“Noi la nuova sinistra alleata con Conte per vincere nel Lazio”

“Se il Pd chiude all’alleanza progressista, saremo comunque a fianco del Movimento”. A dirlo Stefano Fassina, economista, ex parlamentare e autore del saggio “Il mestiere della sinistra. Nel ritorno della politica”, in libreria per Castelvecchi.

Si vocifera che sarà il candidato del M5s nel Lazio. È davvero così?
Sono solo invenzioni. Il vero problema nel Lazio è che non riusciamo a trovare le condizioni per un’alleanza tra Pd e M5s.

Perché?
Una parte del Pd ha scelto Calenda, si è impuntata strumentalmente sulla questione dell’inceneritore e ha deciso di non aprire neanche un confronto sul programma. Ha definito, in via unilaterale, la scelta del candidato. In questo modo, però, si butta nel cestino la possibilità di portare avanti e migliorare quanto di buono fatto dalla maggioranza Zingaretti.

Il centrosinistra diviso è già dato per perdente dai sondaggi. L’intesa è ancora possibile?
Coordinamento 2050, la rete nata per sostenere la direttrice progressista del M5S guidato da Conte, continuerà a lavorare in tal senso. Vedo, però, un’indisponibilità sostanziale da parte del Pd, che nel Lazio ha preferito la rotta centrista, pur sapendo di perdere. Si tratta di una scelta sciagurata, come quella del 25 settembre, che non asseconderemo. Noi, la sinistra e le energia ambientaliste e civiche più coerenti, saremo al fianco del Movimento.

Se la sinistra si riconosce in questa direttiva, il Pd non rischia di scomparire?
Il Pd, da tempo, rappresenta prevalentemente le fasce benestanti della società. Sono settori essenziali per costruire una proposta progressista di governo. Ma il Pd deve prendere atto che non è più l’unico centro della galassia progressista. Ora, i pilastri sono due, di pari portata elettorale e politica. Spero che col congresso possa cambiare qualcosa.

Tra i vari Bonaccini, Schlein e De Micheli chi ritiene più vicino alle sue idee?
Fino a ora ho ascoltato un dibattito solo sulle date e sulle procedure e non un’analisi di fase, dove vengono spiegate le ragioni della sconfitta. Sento troppe affermazioni generiche sulla lotta alla precarietà, il reddito di cittadinanza, ma nessuno entra sui temi. Nessun passo avanti verso un atlantismo adulto e un europeismo consapevole.

Il Cda di un’azienda quando sbaglia si dimette. Perché non lo ha fatto chi è al Nazareno?
Bersani si dimise pur avendo preso 3,3 milioni in più e sei punti percentuali in più rispetto a oggi. Da quel momento, nel Pd si cambia tutto, tranne i dirigenti.

Altro errore arrivare tardi in piazza…
Il Pd il 5 novembre era a disagio in piazza. Ma è stata importante la sua presenza a Roma. Certo, il Pd era anche a Milano. È complicato per chiunque andare avanti in due piazze con messaggi opposti. Probabilmente chi è stato tanti anni al governo, ha difficoltà ad avere una visione critica della società. Spero che la manifestazione del 17 dicembre contro la legge di bilancio del governo Meloni possa essere l’occasione per far ritrovare in strada tutti coloro che devono costruire una proposta alternativa.

Quanto è importante avere un’opposizione compatta?
Sarebbe opportuno per il Paese, soprattutto sui temi economici e sui rischi sempre più grandi dell’escalation militare in Ucraina. Ecco perché stiamo lavorando, da tempo, per un’alleanza tra Pd e M5S. Rappresentino soggetti sociali complementari. I 5 Stelle, come dicono i dati, raccolgono il consenso tra le periferie sociali, mentre i dem le fasce I grado di beneficiare della globalizzazione.

Come si fa a ragionare, in tal senso, con chi sta ancora valutando un’alleanza in Lombardia con la Moratti?
Non ritengo possa esserci alcun dialogo con quest’ultima. Viene da una storia opposta a quella progressista. Il candidato del Pd è Majorino. Certo, anche qui il Pd non ha cercato la condivisione per la scelta del candidato. Ma a Milano va intensificato il confronto col Movimento, tenendo conto che qui non ci sono ostacoli programmatici e possiamo giocarcela. Ci lavoriamo ancora. Speriamo si vada in questa direzione. Altrimenti saremo a supporto del candidato individuato insieme ai 5 Stelle.

Quale il contributo che Fassina sta dando per superare le divergenze tra i principali attori del centrosinistra?
Le presentazioni del mio libro. Nei prossimi giorni, a Napoli con Fico e il sindaco Manfredi. Poi a Firenze con Rosy Bindi e Chiti. A Torino con M5S, Pd, Sinistra e prof Revelli.

Al momento ritiene che sia più Conte a non voler parlare con Letta o il contrario?
Non mi risulta che sia stato l’ex premier ad erigere, prima delle elezioni politiche, il Governo e l’agenda Draghi a discriminante. Nel Lazio, il Pd ha scelto unilateralmente il candidato. Il sindaco di Roma non ha fatto nulla per provare a ricucire. Avrebbe dovuto aprire alla possibilità di valutare le migliori tecnologie per quanto riguarda la chiusura del ciclo dei rifiuti. Così si sarebbe salvata un’alleanza. Ci sono responsabilità molto chiare. Allo stesso modo, nessuno del Movimento può sentirsi sollevato da una rottura che fa male all’intero campo e inibisce le possibilità di un governo progressista.

In questo perimetro rientra pure chi, come Calenda, si siede allo stesso tavolo della Meloni?
Calenda fa il suo mestiere. È alfiere del neo-liberismo vigliacco, quindi è in sintonia con la legge di Bilancio della presidente del Consiglio. Non mi preoccuperei più di tanto. Renzi e Calenda si sono tirati fuori da tempo dal’area progressista.

Ciò divide il Pd in due parti. Forse è arrivato il momento di scioglierlo?
Non è mai avvenuto nella storia che un partito del 20 per cento si sia sciolto. Non la ritengo realistica tale prospettiva. Mi auguro, invece, che ci sia una discussione vera nel Pd su chi può rappresentare. Solo così si capirà definitivamente con chi è utile avviare la costruzione di un’alleanza e con chi invece meno.

“Se il Pd chiude all’alleanza progressista, saremo comunque a fianco del Movimento”. A dirlo Stefano Fassina, economista, ex parlamentare e autore del saggio “Il mestiere della sinistra. Nel ritorno della politica”, in libreria per Castelvecchi.

Si vocifera che sarà il candidato del M5s nel Lazio. È davvero così?
Sono solo invenzioni. Il vero problema nel Lazio è che non riusciamo a trovare le condizioni per un’alleanza tra Pd e M5s.

Perché?
Una parte del Pd ha scelto Calenda, si è impuntata strumentalmente sulla questione dell’inceneritore e ha deciso di non aprire neanche un confronto sul programma. Ha definito, in via unilaterale, la scelta del candidato. In questo modo, però, si butta nel cestino la possibilità di portare avanti e migliorare quanto di buono fatto dalla maggioranza Zingaretti.

Il centrosinistra diviso è già dato per perdente dai sondaggi. L’intesa è ancora possibile?
Coordinamento 2050, la rete nata per sostenere la direttrice progressista del M5S guidato da Conte, continuerà a lavorare in tal senso. Vedo, però, un’indisponibilità sostanziale da parte del Pd, che nel Lazio ha preferito la rotta centrista, pur sapendo di perdere. Si tratta di una scelta sciagurata, come quella del 25 settembre, che non asseconderemo. Noi, la sinistra e le energia ambientaliste e civiche più coerenti, saremo al fianco del Movimento.

Se la sinistra si riconosce in questa direttiva, il Pd non rischia di scomparire?
Il Pd, da tempo, rappresenta prevalentemente le fasce benestanti della società. Sono settori essenziali per costruire una proposta progressista di governo. Ma il Pd deve prendere atto che non è più l’unico centro della galassia progressista. Ora, i pilastri sono due, di pari portata elettorale e politica. Spero che col congresso possa cambiare qualcosa.

Tra i vari Bonaccini, Schlein e De Micheli chi ritiene più vicino alle sue idee?
Fino a ora ho ascoltato un dibattito solo sulle date e sulle procedure e non un’analisi di fase, dove vengono spiegate le ragioni della sconfitta. Sento troppe affermazioni generiche sulla lotta alla precarietà, il reddito di cittadinanza, ma nessuno entra sui temi. Nessun passo avanti verso un atlantismo adulto e un europeismo consapevole.

Il Cda di un’azienda quando sbaglia si dimette. Perché non lo ha fatto chi è al Nazareno?
Bersani si dimise pur avendo preso 3,3 milioni in più e sei punti percentuali in più rispetto a oggi. Da quel momento, nel Pd si cambia tutto, tranne i dirigenti.

Altro errore arrivare tardi in piazza…
Il Pd il 5 novembre era a disagio in piazza. Ma è stata importante la sua presenza a Roma. Certo, il Pd era anche a Milano. È complicato per chiunque andare avanti in due piazze con messaggi opposti. Probabilmente chi è stato tanti anni al governo, ha difficoltà ad avere una visione critica della società. Spero che la manifestazione del 17 dicembre contro la legge di bilancio del governo Meloni possa essere l’occasione per far ritrovare in strada tutti coloro che devono costruire una proposta alternativa.

Quanto è importante avere un’opposizione compatta?
Sarebbe opportuno per il Paese, soprattutto sui temi economici e sui rischi sempre più grandi dell’escalation militare in Ucraina. Ecco perché stiamo lavorando, da tempo, per un’alleanza tra Pd e M5S. Rappresentino soggetti sociali complementari. I 5 Stelle, come dicono i dati, raccolgono il consenso tra le periferie sociali, mentre i dem le fasce I grado di beneficiare della globalizzazione.

Come si fa a ragionare, in tal senso, con chi sta ancora valutando un’alleanza in Lombardia con la Moratti?
Non ritengo possa esserci alcun dialogo con quest’ultima. Viene da una storia opposta a quella progressista. Il candidato del Pd è Majorino. Certo, anche qui il Pd non ha cercato la condivisione per la scelta del candidato. Ma a Milano va intensificato il confronto col Movimento, tenendo conto che qui non ci sono ostacoli programmatici e possiamo giocarcela. Ci lavoriamo ancora. Speriamo si vada in questa direzione. Altrimenti saremo a supporto del candidato individuato insieme ai 5 Stelle.

Quale il contributo che Fassina sta dando per superare le divergenze tra i principali attori del centrosinistra?
Le presentazioni del mio libro. Nei prossimi giorni, a Napoli con Fico e il sindaco Manfredi. Poi a Firenze con Rosy Bindi e Chiti. A Torino con M5S, Pd, Sinistra e prof Revelli.

Al momento ritiene che sia più Conte a non voler parlare con Letta o il contrario?
Non mi risulta che sia stato l’ex premier ad erigere, prima delle elezioni politiche, il Governo e l’agenda Draghi a discriminante. Nel Lazio, il Pd ha scelto unilateralmente il candidato. Il sindaco di Roma non ha fatto nulla per provare a ricucire. Avrebbe dovuto aprire alla possibilità di valutare le migliori tecnologie per quanto riguarda la chiusura del ciclo dei rifiuti. Così si sarebbe salvata un’alleanza. Ci sono responsabilità molto chiare. Allo stesso modo, nessuno del Movimento può sentirsi sollevato da una rottura che fa male all’intero campo e inibisce le possibilità di un governo progressista.

In questo perimetro rientra pure chi, come Calenda, si siede allo stesso tavolo della Meloni?
Calenda fa il suo mestiere. È alfiere del neo-liberismo vigliacco, quindi è in sintonia con la legge di Bilancio della presidente del Consiglio. Non mi preoccuperei più di tanto. Renzi e Calenda si sono tirati fuori da tempo dal’area progressista.

Ciò divide il Pd in due parti. Forse è arrivato il momento di scioglierlo?
Non è mai avvenuto nella storia che un partito del 20 per cento si sia sciolto. Non la ritengo realistica tale prospettiva. Mi auguro, invece, che ci sia una discussione vera nel Pd su chi può rappresentare. Solo così si capirà definitivamente con chi è utile avviare la costruzione di un’alleanza e con chi invece meno.

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