Non solo Meloni, si allarga il fronte per l’elezione diretta

Il presidenzialismo non è un tema solo di destra. Anche Matteo Renzi ritorna su un argomento che ritiene fondamentale per rilanciare il Paese in un momento cruciale della sua storia. Dopo l’idea della coalizione conservatrice di far scegliere il Capo dello Stato alla gente, il giglio fiorentino ritiene che sia giusto mettere mano alla Costituzione per quanto riguarda i poteri e l’elezione del Presidente del Consiglio. Lo schema da seguire è quello del primo cittadino d’Italia.

“Il meccanismo per l’elezione del sindaco – spiega ai microfoni di Rtl – a me piace perché è semplice e le persone già sanno come funziona. Al primo giro si vota il candidato preferito, poi al ballottaggio si vota quello che dispiace di meno perché magari il tuo candidato non ce l’ha fatta a superare il primo turno. Questa è la democrazia che funziona”.

Per il giglio fiorentino occorre fare presto, evitando inutili perdite di tempo. “La distanza tra gli impegni pre-elettorali di non fare accordi con nessuno e la realtà del giorno dopo sta diventando – viene spiegato a chiare lettere sulla pagina web di Italia Viva – insopportabile e rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni, ma soprattutto la fiducia delle persone verso la politica. Il modello delle amministrazioni locali è l’unico che soddisfa la stragrande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria”. Soltanto così chi andrà a Palazzo Chigi potrà operare con serenità, essendo protetto da un sistema istituzionale che garantisce stabilità.

Renzi, questa volta sostenuto anche dal suo nuovo alleato Carlo Calenda, non intende fare passi indietro rispetto a una proposta per cui aveva avviato, qualche mese fa, addirittura una petizione popolare. Su questo non ci sono paletti nei confronti di nessuno. Non è da escludere neanche una collaborazione, magari dopo il 25, con la coalizione conservatrice. L’ex fascia tricolore di Firenze, rispetto alla riforme costituzionali, considerando quanto accaduto con il referendum, non sarebbe più intenzionato a portare avanti battaglie in solitudine. Al contrario sarebbe alla ricerca di “sponde” per dare uno scossone a un impianto che a suo parere ha bisogno di un profondo restyiling.

In relazione, poi, alla volontà di cambiare le carte in tavola, king maker degli ultimi mesi è Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, proprio come Renzi, più volte ha messo l’accento sui problemi legati a una mancata riforma delle istituzioni: “Negli ultimi 20 anni, in Italia, ci sono stati 11 presidenti del Consiglio: un’instabilità che penalizza gli italiani e il nostro rapporto con gli altri Stati”.

Ecco perché la politica romana ritiene che uomini e donne debbano avere il diritto di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica e avere la possibilità di scegliere da chi farsi governare, ponendo fine ai giochetti di palazzo che hanno caratterizzato la politica nazionale negli ultimi anni. La leader più accreditata nei sondaggi sa benissimo che per avere un governo stabile non si può non passare tramite quella che può essere considerata la sfida delle sfide.

Un disegno sposato anche dallo stesso Silvio Berlusconi: “Il sistema presidenziale – spiega – è una parte essenziale e caratterizzante della proposta politica del centrodestra, da quando l’ho fondato, quasi trenta anni fa fino a oggi”. L’ex presidente del Consiglio, infatti, già nel 1995, quando Forza Italia era alle origini, si era distinto dalla massa per un tentativo di riforma. Nonostante ciò, dopo 27 anni, gli azzurri non hanno cambiato idea. Non sono un caso le ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi rispetto a Mattarella che tanto hanno fatto arrabbiare la sinistra. “Il presidenzialismo – aveva sottolineato il leader di Arcore ai microfoni di Radio Capital – esalta la democrazia in Francia e negli Stati Uniti. Non è possibile quello che è successo in Italia. Dopo il mio, non c’è stato alcun governo eletto dal popolo. Se entrasse in vigore quanto ho proposto, l’attuale Capo dello Stato dovrebbe dimettersi. Poi magari potrebbe essere eletto di nuovo”. Parole che hanno scatenato l’ira del segretario dei dem Letta e dell’intero fronte progressista, senza alcuna distinzione di sigla..
Ecco perché la stessa Lega, pur non essendosi ancora espressa sull’argomento, è obbligata ad accettare una battaglia che farà sua probabilmente in cambio dell’autonomia differenziata. Dare voce alle identità e ai territori resta la priorità per il Carroccio. Un percorso certamente facilitato con un esecutivo stabile a Roma. Matteo Salvini, mettendo da parte la lotta al vertice e ogni forma di protagonismo, pertanto, non può far altro che dire sì a quanto proposto dagli alleati.

Non è un caso che la voce presidenzialismo, precisamente al capitolo tre, già compare nel programma che il centrodestra presenterà agli italiani. La strategia è conquistare quella fetta di popolazione che vuole essere artefice del proprio destino. Come rivelano gli stessi sondaggi, infatti, sono in aumento le persone che si sentono escluse dal dibattito politico.
Un fenomeno, venuto fuori nell’ultima corsa al Colle, dove più di qualche italiano avrebbe voluto dire la sua e invece si è dovuto accontentare di assistere ai soliti giochi di palazzo. Fenomeno che nei fatti ha contribuito ad aumentare la distanza, sempre più importante, tra chi è nelle stanze del potere e chi ne è invece fuori. Più di qualche italiano ha storto il naso nel vedere l’assistente del momento o il portaborse di turno vantarsi di conoscere prima degli altri le sorti del Paese.

Ecco perché nel caso in cui un qualsiasi governo dovesse andare in fondo col presidenzialismo, nei fatti aprirebbe la terza repubblica, caratterizzata appunto da un protagonismo vero dei cittadini, che non ha nulla a che vedere con quello predicato negli ultimi anni dal Movimento 5 Stelle. Lo stesso astensionismo, oggi al 40 per cento, potrebbe essere solo un lontano ricordo.

Il presidenzialismo non è un tema solo di destra. Anche Matteo Renzi ritorna su un argomento che ritiene fondamentale per rilanciare il Paese in un momento cruciale della sua storia. Dopo l’idea della coalizione conservatrice di far scegliere il Capo dello Stato alla gente, il giglio fiorentino ritiene che sia giusto mettere mano alla Costituzione per quanto riguarda i poteri e l’elezione del Presidente del Consiglio. Lo schema da seguire è quello del primo cittadino d’Italia.

“Il meccanismo per l’elezione del sindaco – spiega ai microfoni di Rtl – a me piace perché è semplice e le persone già sanno come funziona. Al primo giro si vota il candidato preferito, poi al ballottaggio si vota quello che dispiace di meno perché magari il tuo candidato non ce l’ha fatta a superare il primo turno. Questa è la democrazia che funziona”.

Per il giglio fiorentino occorre fare presto, evitando inutili perdite di tempo. “La distanza tra gli impegni pre-elettorali di non fare accordi con nessuno e la realtà del giorno dopo sta diventando – viene spiegato a chiare lettere sulla pagina web di Italia Viva – insopportabile e rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni, ma soprattutto la fiducia delle persone verso la politica. Il modello delle amministrazioni locali è l’unico che soddisfa la stragrande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria”. Soltanto così chi andrà a Palazzo Chigi potrà operare con serenità, essendo protetto da un sistema istituzionale che garantisce stabilità.

Renzi, questa volta sostenuto anche dal suo nuovo alleato Carlo Calenda, non intende fare passi indietro rispetto a una proposta per cui aveva avviato, qualche mese fa, addirittura una petizione popolare. Su questo non ci sono paletti nei confronti di nessuno. Non è da escludere neanche una collaborazione, magari dopo il 25, con la coalizione conservatrice. L’ex fascia tricolore di Firenze, rispetto alla riforme costituzionali, considerando quanto accaduto con il referendum, non sarebbe più intenzionato a portare avanti battaglie in solitudine. Al contrario sarebbe alla ricerca di “sponde” per dare uno scossone a un impianto che a suo parere ha bisogno di un profondo restyiling.

In relazione, poi, alla volontà di cambiare le carte in tavola, king maker degli ultimi mesi è Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, proprio come Renzi, più volte ha messo l’accento sui problemi legati a una mancata riforma delle istituzioni: “Negli ultimi 20 anni, in Italia, ci sono stati 11 presidenti del Consiglio: un’instabilità che penalizza gli italiani e il nostro rapporto con gli altri Stati”.

Ecco perché la politica romana ritiene che uomini e donne debbano avere il diritto di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica e avere la possibilità di scegliere da chi farsi governare, ponendo fine ai giochetti di palazzo che hanno caratterizzato la politica nazionale negli ultimi anni. La leader più accreditata nei sondaggi sa benissimo che per avere un governo stabile non si può non passare tramite quella che può essere considerata la sfida delle sfide.

Un disegno sposato anche dallo stesso Silvio Berlusconi: “Il sistema presidenziale – spiega – è una parte essenziale e caratterizzante della proposta politica del centrodestra, da quando l’ho fondato, quasi trenta anni fa fino a oggi”. L’ex presidente del Consiglio, infatti, già nel 1995, quando Forza Italia era alle origini, si era distinto dalla massa per un tentativo di riforma. Nonostante ciò, dopo 27 anni, gli azzurri non hanno cambiato idea. Non sono un caso le ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi rispetto a Mattarella che tanto hanno fatto arrabbiare la sinistra. “Il presidenzialismo – aveva sottolineato il leader di Arcore ai microfoni di Radio Capital – esalta la democrazia in Francia e negli Stati Uniti. Non è possibile quello che è successo in Italia. Dopo il mio, non c’è stato alcun governo eletto dal popolo. Se entrasse in vigore quanto ho proposto, l’attuale Capo dello Stato dovrebbe dimettersi. Poi magari potrebbe essere eletto di nuovo”. Parole che hanno scatenato l’ira del segretario dei dem Letta e dell’intero fronte progressista, senza alcuna distinzione di sigla..
Ecco perché la stessa Lega, pur non essendosi ancora espressa sull’argomento, è obbligata ad accettare una battaglia che farà sua probabilmente in cambio dell’autonomia differenziata. Dare voce alle identità e ai territori resta la priorità per il Carroccio. Un percorso certamente facilitato con un esecutivo stabile a Roma. Matteo Salvini, mettendo da parte la lotta al vertice e ogni forma di protagonismo, pertanto, non può far altro che dire sì a quanto proposto dagli alleati.

Non è un caso che la voce presidenzialismo, precisamente al capitolo tre, già compare nel programma che il centrodestra presenterà agli italiani. La strategia è conquistare quella fetta di popolazione che vuole essere artefice del proprio destino. Come rivelano gli stessi sondaggi, infatti, sono in aumento le persone che si sentono escluse dal dibattito politico.
Un fenomeno, venuto fuori nell’ultima corsa al Colle, dove più di qualche italiano avrebbe voluto dire la sua e invece si è dovuto accontentare di assistere ai soliti giochi di palazzo. Fenomeno che nei fatti ha contribuito ad aumentare la distanza, sempre più importante, tra chi è nelle stanze del potere e chi ne è invece fuori. Più di qualche italiano ha storto il naso nel vedere l’assistente del momento o il portaborse di turno vantarsi di conoscere prima degli altri le sorti del Paese.

Ecco perché nel caso in cui un qualsiasi governo dovesse andare in fondo col presidenzialismo, nei fatti aprirebbe la terza repubblica, caratterizzata appunto da un protagonismo vero dei cittadini, che non ha nulla a che vedere con quello predicato negli ultimi anni dal Movimento 5 Stelle. Lo stesso astensionismo, oggi al 40 per cento, potrebbe essere solo un lontano ricordo.

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