Nucleare tattico e strategico. I successi dell’Ucraina aumentano il rischio, sostengono gli studiosi

È il parere di insigni studiosi, sostenuto su entrambe le sponde dell’Atlantico. Queste sono le conclusioni a cui è giunto lunedì il consigliere scientifico di Limes Germano Dottori nell’ambito dell’evento organizzato a Bologna “Geopolis”, ribadite ieri sull’edizione americana di Politico da Gregg Herken, professore emerito di storia diplomatica presso l’Università della California, Avner Cohen e George Moore, del Middlebury Institute of International Studies di Monterey. Il rischio è basso, nella misura in cui iniziare un conflitto nucleare indignerebbe la comunità internazionale e compatterebbe ancora di più il fronte avverso ma, in caso la leadership russa fosse a rischio sopravvivenza, ragiona Dottori, non si può escludere l’uso di un’arma nucleare “tattica”. Una bomba, cioè, sganciata per motivi soprattutto dimostrativi, secondo la strategia già sovietica del descalare per escalare: in pratica, la Russia, consapevole del dato di non poter competere sul fronte della guerra convenzionale con la Nato, minaccia l’upgrade nucleare del conflitto, limitando i danni e senza coinvolgere direttamente, ovviamente, i Paesi dell’Alleanza atlantica. Una bomba ben diversa da quelle “strategiche”, capaci di distruggere tutto in aree più vaste e, soprattutto, lanciate da testate a lunga gittata. Bombe che innescherebbero sicuramente la III Guerra mondiale.
Gli studiosi americani ipotizzano tre scenari: una bomba da far brillare a Novaya Zemlya, il vecchio sito di test sovietico nell’Artico, con danni a terra, anche dal punto di vista della radioattività, trascurabili. Si tratterebbe comunque di un chiaro segnale della disponibilità di Mosca a varcare la soglia nucleare. Uno scenario peggiore sarebbe un’esplosione ad altissima quota di una bomba sull’Ucraina. Una esplosione visivamente spettacolare e ammonitrice, che produrrebbe black out e il cortocircuito di computer, cellulari e altri dispositivi elettronici. Il worst case scenario, invece, “sarebbe l’uso di un’arma nucleare tattica per raggiungere un obiettivo militare concreto come interrompere la consegna di armi agli ucraini che combattono in una città come Mariupol. In alternativa, Putin potrebbe far esplodere una testata nucleare tattica contro obiettivi militari o logistici nell’Ucraina occidentale scarsamente popolata – nei terreni agricoli tra Leopoli e Kiev, ad esempio – dopo aver avvertito le persone nell’area bersaglio di evacuare”. Si tratterebbe di una mossa estremamente pericolosa, perché alcuni effetti potrebbero raggiungere anche un Paese Nato. Ciononostante, Dottori, anche nel caso dello sgancio di un’arma tattica in territorio spopolato, esclude una reazione nucleare della Nato. Come e dove rispondere, da parte dell’Alleanza atlantica? In Ucraina, “il primo a insorgere sarebbe Zelensky”. E se l’attacco fosse lanciato direttamente alla Russia, sarebbe ovviamente una nostra dichiarazione di guerra. Ma il dato, allora, è un altro. Fino a quando e quanto la Nato può aiutare l’Ucraina a trascinare la Russia in una guerra di logoramento che veramente mette a rischio il Cremlino, se l’esito sarebbe quello immaginato dagli studiosi di intrappolarci in un nuovo cul de sac?

È il parere di insigni studiosi, sostenuto su entrambe le sponde dell’Atlantico. Queste sono le conclusioni a cui è giunto lunedì il consigliere scientifico di Limes Germano Dottori nell’ambito dell’evento organizzato a Bologna “Geopolis”, ribadite ieri sull’edizione americana di Politico da Gregg Herken, professore emerito di storia diplomatica presso l’Università della California, Avner Cohen e George Moore, del Middlebury Institute of International Studies di Monterey. Il rischio è basso, nella misura in cui iniziare un conflitto nucleare indignerebbe la comunità internazionale e compatterebbe ancora di più il fronte avverso ma, in caso la leadership russa fosse a rischio sopravvivenza, ragiona Dottori, non si può escludere l’uso di un’arma nucleare “tattica”. Una bomba, cioè, sganciata per motivi soprattutto dimostrativi, secondo la strategia già sovietica del descalare per escalare: in pratica, la Russia, consapevole del dato di non poter competere sul fronte della guerra convenzionale con la Nato, minaccia l’upgrade nucleare del conflitto, limitando i danni e senza coinvolgere direttamente, ovviamente, i Paesi dell’Alleanza atlantica. Una bomba ben diversa da quelle “strategiche”, capaci di distruggere tutto in aree più vaste e, soprattutto, lanciate da testate a lunga gittata. Bombe che innescherebbero sicuramente la III Guerra mondiale.
Gli studiosi americani ipotizzano tre scenari: una bomba da far brillare a Novaya Zemlya, il vecchio sito di test sovietico nell’Artico, con danni a terra, anche dal punto di vista della radioattività, trascurabili. Si tratterebbe comunque di un chiaro segnale della disponibilità di Mosca a varcare la soglia nucleare. Uno scenario peggiore sarebbe un’esplosione ad altissima quota di una bomba sull’Ucraina. Una esplosione visivamente spettacolare e ammonitrice, che produrrebbe black out e il cortocircuito di computer, cellulari e altri dispositivi elettronici. Il worst case scenario, invece, “sarebbe l’uso di un’arma nucleare tattica per raggiungere un obiettivo militare concreto come interrompere la consegna di armi agli ucraini che combattono in una città come Mariupol. In alternativa, Putin potrebbe far esplodere una testata nucleare tattica contro obiettivi militari o logistici nell’Ucraina occidentale scarsamente popolata – nei terreni agricoli tra Leopoli e Kiev, ad esempio – dopo aver avvertito le persone nell’area bersaglio di evacuare”. Si tratterebbe di una mossa estremamente pericolosa, perché alcuni effetti potrebbero raggiungere anche un Paese Nato. Ciononostante, Dottori, anche nel caso dello sgancio di un’arma tattica in territorio spopolato, esclude una reazione nucleare della Nato. Come e dove rispondere, da parte dell’Alleanza atlantica? In Ucraina, “il primo a insorgere sarebbe Zelensky”. E se l’attacco fosse lanciato direttamente alla Russia, sarebbe ovviamente una nostra dichiarazione di guerra. Ma il dato, allora, è un altro. Fino a quando e quanto la Nato può aiutare l’Ucraina a trascinare la Russia in una guerra di logoramento che veramente mette a rischio il Cremlino, se l’esito sarebbe quello immaginato dagli studiosi di intrappolarci in un nuovo cul de sac?

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