anti covid e con tanta voglia di confronto possibile anche laddove ci sono differenze di fede, cultura, etnia, e dunque nel tentativo di riavvicinare quei popoli, sunniti e sciiti, due mondi molto distanti e questione complessa che attiene solo alla politica, nota qualcuno, tuttavia segnali positivi sono arrivati da più parti, anche da chi, tra le autorità stesse, osteggiava l’attesa del viaggio. Papa Francesco visita Mosul, Qaraqosh, nella piana di Ninive, posti unici di cui spesso ignoriamo il valore. Fa tappa nella capitale irachena, Baghdad, per ricordare l’eroico sacrificio di quei cristiani caduti nel 2010. Poi va verso Erbil, nel kurdistan iracheno, a rassicurare dicendo nello stadio blindatissimo per la messa che la Chiesa è pronta ad intervenire “con la preghiera e la carità concreta’’ contro i terroristi senza scrupoli, per dire che “la morte non ha l’ultima parola sulla vita’’. Rieccolo in cammino, vero pellegrino nei luoghi martoriati civilmente, custodi per millenni di radicate memorie, lungo città diventate col tempo teatro di sanguinosi scontri dove ad avere la peggio erano per lo più donne e bambini vittime di soprusi e violenze di ogni genere; è allora che le case dei cristiani in fuga dai persecutori venivano segnate e bruciate. Uguale destino per una quantità notevole di opere d’arte, fatte a pezzi, o si pensi alla distruzione di antichi testi sapienziali, come mai era avvenuto prima di allora, di cui le cronache ci davano resoconto quotidiano. Di fronte ai cristiani di varie confessioni, che hanno avuto il coraggio di restare o di tornare a vivere in quei posti, a musulmani, sabei, yazidi, il Papa fa proprio il dolore per l’ostilità e il disprezzo verso la fede cristiana, culminati con una serie di atti terroristici che portarono alla distruzione dei luoghi di culto, profanati e bruciati, benché questi siano depositari di grandi patrimoni artistici, fino ad allora tenuti nascosti ai più. Si reca “ambasciatore di pace” nella città santa di Najaf, cuore dell’islam sciita, per incontrare privatamente l’autorità religiosa sciita, l’anziano Ayatollah, Ali Al-Sistani, al quale viene riconosciuto un ruolo interlocutorio nella protezione dei cristiani iracheni e del vicino e temuto Iran. Qui spera di trovare nuove forme di intermediazione, le sole che possono per il Papa fermare gli scontri, ricostruire i legami, garantire la difesa dei cristiani, i più colpiti, ricordando a tutti che “l’amore è la nostra forza, la forza di tanti fratelli e sorelle che hanno subito pregiudizi e offese, maltrattamenti e persecuzioni per il nome di Gesù.” Da Najaf è poi volato a Nassiriya, una delle comunità più colpite dall’isis, il cui nome ricorda la strage avvenuta nel 2003 quando due terroristi di al Qaeda si fecero saltare in aria provocando circa 30 morti, feriti e panico. Per poi raggiungere, protetto da mascherina, l’antica piana di Ur dei caldei, una zona archeologica che si porta dietro seimila anni di storia, ancora tutta da esplorare, dal forte valore simbolico non foss’altro che proprio lì è iniziato il cammino di Abramo “padre di tutti i credenti”, a cui fanno riferimento sicuro cristiani, musulmani ed ebrei, in nome dello stesso Dio, con qualunque nome si sia scelto di chiamarlo. È a loro, tutti debitamente salutati, che Papa Francesco dice di imboccare la via umile della fratellanza universale, a condizione però di “unire le forze” non per fini di guerra, quanto piuttosto per costruire “assieme” un futuro di pace perché, come ricorda spesso, siamo tutti fratelli anche se diversi e per questo dobbiamo accettarci nella fragilità di un mondo violento con reciproca comprensione e rispetto. Concetti chiave che riprendono alcuni interventi precedenti (ad esempio all’Onu nel 2015 e 2017 o in Giappone al Memorial peace nel 2019), ma già ben definiti quando nella sua enciclica “fratelli tutti” riflette anche sulle responsabilità delle religioni, su ciò che lega la dimensione della fede cristiana a quella delle altre confessioni, chiarendo così il suo pensiero sul tema con la consueta profondità cui ci ha da tempo abituati. È sufficiente leggere il documento sulla Fratellanza umana, firmato ad Abu Dabi il 4 febbraio 2019, operazione riuscita al di là delle aspettative, anche per merito del grande imam (sunnita) di Al-Azhar, per rendersi conto di come il Papa tenti senza risparmio nuovi passi verso l’intesa con l’islam. È un tema ricorrente nel pontificato, quello della fraternità (dal latino “fratres”, fratello), termine introdotto da Francesco d’Assisi che per primo decise di chiamare i suoi compagni fratelli. Titoli francescani per due testi epocali, quelli appena citati, non separabili l’uno dall’altro, vanno letti insieme, utili per capire di più o meglio le ragioni profonde del pontificato dove al centro è la misericordia di Dio, il quale, guardando alla storia, pur di non perderli, non mancherà di perdonare i suoi figli, di sostenerli e confortarli. Ce lo ricorda ancora una volta il Papa in questo viaggio tanto complesso e rischioso: “non si può tacere, l’offesa più blasfema è profanare il suo nome odiando il fratello”, tenendo sempre presente, sono ancora parole sue, che “ostilità, estremismo e violenza non nascono da un animo religioso, sono tradimenti della religione”. Salutato un po’ ovunque nel mondo da una rete di associazioni, movimenti e premi Nobel da anni in prima fila per le battaglie pacifiste e il disarmo, il pellegrinaggio in Iraq offre spunti di connessione con Giovanni Paolo II, di cui Papa Francesco sembra aver colto la ferma intenzione di un viaggio nel mondo arabo mai compiuto perché, come si sa, impedito.

Giacomo Cesario

Il pellegrinaggio di Papa Francesco nel martoriato Iraq, punto di partenza per un confronto fra religioni

E non intende fermarsi, nonostante le difficoltà per la pandemia che ci coinvolge tutti e alla quale non è facile abituarsi. Riprendendo a viaggiare – è la notizia – Papa Francesco realizza il sogno tanto anelato di Giovanni Paolo II con un pellegrinaggio in Iraq, nella terra di Abramo, culla delle religioni monoteiste, ma stremato dalla guerra, dove a farne le spese sono i cristiani. Dettaglio non da poco visto che, dopo le persecuzioni compiute dallo Stato islamico, la maggior parte di loro hanno deciso di abbandonare il paese ormai sfibrato: si calcola ne siano rimasti quasi 400 mila in forte calo rispetto all’1,5 milioni del 2003. I dati ci confermano che la presenza più numerosa è quella cattolica caldea che si ferma al 67%, guidata dal Patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, creato cardinale proprio da Papa Francesco. È il 33° viaggio apostolico (5-8 marzo), il primo in epoca di pandemia, organizzato in un modo e in un’atmosfera sicuramente diversi rispetto al passato. Ma anche il primo della storia, fondamentale sul piano del già avviato dialogo con l’islam, stavolta quello sciita, durante il quale Papa Bergoglio va oltre e parla anche di pandemia: “è indegno che qualcuno pensi avidamente ai propri affari’’, delle disuguaglianze e del disarmo: “la crescente proliferazione delle armi ceda il passo alla distribuzione di cibo per tutti’’, ammonisce in maniera autorevole e inequivocabile. Poi rimarcando il concetto di pace come valore supremo da difendere chiede in sostanza di deporre le armi perché la vita è sacra e chiarisce: “se Dio è il Dio della vita – e lo è – a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è – a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome’’. E continua: “se Dio è il Dio dell’amore – e lo è – a noi non è lecito odiare i fratelli’’. Mai finora un Papa era stato in un paese arabo a maggioranza musulmana sciita e non sunnita. Si è messo in viaggio nel rispetto delle norme anti covid e con tanta voglia di confronto possibile anche laddove ci sono differenze di fede, cultura, etnia, e dunque nel tentativo di riavvicinare quei popoli, sunniti e sciiti, due mondi molto distanti e questione complessa che attiene solo alla politica, nota qualcuno, tuttavia segnali positivi sono arrivati da più parti, anche da chi, tra le autorità stesse, osteggiava l’attesa del viaggio. Papa Francesco visita Mosul, Qaraqosh, nella piana di Ninive, posti unici di cui spesso ignoriamo il valore. Fa tappa nella capitale irachena, Baghdad, per ricordare l’eroico sacrificio di quei cristiani caduti nel 2010. Poi va verso Erbil, nel kurdistan iracheno, a rassicurare dicendo nello stadio blindatissimo per la messa che la Chiesa è pronta ad intervenire “con la preghiera e la carità concreta’’ contro i terroristi senza scrupoli, per dire che “la morte non ha l’ultima parola sulla vita’’. Rieccolo in cammino, vero pellegrino nei luoghi martoriati civilmente, custodi per millenni di radicate memorie, lungo città diventate col tempo teatro di sanguinosi scontri dove ad avere la peggio erano per lo più donne e bambini vittime di soprusi e violenze di ogni genere; è allora che le case dei cristiani in fuga dai persecutori venivano segnate e bruciate. Uguale destino per una quantità notevole di opere d’arte, fatte a pezzi, o si pensi alla distruzione di antichi testi sapienziali, come mai era avvenuto prima di allora, di cui le cronache ci davano resoconto quotidiano. Di fronte ai cristiani di varie confessioni, che hanno avuto il coraggio di restare o di tornare a vivere in quei posti, a musulmani, sabei, yazidi, il Papa fa proprio il dolore per l’ostilità e il disprezzo verso la fede cristiana, culminati con una serie di atti terroristici che portarono alla distruzione dei luoghi di culto, profanati e bruciati, benché questi siano depositari di grandi patrimoni artistici, fino ad allora tenuti nascosti ai più. Si reca “ambasciatore di pace” nella città santa di Najaf, cuore dell’islam sciita, per incontrare privatamente l’autorità religiosa sciita, l’anziano Ayatollah, Ali Al-Sistani, al quale viene riconosciuto un ruolo interlocutorio nella protezione dei cristiani iracheni e del vicino e temuto Iran. Qui spera di trovare nuove forme di intermediazione, le sole che possono per il Papa fermare gli scontri, ricostruire i legami, garantire la difesa dei cristiani, i più colpiti, ricordando a tutti che “l’amore è la nostra forza, la forza di tanti fratelli e sorelle che hanno subito pregiudizi e offese, maltrattamenti e persecuzioni per il nome di Gesù.” Da Najaf è poi volato a Nassiriya, una delle comunità più colpite dall’isis, il cui nome ricorda la strage avvenuta nel 2003 quando due terroristi di al Qaeda si fecero saltare in aria provocando circa 30 morti, feriti e panico. Per poi raggiungere, protetto da mascherina, l’antica piana di Ur dei caldei, una zona archeologica che si porta dietro seimila anni di storia, ancora tutta da esplorare, dal forte valore simbolico non foss’altro che proprio lì è iniziato il cammino di Abramo “padre di tutti i credenti”, a cui fanno riferimento sicuro cristiani, musulmani ed ebrei, in nome dello stesso Dio, con qualunque nome si sia scelto di chiamarlo. È a loro, tutti debitamente salutati, che Papa Francesco dice di imboccare la via umile della fratellanza universale, a condizione però di “unire le forze” non per fini di guerra, quanto piuttosto per costruire “assieme” un futuro di pace perché, come ricorda spesso, siamo tutti fratelli anche se diversi e per questo dobbiamo accettarci nella fragilità di un mondo violento con reciproca comprensione e rispetto. Concetti chiave che riprendono alcuni interventi precedenti (ad esempio all’Onu nel 2015 e 2017 o in Giappone al Memorial peace nel 2019), ma già ben definiti quando nella sua enciclica “fratelli tutti” riflette anche sulle responsabilità delle religioni, su ciò che lega la dimensione della fede cristiana a quella delle altre confessioni, chiarendo così il suo pensiero sul tema con la consueta profondità cui ci ha da tempo abituati. È sufficiente leggere il documento sulla Fratellanza umana, firmato ad Abu Dabi il 4 febbraio 2019, operazione riuscita al di là delle aspettative, anche per merito del grande imam (sunnita) di Al-Azhar, per rendersi conto di come il Papa tenti senza risparmio nuovi passi verso l’intesa con l’islam. È un tema ricorrente nel pontificato, quello della fraternità (dal latino “fratres”, fratello), termine introdotto da Francesco d’Assisi che per primo decise di chiamare i suoi compagni fratelli. Titoli francescani per due testi epocali, quelli appena citati, non separabili l’uno dall’altro, vanno letti insieme, utili per capire di più o meglio le ragioni profonde del pontificato dove al centro è la misericordia di Dio, il quale, guardando alla storia, pur di non perderli, non mancherà di perdonare i suoi figli, di sostenerli e confortarli. Ce lo ricorda ancora una volta il Papa in questo viaggio tanto complesso e rischioso: “non si può tacere, l’offesa più blasfema è profanare il suo nome odiando il fratello”, tenendo sempre presente, sono ancora parole sue, che “ostilità, estremismo e violenza non nascono da un animo religioso, sono tradimenti della religione”. Salutato un po’ ovunque nel mondo da una rete di associazioni, movimenti e premi Nobel da anni in prima fila per le battaglie pacifiste e il disarmo, il pellegrinaggio in Iraq offre spunti di connessione con Giovanni Paolo II, di cui Papa Francesco sembra aver colto la ferma intenzione di un viaggio nel mondo arabo mai compiuto perché, come si sa, impedito.

Giacomo Cesario

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