“Noi belligeranti sospesi fra paura e brivido delle armi”

Il silenzio, l’uso autoritario e non di confronto reale delle parole, il pensiero debole – uno dei suoi cavalli di battaglia – che si contrappone a quello forte che ha la presunzione di dire e avere la verità. Ma anche la pandemia, la condanna dei no vax in nome del concetto di responsabilità che rifugge uno di mali odierni: l’individualismo. E poi la guerra, la crisi delle ideologie, ma anche il disagio degli adolescenti, la categoria sociale che maggiormente patisce la crisi e teme il futuro. Di tutto questo parla in questa lunga chiacchierata Pier Aldo Rovatti, noto filosofo, saggista, scrittore, editorialista, collaboratore di diverse testate, insegnante. Coordina il laboratorio di filosofia contemporanea di Trieste, attraverso cui ha fondato la Scuola di filosofia di Trieste.

Professore, società liquida, crisi di valori, crisi delle ideologie, secolarizzazione. Da dove comincerebbe un filosofo come lei?
Beh, è un domandone e basterebbe per tutta l’intervista. Per un incipit così impegnativo scelgo la crisi delle ideologie.

Mi dica il perché, allora.
L’ideologia e la crisi della stessa che ha a che fare con la politica e con la presunzione della verità. La critica dell’ideologia è riconoscere che siamo inondati da ideologie che arrivano da tutte le parti. E capire che la nostra quotidianità, intrisa da pseudo verità o ipotesi, fa i conti con il mondo mediatico che ci induce a due operazioni. La prima è quella di andare di fretta per capire soltanto pezzi di verità. La seconda attiene al fatto che questi pezzi di verità li dimentichiamo in fretta da una quotidianità che incombe. Se, infatti, ragioniamo adagio rimaniamo indietro, quasi spiazzati. Vero è che assistiamo a un ottundimento del pensiero critico che è ammalato e non riusciamo nemmeno più a capire che cosa significhi. Insomma, l’ideologia si sbarazza dei dubbi.

Guerra e povertà. A suo avviso, cos’è che spaventa di più l’uomo d’oggi?
Diciamo che della povertà non si parla tanto; della guerra, continuamente. Eppure, della guerra non siamo spaventati come se non ci interessasse. Siamo interessati sull’essere completamente d’accordo sul fatto di sconfiggerla, eppure in qualche modo la accettiamo come una pratica per la quale non possiamo fare nulla.

E qual è, invece, il suo pensiero sulla guerra in Ucraina?
Penso che siamo tutti in imbarazzo. Un po’ spiazzati. Diciamo che vogliamo tutti la pace. Ma per avere la pace devi usare più armi e fare ancora guerra. E lì ci inceppiamo. Certo, ci sono i giudizi negativi sull’invasione, su Putin, i ragionamenti sul fatto che questa guerra è cominciata anni fa. Alla fine, però, rimaniamo ancora incerti perché non siamo immuni da una certa bellicosità nei confronti degli altri. Come dire anche che un certo fascino la guerra ce lo suggerisce.

A un adolescente, che fa parte di una categoria che oggi paga più di altre la crisi posto pandemia ma anche la mancanza di futuro cosa suggerirebbe?
Vede, pur avendo io 80 anni ho un figlio di 15. E quindi l’adolescente ce l’ho in casa. In questo momento è in camera, qui accanto. Cosa faccio? Cerco di parlargli. Lui, da una arte mi ascolta, ma avverto che un adolescente sente e non sente, capisce e non capisce. E credo che non desideri occuparsi di questioni conflittuali, preferendo invece, per così dire, annegare nei social.

Nel momento in cui si sta riaffacciando un desiderio di pensieri forti come nazionalismi, Patria, sovranismi, quale può essere l’attualità del pensiero debole?
La sua attualità consiste nel fatto che il pensiero debole è la cosa più difficile da praticare, perché desidera mettersi in discussione, perché procede per aggiustamenti, perché non ha presunzioni. Sono convinto che sia molto attuale, ne abbiamo e ne avremmo grande bisogno, ma purtroppo è il grande assente. Abbiamo fretta di costruire cose importanti, ma servirebbero più attenzione, più pensiero, più silenzio. Di queste cose ci sarebbe un bisogno enorme.

E questo riaffiorare di pensieri forti può essere imputabile a un recente passato che è stato all’insegna del pensiero debole?
Ma credo che forse la domanda andrebbe girata. I pensieri forti non sono una reazione, ma semplicemente cercano di accelerare la realtà, di governarla. E proprio per questo il pensiero critico sarebbe molto attuale. Ma, ripeto che è molto in crisi anche a livello geopolitico. Anche la parola filosofia desta molti sospetti perché non è più vissuta come verità. Oggi la realtà ha bisogno di pensiero critico. Che da una parte è in crisi ma dall’altra rimane la risorsa più importante. Il saggio di Michel Foucault (filosofo che lei apprezza molto) “Sorvegliare e punire” è stato in parte contestato da Zygmunt Bauman secondo cui secondo la sorveglianza è un fenomeno nuovo dato che stanno dilagando la sorveglianza e l’auto sorveglianza di massa attraverso i social.

Concorda?
Credo che sorveglianza e auto sorveglianza non siano in contrastò tra di loro, detto che per Foucault la prima è sicuramente un elemento negativo. La sorveglianza è un discorso centrale nel suo pensiero. Ed è vero, come dice Bauman, che siamo tutti sorvegliati e sorveglianti. Poi, parliamo di libertà, ma non vorremmo essere sorvegliati. Ma così non è. Non si può essere completamente liberi. E questo aiuta a farcelo capire la psicanalisi. Per quanto riguarda l’auto sorveglianza dovremmo poi riuscire a renderla concreta e visibile perché non ci imprigioni con aspetti del potere rivolti più agli altri. E anche parlando di potere servirebbe il pensiero debole per capirne davvero il vero significato.

La pandemia, ha affermato in una recente intervista, ci ha trascinati in una fretta poco ragionevole di proclamare delle verità Per questo, è necessario più che mai – ha aggiunto – riattivare lo spirito critico, cioè un pensiero più responsabile. Di quale responsabilità parla?
Ce ne sono tante, di responsabilità. Il fatto per esempio di agire sia per noi, sia per gli altri. E la responsabilità verso gli altri dà un senso etico a ognuno di noi. Prenda ad esempio la questione dei no vax. Lì ha prevalso il pensiero forte da parte di chi diceva “io non mi fido, non ho voglia di confrontarmi con gli altri, io penso a me stesso”. Questa è, insomma, una responsabilità cieca che ci getta in un buco dove ci sono soltanto io e quello che credo io. Vede, oggi assistiamo al trionfo dell’individualismo che travalica tutto il resto, che viene prima degli atri. Ma la responsabilità vera non ha nulla a che vedere con questo aspetto, con questo approccio.

La responsabilità per lei avrebbe significato anche la vaccinazione obbligatoria per tutti. Ma non ritiene che si sarebbe trattato di una scelta autoritaria da parte dello Stato?
Io ritengo che la responsabilità comporti l’analisi dell’obbligo. Quello che invece vedo io sono delle posizioni che contrappongono lecito e illecito che non è certamente un approccio da pensiero debole. Perché quello che tenta di fare il pensiero debole anche di fronte alle posizioni autoritario a livello istituzionale è quello di non contrapporre una verità a un’altra verità. Questo tipo di approccio dà adito a una logica non dialettica e dalla quale si esce soltanto facendo il tifo come a livello sportivo. Il dialogo comune è, invece, il tentativo di capirsi e di entrare nel pensiero dell’altro. Oggi la tendenza è all’opposto.

Professore, a gennaio inizia il nuovo corso della sua Scuola di filosofia. Il tema sarà “Abitare il presente”. Di che cosa si tratta?
La parte di cui mi occupo io in particolare si intitola “Abitare le parole”. In questa sezione o cantiere volgiamo capire quale significato diamo alle parole che oggi sono dei feticismi con funzione autoritaria. Invece, per abitarle, le parole dovrebbero sciogliersi. Affronteremo poi i temi che qui ho accennato: il silenzio, la possibilità di deviare e la volontà di trovare altre parole, ma a nche tutta una serie di movimenti, di attenzioni, per non parlare in maniera autoritaria e per limitare la nostra prepotenza che è quella di volerci imporre affermando che la nostra è l’unica verità.

Un corso che farebbe benissimo ai politici, se ho colto bene?
Sì, farebbe molto bene. Ma hanno fretta e non hanno il tempo di fare esercizi di comprensione delle parole. Il dogmatismo e l’autoritarismo lo si intuisce anche attraverso le parole. Ma questo approccio farebbe bene anche agli insegnanti. L’abitare le parole è farle funzionare e usarle in maniera non arrogante e autoritaria.

Il silenzio, l’uso autoritario e non di confronto reale delle parole, il pensiero debole – uno dei suoi cavalli di battaglia – che si contrappone a quello forte che ha la presunzione di dire e avere la verità. Ma anche la pandemia, la condanna dei no vax in nome del concetto di responsabilità che rifugge uno di mali odierni: l’individualismo. E poi la guerra, la crisi delle ideologie, ma anche il disagio degli adolescenti, la categoria sociale che maggiormente patisce la crisi e teme il futuro. Di tutto questo parla in questa lunga chiacchierata Pier Aldo Rovatti, noto filosofo, saggista, scrittore, editorialista, collaboratore di diverse testate, insegnante. Coordina il laboratorio di filosofia contemporanea di Trieste, attraverso cui ha fondato la Scuola di filosofia di Trieste.

Professore, società liquida, crisi di valori, crisi delle ideologie, secolarizzazione. Da dove comincerebbe un filosofo come lei?
Beh, è un domandone e basterebbe per tutta l’intervista. Per un incipit così impegnativo scelgo la crisi delle ideologie.

Mi dica il perché, allora.
L’ideologia e la crisi della stessa che ha a che fare con la politica e con la presunzione della verità. La critica dell’ideologia è riconoscere che siamo inondati da ideologie che arrivano da tutte le parti. E capire che la nostra quotidianità, intrisa da pseudo verità o ipotesi, fa i conti con il mondo mediatico che ci induce a due operazioni. La prima è quella di andare di fretta per capire soltanto pezzi di verità. La seconda attiene al fatto che questi pezzi di verità li dimentichiamo in fretta da una quotidianità che incombe. Se, infatti, ragioniamo adagio rimaniamo indietro, quasi spiazzati. Vero è che assistiamo a un ottundimento del pensiero critico che è ammalato e non riusciamo nemmeno più a capire che cosa significhi. Insomma, l’ideologia si sbarazza dei dubbi.

Guerra e povertà. A suo avviso, cos’è che spaventa di più l’uomo d’oggi?
Diciamo che della povertà non si parla tanto; della guerra, continuamente. Eppure, della guerra non siamo spaventati come se non ci interessasse. Siamo interessati sull’essere completamente d’accordo sul fatto di sconfiggerla, eppure in qualche modo la accettiamo come una pratica per la quale non possiamo fare nulla.

E qual è, invece, il suo pensiero sulla guerra in Ucraina?
Penso che siamo tutti in imbarazzo. Un po’ spiazzati. Diciamo che vogliamo tutti la pace. Ma per avere la pace devi usare più armi e fare ancora guerra. E lì ci inceppiamo. Certo, ci sono i giudizi negativi sull’invasione, su Putin, i ragionamenti sul fatto che questa guerra è cominciata anni fa. Alla fine, però, rimaniamo ancora incerti perché non siamo immuni da una certa bellicosità nei confronti degli altri. Come dire anche che un certo fascino la guerra ce lo suggerisce.

A un adolescente, che fa parte di una categoria che oggi paga più di altre la crisi posto pandemia ma anche la mancanza di futuro cosa suggerirebbe?
Vede, pur avendo io 80 anni ho un figlio di 15. E quindi l’adolescente ce l’ho in casa. In questo momento è in camera, qui accanto. Cosa faccio? Cerco di parlargli. Lui, da una arte mi ascolta, ma avverto che un adolescente sente e non sente, capisce e non capisce. E credo che non desideri occuparsi di questioni conflittuali, preferendo invece, per così dire, annegare nei social.

Nel momento in cui si sta riaffacciando un desiderio di pensieri forti come nazionalismi, Patria, sovranismi, quale può essere l’attualità del pensiero debole?
La sua attualità consiste nel fatto che il pensiero debole è la cosa più difficile da praticare, perché desidera mettersi in discussione, perché procede per aggiustamenti, perché non ha presunzioni. Sono convinto che sia molto attuale, ne abbiamo e ne avremmo grande bisogno, ma purtroppo è il grande assente. Abbiamo fretta di costruire cose importanti, ma servirebbero più attenzione, più pensiero, più silenzio. Di queste cose ci sarebbe un bisogno enorme.

E questo riaffiorare di pensieri forti può essere imputabile a un recente passato che è stato all’insegna del pensiero debole?
Ma credo che forse la domanda andrebbe girata. I pensieri forti non sono una reazione, ma semplicemente cercano di accelerare la realtà, di governarla. E proprio per questo il pensiero critico sarebbe molto attuale. Ma, ripeto che è molto in crisi anche a livello geopolitico. Anche la parola filosofia desta molti sospetti perché non è più vissuta come verità. Oggi la realtà ha bisogno di pensiero critico. Che da una parte è in crisi ma dall’altra rimane la risorsa più importante. Il saggio di Michel Foucault (filosofo che lei apprezza molto) “Sorvegliare e punire” è stato in parte contestato da Zygmunt Bauman secondo cui secondo la sorveglianza è un fenomeno nuovo dato che stanno dilagando la sorveglianza e l’auto sorveglianza di massa attraverso i social.

Concorda?
Credo che sorveglianza e auto sorveglianza non siano in contrastò tra di loro, detto che per Foucault la prima è sicuramente un elemento negativo. La sorveglianza è un discorso centrale nel suo pensiero. Ed è vero, come dice Bauman, che siamo tutti sorvegliati e sorveglianti. Poi, parliamo di libertà, ma non vorremmo essere sorvegliati. Ma così non è. Non si può essere completamente liberi. E questo aiuta a farcelo capire la psicanalisi. Per quanto riguarda l’auto sorveglianza dovremmo poi riuscire a renderla concreta e visibile perché non ci imprigioni con aspetti del potere rivolti più agli altri. E anche parlando di potere servirebbe il pensiero debole per capirne davvero il vero significato.

La pandemia, ha affermato in una recente intervista, ci ha trascinati in una fretta poco ragionevole di proclamare delle verità Per questo, è necessario più che mai – ha aggiunto – riattivare lo spirito critico, cioè un pensiero più responsabile. Di quale responsabilità parla?
Ce ne sono tante, di responsabilità. Il fatto per esempio di agire sia per noi, sia per gli altri. E la responsabilità verso gli altri dà un senso etico a ognuno di noi. Prenda ad esempio la questione dei no vax. Lì ha prevalso il pensiero forte da parte di chi diceva “io non mi fido, non ho voglia di confrontarmi con gli altri, io penso a me stesso”. Questa è, insomma, una responsabilità cieca che ci getta in un buco dove ci sono soltanto io e quello che credo io. Vede, oggi assistiamo al trionfo dell’individualismo che travalica tutto il resto, che viene prima degli atri. Ma la responsabilità vera non ha nulla a che vedere con questo aspetto, con questo approccio.

La responsabilità per lei avrebbe significato anche la vaccinazione obbligatoria per tutti. Ma non ritiene che si sarebbe trattato di una scelta autoritaria da parte dello Stato?
Io ritengo che la responsabilità comporti l’analisi dell’obbligo. Quello che invece vedo io sono delle posizioni che contrappongono lecito e illecito che non è certamente un approccio da pensiero debole. Perché quello che tenta di fare il pensiero debole anche di fronte alle posizioni autoritario a livello istituzionale è quello di non contrapporre una verità a un’altra verità. Questo tipo di approccio dà adito a una logica non dialettica e dalla quale si esce soltanto facendo il tifo come a livello sportivo. Il dialogo comune è, invece, il tentativo di capirsi e di entrare nel pensiero dell’altro. Oggi la tendenza è all’opposto.

Professore, a gennaio inizia il nuovo corso della sua Scuola di filosofia. Il tema sarà “Abitare il presente”. Di che cosa si tratta?
La parte di cui mi occupo io in particolare si intitola “Abitare le parole”. In questa sezione o cantiere volgiamo capire quale significato diamo alle parole che oggi sono dei feticismi con funzione autoritaria. Invece, per abitarle, le parole dovrebbero sciogliersi. Affronteremo poi i temi che qui ho accennato: il silenzio, la possibilità di deviare e la volontà di trovare altre parole, ma a nche tutta una serie di movimenti, di attenzioni, per non parlare in maniera autoritaria e per limitare la nostra prepotenza che è quella di volerci imporre affermando che la nostra è l’unica verità.

Un corso che farebbe benissimo ai politici, se ho colto bene?
Sì, farebbe molto bene. Ma hanno fretta e non hanno il tempo di fare esercizi di comprensione delle parole. Il dogmatismo e l’autoritarismo lo si intuisce anche attraverso le parole. Ma questo approccio farebbe bene anche agli insegnanti. L’abitare le parole è farle funzionare e usarle in maniera non arrogante e autoritaria.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli