Nell’ultimo libro di Stefania Limiti La vita di Arafat, il sovrano senza Stato

La vita e la storia di Yasser Arafat (1929-2004), il discusso leadear palestinese che, dopo aver fondato nel 1956 con il nome Di Abu Ammar il gruppo combattente nazionalista al-Fatàh (la conquista), confluito poi entro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), essere stato accolto nel 1974 come osservatore all’Assemblea Generale dell’ONU e lanciato nel 1987 la pratica dell’Intifadah (la cosiddetta rivolta dei sassi), ha portato all’attenzione del mondo la “questione palestinese” come negazione delle aspirazioni di un popolo ad avere un proprio Stato, e che ha cercato a qualunque costo la pace con Israele, è ricostruita e analizzata dalla giornalista Stefania Limiti nel suo “Arafat. Il sovrano senza Stato” (Catelvecchi Edizioni, pag. 235, Euro 17,50). La leadership di Arafat nell’OLP, di cui è stato presidente dal 1969, è stata aspramente contestata dai gruppi palestinesi più radicali perché ritenuta troppo moderata in quanto finalizzata al riconoscimento del diritto all’esistenza dello Stato di Israele attraverso una soluzione negoziale del problema palestinese. Dal 1994, anno in cui gli è stato assegnato il Nobel per la pace, Arafat ha guidato, come presidente dell’Autorità palestinese, il processo di progressivo autogoverno delle zone di Gerico e Gaza sottoscrivendo nel 1993 a Washington, insieme al primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, lo storico accordo che prevedeva la concessione dell’autonomia amministrativa alla striscia di Gaza e, in Cisgiordania, al circondario e alla città di Gerico quali primi atti verso la costituzione di uno stato palestinese.  Stefania Limiti ripercorre attraverso la parabola politica di Arafat, la storia di come e perché si è formata la volontà di poter costruire in Palestina per diritto “uno stato ebraico nella terra di Israele per il popolo di Israele secondo la Torah d’Israele” ignorando i diritti dei palestinesi. Gli israeliani si ritengono, infatti, i “legittimi abitanti della terra promessa” dove creare “uno stato etico-religioso riservato agli ebrei” su una realtà territoriale dove c’è un popolo, quello palestinese, organizzato secondo le sue leggi. Arafat, leader “irascibile e contraddittorio, istrionico e scaltro, capace di girare intorno alle questioni per ore, giorni e mesi e tattico eccezionale”, ricorda Stefania Limiti, “ha saputo impedire che l’identità palestinese fosse azzerata dalle pretese coloniali del movimento sionista e anche dai tentativi dei fratelli arabi di assumerne la rappresentanza … e che ha saputo dare voce alle aspirazioni della sua gente in condizioni estreme, quelle imposte dagli equilibri del dopoguerra dentro i quali la Palestina si è trovata ad essere uno ‘scarto’ dei nuovi assetti. I diritti civili e politici di questo popolo sono stati sempre mistificati ed elusi, la loro comunità considerata inferiore, giuridicamente e culturalmente. Non chiedevano l’esclusione degli ebrei dalle loro terre: chiedevano di non essere esclusi essi stessi. Arafat, accettando di firmare accordi assai poco favorevoli al suo popolo, nel 1993, ha mostrato di comprendere l’importanza di un futuro di pace anche per gli israeliani … di sicuro ha saputo imporre le aspirazioni nazionali del suo popolo, ha saputo dare una dimensione ‘umana’ della sua condizione, e voleva la pace con Israele”. A novant’anni dalla nascita di Yasser Arafat, e a quindici dalla sua scomparsa, Stefania Limiti “ripercorre le tappe della vita di questo personaggio controverso, eroe per alcuni e terrorista per altri, leader carismatico, uomo politico sempre molto più aperto al dialogo e al compromesso di quanto i suoi avversari vogliano ricordare”. Il conflitto israelo-palestinese, del quale non si intravede ancora la soluzione, è stato “esacerbato dalla ritrosia della comunità internazionale a riconoscere l’identità di un popolo, perché serviva una terra senza identità pubblica, senza storia, senza leader, ma fino a quando Arafat avesse continuato ad essere a capo della malandata Autorità palestinese avrebbe continuato a dirsi capo di un popolo e a fare tutto, nel bene e nel male, per dare un volto umano e un’identità collettiva ai palestinesi”. Per Stefania Limiti, studiare la vita di Arafat “è un po’ come incontrare la Storia: perché la sua persona è stata totalmente immersa in un conflitto epocale tutt’altro che chiuso, perché ancora non c’è stata nessuna Evian (la località dove è stato firmato nel 1962 l’accordo che ha sancito l’indipendenza dell’Algeria e posto fine alla guerra di occupazione francese) che abbia stabilito diritti e doveri di palestinesi e israeliani e una loro pacifica convivenza”. 

Vittorio Esposito

La vita e la storia di Yasser Arafat (1929-2004), il discusso leadear palestinese che, dopo aver fondato nel 1956 con il nome Di Abu Ammar il gruppo combattente nazionalista al-Fatàh (la conquista), confluito poi entro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), essere stato accolto nel 1974 come osservatore all’Assemblea Generale dell’ONU e lanciato nel 1987 la pratica dell’Intifadah (la cosiddetta rivolta dei sassi), ha portato all’attenzione del mondo la “questione palestinese” come negazione delle aspirazioni di un popolo ad avere un proprio Stato, e che ha cercato a qualunque costo la pace con Israele, è ricostruita e analizzata dalla giornalista Stefania Limiti nel suo “Arafat. Il sovrano senza Stato” (Catelvecchi Edizioni, pag. 235, Euro 17,50). La leadership di Arafat nell’OLP, di cui è stato presidente dal 1969, è stata aspramente contestata dai gruppi palestinesi più radicali perché ritenuta troppo moderata in quanto finalizzata al riconoscimento del diritto all’esistenza dello Stato di Israele attraverso una soluzione negoziale del problema palestinese. Dal 1994, anno in cui gli è stato assegnato il Nobel per la pace, Arafat ha guidato, come presidente dell’Autorità palestinese, il processo di progressivo autogoverno delle zone di Gerico e Gaza sottoscrivendo nel 1993 a Washington, insieme al primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, lo storico accordo che prevedeva la concessione dell’autonomia amministrativa alla striscia di Gaza e, in Cisgiordania, al circondario e alla città di Gerico quali primi atti verso la costituzione di uno stato palestinese.  Stefania Limiti ripercorre attraverso la parabola politica di Arafat, la storia di come e perché si è formata la volontà di poter costruire in Palestina per diritto “uno stato ebraico nella terra di Israele per il popolo di Israele secondo la Torah d’Israele” ignorando i diritti dei palestinesi. Gli israeliani si ritengono, infatti, i “legittimi abitanti della terra promessa” dove creare “uno stato etico-religioso riservato agli ebrei” su una realtà territoriale dove c’è un popolo, quello palestinese, organizzato secondo le sue leggi. Arafat, leader “irascibile e contraddittorio, istrionico e scaltro, capace di girare intorno alle questioni per ore, giorni e mesi e tattico eccezionale”, ricorda Stefania Limiti, “ha saputo impedire che l’identità palestinese fosse azzerata dalle pretese coloniali del movimento sionista e anche dai tentativi dei fratelli arabi di assumerne la rappresentanza … e che ha saputo dare voce alle aspirazioni della sua gente in condizioni estreme, quelle imposte dagli equilibri del dopoguerra dentro i quali la Palestina si è trovata ad essere uno ‘scarto’ dei nuovi assetti. I diritti civili e politici di questo popolo sono stati sempre mistificati ed elusi, la loro comunità considerata inferiore, giuridicamente e culturalmente. Non chiedevano l’esclusione degli ebrei dalle loro terre: chiedevano di non essere esclusi essi stessi. Arafat, accettando di firmare accordi assai poco favorevoli al suo popolo, nel 1993, ha mostrato di comprendere l’importanza di un futuro di pace anche per gli israeliani … di sicuro ha saputo imporre le aspirazioni nazionali del suo popolo, ha saputo dare una dimensione ‘umana’ della sua condizione, e voleva la pace con Israele”. A novant’anni dalla nascita di Yasser Arafat, e a quindici dalla sua scomparsa, Stefania Limiti “ripercorre le tappe della vita di questo personaggio controverso, eroe per alcuni e terrorista per altri, leader carismatico, uomo politico sempre molto più aperto al dialogo e al compromesso di quanto i suoi avversari vogliano ricordare”. Il conflitto israelo-palestinese, del quale non si intravede ancora la soluzione, è stato “esacerbato dalla ritrosia della comunità internazionale a riconoscere l’identità di un popolo, perché serviva una terra senza identità pubblica, senza storia, senza leader, ma fino a quando Arafat avesse continuato ad essere a capo della malandata Autorità palestinese avrebbe continuato a dirsi capo di un popolo e a fare tutto, nel bene e nel male, per dare un volto umano e un’identità collettiva ai palestinesi”. Per Stefania Limiti, studiare la vita di Arafat “è un po’ come incontrare la Storia: perché la sua persona è stata totalmente immersa in un conflitto epocale tutt’altro che chiuso, perché ancora non c’è stata nessuna Evian (la località dove è stato firmato nel 1962 l’accordo che ha sancito l’indipendenza dell’Algeria e posto fine alla guerra di occupazione francese) che abbia stabilito diritti e doveri di palestinesi e israeliani e una loro pacifica convivenza”. 

Vittorio Esposito

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