Nell’ultimo libro di Giuseppe Lisi Che ne è della cultura contadina?

Nel “mondo contadino” della società preindustriale, un mondo che sbagliamo a descrivere o interpretare con le parole del’attualità, gli “oggetti” venivano realizzati esclusivamente per soddisfare un’esigenza o avevano anche un’importanza simbolica e culturale?   La risposta è nel piacevole libro di Giuseppe Lisi, autore di numerosi testi sulla civiltà contadina,  “Che ne è della cultura contadina. Resti attivi nell’era tecnologica” (Edizioni dell’asino, pag. 83, euro 8,00) nel quale l’autore analizza, attraverso le “analogie”, i “manufatti” realizzati in epoca preindustriale, sempre essenziali nella forma e nella scelta dei materiali, sia in funzione utilitaristica che concettuale. La funzione del “ponte”, ad esempio, può essere sia quella di consentire il superamento di un ostacolo, come il fiume, o quella di dare la possibilità, a chi vive su una sua sponda, di raggiungere e “conoscere” i luoghi a lui sconosciuti dell’altra. Perché le due sponde unite dal fiume non sono mai identiche. Tra i tanti esempi nel libro quello di Ponte Palatino sul Tevere a Roma che “unisce” due realtà sociali ancora oggi diverse per tradizioni e religione, quella della comunità “ebraica”, presente nello storico “Ghetto” e quella “popolare” trasteverina, “due mondi analoghi ma differenti, la saldatura del ponte, scrive Giuseppe De Rita nell’introduzione, è puramente funzionale, mentre chiunque abbia voglia di vita intensa deve andarsene lontano da esso, perdersi nella dinamica delle due sponde e del loro retroterra” e quello di Ponte Vecchio a Firenze da dove si avverte, scrive Lisi, “la diversità tra il Lungarno degli Acciaioli e Borgo San Jacopo. Le sponde non si presentano davvero uguali … ancor meno se ci rivolgiamo a monte, donde il fiume proviene, e osserviamo a sinistra il Corridoio Vasariano e gli Uffizi e a destra – giugno 2016, mentre scrivo – sul Lungarno Torrigiani il cantiere che ripara una frana. Si può affermare che le sponde siano analoghe, perché appartengono allo stesso tratto di fiume e per le case che da entrambe le parti si affacciano, ma anche che, benché analoghe, siano opposte perché situate una di fronte all’altra, ciascuna con le sue caratteristiche”. Così il forcone, costituito da un manico e da una forcella, usato dai contadini per ordinare la paglia o il fieno, può anche interpretare “un intero che si apre” chiarendo il “senso del congiungere e del divergere contemporaneamente, che nella forcella sono espressi dal manico coi rebbi e dai rebbi con il manico” assumendo il significato di “biforcazione, divergenza, compresenza”. Nell’ipotizzare l’intero che si apre, nella forcella il manico “può  interpretare il matrimonio e i rabbi che divergono la coppia, il loro progressivo allontanarsi significherebbe la separazione e il divorzio”.   Come pure la raffigurazione del “capitale”, la ricchezza accumulata, nel “gobbo portafortuna”, l’uomo che porta dietro le spalle sotto la giacca la sacca nella quale conserva i suoi preziosi averi, o nella “cornucopia”, il cornetto che trabocca del “di più”  che forma il capitale.

Giuseppe De Rita, sottolinea ancora che Giuseppe Lisi “è, per antica scelta culturale e per umana consuetudine, un attentissimo cultore della civiltà contadina e un infaticabile suo interprete, convinto com’è che la nostra attuale società (tutta mercantile, industriale, digitale, finanziaria) avrebbe grande vantaggio a non tagliare con il passato e cogliere invece la potenza profonda del mondo contadino, molto più complesso (e intelligente, capace cioè di comprendere) dei canoni e dei linguaggi interpretativi di oggi”. Lisi, ritiene, infatti, che “non sia ragionevole valutare i manufatti di una società della penuria con i medesimi occhi saturi di oggetti che ci ritroviamo oggi. Nelle società pressoché interamente carenti del superfluo, ogni oggetto o utensile che fosse, era stimato prossimo ai pensieri, ricetto di propositi comunicati nell’atto di cessione. Chi lo prendeva con sé, sapeva di entrare in contatto con delle congetture, non espresse a parole, s’intende! – tanto meno con scritture – ma consegnate direttamente al manufatto. Da parte sua l’artigiano era consapevole che nelle opere si sarebbero ricercati i significati – non aveva il compito di fabbricarli anche con quelli? – e che, se ne fosse riscontrata la mancanza, ciascuno avrebbe provveduto autonomamente a colmare le lacune. Gli oggetti davano accesso a nessi collocati per essere compresi, e giungevano a intelligenze pronte a considerarli e ad aggiungere i propri”.

Vittorio Esposito

Nel “mondo contadino” della società preindustriale, un mondo che sbagliamo a descrivere o interpretare con le parole del’attualità, gli “oggetti” venivano realizzati esclusivamente per soddisfare un’esigenza o avevano anche un’importanza simbolica e culturale?   La risposta è nel piacevole libro di Giuseppe Lisi, autore di numerosi testi sulla civiltà contadina,  “Che ne è della cultura contadina. Resti attivi nell’era tecnologica” (Edizioni dell’asino, pag. 83, euro 8,00) nel quale l’autore analizza, attraverso le “analogie”, i “manufatti” realizzati in epoca preindustriale, sempre essenziali nella forma e nella scelta dei materiali, sia in funzione utilitaristica che concettuale. La funzione del “ponte”, ad esempio, può essere sia quella di consentire il superamento di un ostacolo, come il fiume, o quella di dare la possibilità, a chi vive su una sua sponda, di raggiungere e “conoscere” i luoghi a lui sconosciuti dell’altra. Perché le due sponde unite dal fiume non sono mai identiche. Tra i tanti esempi nel libro quello di Ponte Palatino sul Tevere a Roma che “unisce” due realtà sociali ancora oggi diverse per tradizioni e religione, quella della comunità “ebraica”, presente nello storico “Ghetto” e quella “popolare” trasteverina, “due mondi analoghi ma differenti, la saldatura del ponte, scrive Giuseppe De Rita nell’introduzione, è puramente funzionale, mentre chiunque abbia voglia di vita intensa deve andarsene lontano da esso, perdersi nella dinamica delle due sponde e del loro retroterra” e quello di Ponte Vecchio a Firenze da dove si avverte, scrive Lisi, “la diversità tra il Lungarno degli Acciaioli e Borgo San Jacopo. Le sponde non si presentano davvero uguali … ancor meno se ci rivolgiamo a monte, donde il fiume proviene, e osserviamo a sinistra il Corridoio Vasariano e gli Uffizi e a destra – giugno 2016, mentre scrivo – sul Lungarno Torrigiani il cantiere che ripara una frana. Si può affermare che le sponde siano analoghe, perché appartengono allo stesso tratto di fiume e per le case che da entrambe le parti si affacciano, ma anche che, benché analoghe, siano opposte perché situate una di fronte all’altra, ciascuna con le sue caratteristiche”. Così il forcone, costituito da un manico e da una forcella, usato dai contadini per ordinare la paglia o il fieno, può anche interpretare “un intero che si apre” chiarendo il “senso del congiungere e del divergere contemporaneamente, che nella forcella sono espressi dal manico coi rebbi e dai rebbi con il manico” assumendo il significato di “biforcazione, divergenza, compresenza”. Nell’ipotizzare l’intero che si apre, nella forcella il manico “può  interpretare il matrimonio e i rabbi che divergono la coppia, il loro progressivo allontanarsi significherebbe la separazione e il divorzio”.   Come pure la raffigurazione del “capitale”, la ricchezza accumulata, nel “gobbo portafortuna”, l’uomo che porta dietro le spalle sotto la giacca la sacca nella quale conserva i suoi preziosi averi, o nella “cornucopia”, il cornetto che trabocca del “di più”  che forma il capitale.

Giuseppe De Rita, sottolinea ancora che Giuseppe Lisi “è, per antica scelta culturale e per umana consuetudine, un attentissimo cultore della civiltà contadina e un infaticabile suo interprete, convinto com’è che la nostra attuale società (tutta mercantile, industriale, digitale, finanziaria) avrebbe grande vantaggio a non tagliare con il passato e cogliere invece la potenza profonda del mondo contadino, molto più complesso (e intelligente, capace cioè di comprendere) dei canoni e dei linguaggi interpretativi di oggi”. Lisi, ritiene, infatti, che “non sia ragionevole valutare i manufatti di una società della penuria con i medesimi occhi saturi di oggetti che ci ritroviamo oggi. Nelle società pressoché interamente carenti del superfluo, ogni oggetto o utensile che fosse, era stimato prossimo ai pensieri, ricetto di propositi comunicati nell’atto di cessione. Chi lo prendeva con sé, sapeva di entrare in contatto con delle congetture, non espresse a parole, s’intende! – tanto meno con scritture – ma consegnate direttamente al manufatto. Da parte sua l’artigiano era consapevole che nelle opere si sarebbero ricercati i significati – non aveva il compito di fabbricarli anche con quelli? – e che, se ne fosse riscontrata la mancanza, ciascuno avrebbe provveduto autonomamente a colmare le lacune. Gli oggetti davano accesso a nessi collocati per essere compresi, e giungevano a intelligenze pronte a considerarli e ad aggiungere i propri”.

Vittorio Esposito

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