Non si esprime sull’aborto, ma il Papa la nomina alla Pontificia Accademia per la Vita

Il rosa avanza in Vaticano. Tenendo fede al suo proposito che ci siano più donne in posti di responsabilità nella Chiesa, Papa Francesco ha nominato oggi Emilce Cuda tra i membri della Pontificia Accademia per la Vita. Scrittrice e docente universitaria, la 56enne nata a Buenos Aires è attuale segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, la cui funzione primaria è quella di “consigliare e assistere le Chiese particolari” nell’area geografica a sud degli Stati Uniti.

In un articolo pubblicato nel febbraio scorso su Vatican News, la Cuda teneva a precisare di essere un’esperta non di Teologia morale, bensì di Teologia morale sociale, precisando che è limitativo circoscrivere la morale cattolica alla bioetica escludendo l’aspetto sociale. “Dedicarsi” alla Teologia morale sociale, affermava, “implica lo studio della politica, dell’economia, della società, per poi pronunciarsi, dal punto di vista della dottrina cattolica, su tali questioni”. E aggiungeva: “Quando lo facciamo, specialmente se parliamo in difesa degli esclusi, però, spesse volte, veniamo accusati di ‘fare politica’. In realtà, stiamo solo facendo ciò che ci compete: i teologi di morale sociale”.

Eppure, fare politica è un’attività nobile. Per parafrasare Paolo VI, “la politica è la più alta forma di carità”. Un teologo che si occupa di questo ambito, dunque, non compie nulla di antitetico al suo ruolo. Il problema, semmai, sorge laddove le soluzioni politiche offerte non coincidano con la dottrina cattolica a cui giustamente la Cuda dice di richiamarsi. È su questo punto che, allora, occorre accendere i riflettori: la Cuda è stata allieva di Ernesto Laclau. Filosofo argentino, attivista dei Movimenti studenteschi negli anni Settanta, costui si definiva un post-marxista e si ispirava ad Antonio Gramsci, primo segretario del Partito Comunista Italiano il quale – è bene ricordare – scrisse che il papato era un problema che il proletariato avrebbe dovuto risolvere (cfr. Il Vaticano, La Correspandance Internationale, 12 marzo 1924).

Marx e Gramsci, insomma, non sembrano propriamente numi tutelari della dottrina cattolica. Ma il fatto di essere stata allieva di Laclau presuppone senza ombra di dubbio che la prof.ssa Cuda sia una comunista? Niente affatto. È tuttavia lecito domandarsi se e quanto le teorie del filosofo “post-marxista” abbiano influenzato il suo pensiero. Non solo. È interessante anche ripescare un’intervista della teologa apparsa nel 2020 in un blog in lingua spagnola dal nome Los Dioses Estan Locos. A precisa domanda sul tema lei risponde che “l’aborto è un argomento su cui non mi esprimo”, perché “sono una specialista di morale sociale e non di bioetica”. È lecito pertanto domandare, stavolta a Papa Francesco: ha senso nominare alla Pontifica Accademia per la Vita, il totem della bioetica del Vaticano, una persona senz’altro preparata su vari argomenti ma che per sua stessa ammissione non intende occuparsi del tema dell’aborto? Basta forse essere donne per assumere “ruoli di responsabilità” in un posto qualsiasi ai vertici della Chiesa?

Il rosa avanza in Vaticano. Tenendo fede al suo proposito che ci siano più donne in posti di responsabilità nella Chiesa, Papa Francesco ha nominato oggi Emilce Cuda tra i membri della Pontificia Accademia per la Vita. Scrittrice e docente universitaria, la 56enne nata a Buenos Aires è attuale segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, la cui funzione primaria è quella di “consigliare e assistere le Chiese particolari” nell’area geografica a sud degli Stati Uniti.

In un articolo pubblicato nel febbraio scorso su Vatican News, la Cuda teneva a precisare di essere un’esperta non di Teologia morale, bensì di Teologia morale sociale, precisando che è limitativo circoscrivere la morale cattolica alla bioetica escludendo l’aspetto sociale. “Dedicarsi” alla Teologia morale sociale, affermava, “implica lo studio della politica, dell’economia, della società, per poi pronunciarsi, dal punto di vista della dottrina cattolica, su tali questioni”. E aggiungeva: “Quando lo facciamo, specialmente se parliamo in difesa degli esclusi, però, spesse volte, veniamo accusati di ‘fare politica’. In realtà, stiamo solo facendo ciò che ci compete: i teologi di morale sociale”.

Eppure, fare politica è un’attività nobile. Per parafrasare Paolo VI, “la politica è la più alta forma di carità”. Un teologo che si occupa di questo ambito, dunque, non compie nulla di antitetico al suo ruolo. Il problema, semmai, sorge laddove le soluzioni politiche offerte non coincidano con la dottrina cattolica a cui giustamente la Cuda dice di richiamarsi. È su questo punto che, allora, occorre accendere i riflettori: la Cuda è stata allieva di Ernesto Laclau. Filosofo argentino, attivista dei Movimenti studenteschi negli anni Settanta, costui si definiva un post-marxista e si ispirava ad Antonio Gramsci, primo segretario del Partito Comunista Italiano il quale – è bene ricordare – scrisse che il papato era un problema che il proletariato avrebbe dovuto risolvere (cfr. Il Vaticano, La Correspandance Internationale, 12 marzo 1924).

Marx e Gramsci, insomma, non sembrano propriamente numi tutelari della dottrina cattolica. Ma il fatto di essere stata allieva di Laclau presuppone senza ombra di dubbio che la prof.ssa Cuda sia una comunista? Niente affatto. È tuttavia lecito domandarsi se e quanto le teorie del filosofo “post-marxista” abbiano influenzato il suo pensiero. Non solo. È interessante anche ripescare un’intervista della teologa apparsa nel 2020 in un blog in lingua spagnola dal nome Los Dioses Estan Locos. A precisa domanda sul tema lei risponde che “l’aborto è un argomento su cui non mi esprimo”, perché “sono una specialista di morale sociale e non di bioetica”. È lecito pertanto domandare, stavolta a Papa Francesco: ha senso nominare alla Pontifica Accademia per la Vita, il totem della bioetica del Vaticano, una persona senz’altro preparata su vari argomenti ma che per sua stessa ammissione non intende occuparsi del tema dell’aborto? Basta forse essere donne per assumere “ruoli di responsabilità” in un posto qualsiasi ai vertici della Chiesa?

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