“Non sappiamo ancora difenderci senza l’aiuto degli Stati Uniti Brasile? Tutti contro le sanzioni”

“Siamo perfino incapaci di difendere noi stessi senza l’aiuto decisivo degli Stati Uniti”. Federico Rampini, editorialista ed esperto di Usa, commentando quanto accaduto qualche giorno fa a Brasilia, spiega perché l’Italia, negli ultimi mesi, non abbia una politica estera degna di nome.

Era prevedibile l’attacco al Parlamento?
Ero stato in Brasile a fine novembre, quasi un mese dopo la vittoria di Lula. C’erano già allora proteste dei bolsonaristi che definirei endemiche, scoppiavano qui e là, davano la sensazione di una situazione tesa. Un elemento rassicurante, però, era che molti parlamentari bolsonaristi, oltre a riconoscere la vittoria di Lula, stavano negoziando accordi di governo con lui. In quanto a Bolsonaro, era rimasto silenzioso per tutto il periodo post-elettorale. Avevo trovato, dunque, una situazione delicata e molti amici brasiliani preoccupati, francamente pochi, immaginavano una replica del 6 gennaio 2021 in modo così fedele all’originale da tentare di celebrarne quasi l’anniversario.

La causa di tutto ciò ha un solo nome: Bolsonaro… E’ d’accordo?
Sì e no. Per essere precisi, va ricordato che durante tutta la campagna elettorale e fino alla vigilia del voto Bolsonaro ha creato il mito dell’elezione rubata, truccata, manipolata dai brogli. Poi dopo la vittoria di Lula – di stretta misura, ma non contestabile – Bolsonaro non ha imitato Trump. Non ha incitato i suoi alla rivolta di piazza, non ha tentato di sovvertire il responso delle urne. Anche perché il suo partito, almeno per quanto riguarda la rappresentanza parlamentare, non lo avrebbe seguito. Né aveva avuto segnali di incoraggiamento dalle forze armate. In realtà in questo caso la base del bolsonarismo si è spinta molto più avanti del suo leader.

Gli assalti a Capitol Hill e Brasilia, quindi, hanno qualche collegamento fra loro?
“Questo è ovvio, i bolsonaristi avevano un copione già scritto per loro, hanno cercato in tutti i modi di scimmiottare gli eventi di due anni prima a Capitol Hill. Trump, però, come nemico della sua democrazia si è rivelato peggiore di Bolsonaro: sia perché è stato il primo e quindi ha dato il cattivo esempio; sia perché lui era lì in piazza il 6 gennaio 2021 ad accendere gli animi mentre Bolsonaro no. Il collegamento più profondo è nella cultura politica: quella in cui io demonizzo il mio avversario e delegittimo il risultato elettorale se non vinco io. La destra populista è portatrice di questo virus, pur non avendone il monopolio. Nel vicino Perù un presidente di estrema sinistra ha tentato un golpe pur di non dimettersi in seguito alla sconfitta, e i suoi seguaci stanno perpetrando violenze spaventose.

Non ritiene che l’aumento del divario sociale contribuisca ad aumentare questo tipo di reazioni?
No. Respingo il sociologismo facile, quello che riconduce tutto all’economia e alle diseguaglianze. E’ semplicemente falso, che la miseria o le diseguaglianze siano da collegarsi automaticamente a pulsioni eversive, a violenza, a instabilità. Negli Stati Uniti il 6 gennaio 2021 è avvenuto in un periodo in cui le diseguaglianze erano diminuite, non aumentate, grazie ai generosi aiuti anti-Covid elargiti alla popolazione. Il Brasile degli anni Ottanta, che passò dalla dittatura militare alla democrazia, era più povero e diseguale di oggi. La violenza è figlia di ideologie sbagliate. Il sociologismo crea facili alibi per i cattivi maestri che incitano all’odio. E’ già successo con l’islamismo, che tanti intellettuali hanno “assolto” descrivendolo come un frutto del disagio sociale degli immigrati: una sciocchezza enorme. L’islamismo nacque nel 1979 dall’alleanza tra petro-dollari e clero teocratico.

L’aumentare dei governi di destra, amplifica il fenomeno?
Ho già ricordato che in Perù è un presidente di sinistra ad avere appena tentato il golpe. Potrei aggiungere il Venezuela. No, la destra non ha il monopolio dell’eversione. Neppure negli Stati Uniti, dove alcuni principi fondamentali della Costituzione sono calpestati dai miliardari di sinistra, i progressisti che possiedono i social media e decidono chi ha libertà di parola. E comunque nello scatenamento criminale della destra brasiliana non bisogna dimenticare il ruolo di Lula: la sua corruzione è stata dimostrata dalla giustizia, lui è stato liberato dal carcere solo per un vizio di forma, e da una Corte costituzionale molto amica. Tanti brasiliani, anche moderati, sono convinti che lui sia un ladro. L’aver vinto le elezioni non lo assolve. Altrimenti sarebbe vero il teorema-Berlusconi, secondo cui l’investitura popolare “cancella” i processi e le sentenze.

Quanto successo a Brasilia mette sotto la lente d’ingrandimento la questione dei Paesi emergenti. Non a caso Putin e Xi sfruttano l’occasione per rinsaldare l’alleanza con Lula. Cosa sta succedendo?
Il Brasile è un paese importante perché ha 217 milioni di abitanti, è la seconda economia latinoamericana ed è la lettera B dell’acronimo Brics, quel club di potenze emergenti che include anche Russia, India, Cina, Sudafrica e qualche volta viene descritto come l’antagonista del “nostro” G7 in cui siedono vecchie potenze industriali. Sotto i primi mandati presidenziali di Lula il boom economico brasiliano fu trainato in modo dominante dalla domanda cinese di materie prime. La crisi finanziaria del 2008-2009 aveva interrotto e indebolito quel ciclo di forsennato aumento dei consumi cinesi di commodities brasiliane (dallo zucchero alla soia, dal petrolio al ferro al legname). Da Bolsonaro a Lula almeno una continuità in politica estera c’è: il rifiuto di applicare le sanzioni economiche decise dall’Occidente contro la Russia. Il Brasile è parte dell’emisfero occidentale in senso geografico, ma non si riconosce necessariamente nell’Occidente geopolitico. Come molti paesi emergenti continua a covare una cultura del risentimento anti-colonialista verso il Nord del pianeta. Si riconosce nel nuovo assembramento di paesi “non allineati”, che non è un vero movimento politico come il Terzo mondo lo fu nella prima guerra fredda (a partire dal vertice di Bandung nel 1955), ma una realtà di fatto. Sono quella maggioranza di paesi asiatici africani e latinoamericani, che magari condannano l’aggressione russa in Ucraina, ma non per questo vogliono partecipare alle nostre sanzioni. Più ancora della Russia, li trattiene la volontà di avere buoni rapporti con la Cina. La Repubblica Popolare cinese è di gran lunga il primo partner commerciale del Brasile, da tempo ha superato gli Stati Uniti. La crescita brasiliana dipende molto da ciò che Pechino vuole comprargli, dall’energia ai minerali alle derrate agricole.

Quale è l’impatto di tutto ciò in Europa?
L’Unione europea non è abbastanza presente per poter sfidare le due tendenze che influenzano la politica estera di Brasilia: da una parte un riflesso condizionato anti- Usa, dall’altra il condizionamento economico cinese. L’Europa da molto tempo non ha una politica estera degna di questo nome. La guerra in Ucraina ha reso ancora più palese che siamo incapaci perfino di difendere noi stessi, senza l’aiuto decisivo degli Stati Uniti.

“Siamo perfino incapaci di difendere noi stessi senza l’aiuto decisivo degli Stati Uniti”. Federico Rampini, editorialista ed esperto di Usa, commentando quanto accaduto qualche giorno fa a Brasilia, spiega perché l’Italia, negli ultimi mesi, non abbia una politica estera degna di nome.

Era prevedibile l’attacco al Parlamento?
Ero stato in Brasile a fine novembre, quasi un mese dopo la vittoria di Lula. C’erano già allora proteste dei bolsonaristi che definirei endemiche, scoppiavano qui e là, davano la sensazione di una situazione tesa. Un elemento rassicurante, però, era che molti parlamentari bolsonaristi, oltre a riconoscere la vittoria di Lula, stavano negoziando accordi di governo con lui. In quanto a Bolsonaro, era rimasto silenzioso per tutto il periodo post-elettorale. Avevo trovato, dunque, una situazione delicata e molti amici brasiliani preoccupati, francamente pochi, immaginavano una replica del 6 gennaio 2021 in modo così fedele all’originale da tentare di celebrarne quasi l’anniversario.

La causa di tutto ciò ha un solo nome: Bolsonaro… E’ d’accordo?
Sì e no. Per essere precisi, va ricordato che durante tutta la campagna elettorale e fino alla vigilia del voto Bolsonaro ha creato il mito dell’elezione rubata, truccata, manipolata dai brogli. Poi dopo la vittoria di Lula – di stretta misura, ma non contestabile – Bolsonaro non ha imitato Trump. Non ha incitato i suoi alla rivolta di piazza, non ha tentato di sovvertire il responso delle urne. Anche perché il suo partito, almeno per quanto riguarda la rappresentanza parlamentare, non lo avrebbe seguito. Né aveva avuto segnali di incoraggiamento dalle forze armate. In realtà in questo caso la base del bolsonarismo si è spinta molto più avanti del suo leader.

Gli assalti a Capitol Hill e Brasilia, quindi, hanno qualche collegamento fra loro?
“Questo è ovvio, i bolsonaristi avevano un copione già scritto per loro, hanno cercato in tutti i modi di scimmiottare gli eventi di due anni prima a Capitol Hill. Trump, però, come nemico della sua democrazia si è rivelato peggiore di Bolsonaro: sia perché è stato il primo e quindi ha dato il cattivo esempio; sia perché lui era lì in piazza il 6 gennaio 2021 ad accendere gli animi mentre Bolsonaro no. Il collegamento più profondo è nella cultura politica: quella in cui io demonizzo il mio avversario e delegittimo il risultato elettorale se non vinco io. La destra populista è portatrice di questo virus, pur non avendone il monopolio. Nel vicino Perù un presidente di estrema sinistra ha tentato un golpe pur di non dimettersi in seguito alla sconfitta, e i suoi seguaci stanno perpetrando violenze spaventose.

Non ritiene che l’aumento del divario sociale contribuisca ad aumentare questo tipo di reazioni?
No. Respingo il sociologismo facile, quello che riconduce tutto all’economia e alle diseguaglianze. E’ semplicemente falso, che la miseria o le diseguaglianze siano da collegarsi automaticamente a pulsioni eversive, a violenza, a instabilità. Negli Stati Uniti il 6 gennaio 2021 è avvenuto in un periodo in cui le diseguaglianze erano diminuite, non aumentate, grazie ai generosi aiuti anti-Covid elargiti alla popolazione. Il Brasile degli anni Ottanta, che passò dalla dittatura militare alla democrazia, era più povero e diseguale di oggi. La violenza è figlia di ideologie sbagliate. Il sociologismo crea facili alibi per i cattivi maestri che incitano all’odio. E’ già successo con l’islamismo, che tanti intellettuali hanno “assolto” descrivendolo come un frutto del disagio sociale degli immigrati: una sciocchezza enorme. L’islamismo nacque nel 1979 dall’alleanza tra petro-dollari e clero teocratico.

L’aumentare dei governi di destra, amplifica il fenomeno?
Ho già ricordato che in Perù è un presidente di sinistra ad avere appena tentato il golpe. Potrei aggiungere il Venezuela. No, la destra non ha il monopolio dell’eversione. Neppure negli Stati Uniti, dove alcuni principi fondamentali della Costituzione sono calpestati dai miliardari di sinistra, i progressisti che possiedono i social media e decidono chi ha libertà di parola. E comunque nello scatenamento criminale della destra brasiliana non bisogna dimenticare il ruolo di Lula: la sua corruzione è stata dimostrata dalla giustizia, lui è stato liberato dal carcere solo per un vizio di forma, e da una Corte costituzionale molto amica. Tanti brasiliani, anche moderati, sono convinti che lui sia un ladro. L’aver vinto le elezioni non lo assolve. Altrimenti sarebbe vero il teorema-Berlusconi, secondo cui l’investitura popolare “cancella” i processi e le sentenze.

Quanto successo a Brasilia mette sotto la lente d’ingrandimento la questione dei Paesi emergenti. Non a caso Putin e Xi sfruttano l’occasione per rinsaldare l’alleanza con Lula. Cosa sta succedendo?
Il Brasile è un paese importante perché ha 217 milioni di abitanti, è la seconda economia latinoamericana ed è la lettera B dell’acronimo Brics, quel club di potenze emergenti che include anche Russia, India, Cina, Sudafrica e qualche volta viene descritto come l’antagonista del “nostro” G7 in cui siedono vecchie potenze industriali. Sotto i primi mandati presidenziali di Lula il boom economico brasiliano fu trainato in modo dominante dalla domanda cinese di materie prime. La crisi finanziaria del 2008-2009 aveva interrotto e indebolito quel ciclo di forsennato aumento dei consumi cinesi di commodities brasiliane (dallo zucchero alla soia, dal petrolio al ferro al legname). Da Bolsonaro a Lula almeno una continuità in politica estera c’è: il rifiuto di applicare le sanzioni economiche decise dall’Occidente contro la Russia. Il Brasile è parte dell’emisfero occidentale in senso geografico, ma non si riconosce necessariamente nell’Occidente geopolitico. Come molti paesi emergenti continua a covare una cultura del risentimento anti-colonialista verso il Nord del pianeta. Si riconosce nel nuovo assembramento di paesi “non allineati”, che non è un vero movimento politico come il Terzo mondo lo fu nella prima guerra fredda (a partire dal vertice di Bandung nel 1955), ma una realtà di fatto. Sono quella maggioranza di paesi asiatici africani e latinoamericani, che magari condannano l’aggressione russa in Ucraina, ma non per questo vogliono partecipare alle nostre sanzioni. Più ancora della Russia, li trattiene la volontà di avere buoni rapporti con la Cina. La Repubblica Popolare cinese è di gran lunga il primo partner commerciale del Brasile, da tempo ha superato gli Stati Uniti. La crescita brasiliana dipende molto da ciò che Pechino vuole comprargli, dall’energia ai minerali alle derrate agricole.

Quale è l’impatto di tutto ciò in Europa?
L’Unione europea non è abbastanza presente per poter sfidare le due tendenze che influenzano la politica estera di Brasilia: da una parte un riflesso condizionato anti- Usa, dall’altra il condizionamento economico cinese. L’Europa da molto tempo non ha una politica estera degna di questo nome. La guerra in Ucraina ha reso ancora più palese che siamo incapaci perfino di difendere noi stessi, senza l’aiuto decisivo degli Stati Uniti.

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