O la borsa o i diritti? Ma le tasse e le garanzie non sono in conflitto

di EDOARDO GREBLO E LUCA TADDIO


I diritti costano. A costare è già il primo e fondamentale dovere dello Stato, mantenere la pace. Ma a costare sono anche tutte le altre funzioni che spettano ad esso, a cominciare dall’attuazione dei diritti costituzionali, si tratti di diritti civili, politici o sociali. Ricordarlo equivale però a scatenare una reazione di rigetto, che alimenta i cahiers de doléances contro il fisco ripetuto come un mantra dai politici in cerca di facili consensi. Effettivamente il carico fiscale è già elevatissimo e sottrae alle imprese le risorse da destinare agli investimenti, deprime i consumi, compromette attraverso vincoli tributari e normativi la ricchezza che i cittadini riescono ad accumulare grazie al loro lavoro – e l’elenco potrebbe continuare. Una già elevata pressione fiscale e un debito pubblico elevato restringe e compromette la possibilità di azione di qualunque governo. Se non si vuole incrementare a dismisura il debito pubblico, per poter ridistribuire bisogna creare nuova ricchezza, inoltre, per rimettere in moto l’economia sono necessarie quelle riforme che attendiamo ormai da decenni e che dovrebbero offrire maggiore stabilità al paese. Abbiamo dimostrato più volte notevoli risorse, creatività e capacità di reazione; tuttavia, abbiamo anche delle rilevanti criticità: elevata evasione, forme di corruzione diffusa e un sistema giudiziario bisognoso di risorse e di riforme. Per quanto non sia facile abbassare la pressione fiscale, creare nuova ricchezza e combattere l’evasione fiscale, questo non può essere l’alibi per proporre ricette economiche che rischiano di favorire l’evasione o, in ogni caso, di essere solo dei palliativi. Non possiamo ancora una volta posticipare le decisioni importanti necessarie alla ripresa.
La cosa strana è che dal lato dei diritti tutti chiedono servizi pubblici migliori, più equi ed efficienti, mentre, dal lato dei doveri, molti considerano la potestà impositiva dell’erario come una forma di sopraffazione e di ingiusto trasferimento allo Stato del valore esistente creato nel settore privato. La contestazione delle politiche tributarie si basa un’idea elementare: che, se i cittadini dotati di iniziativa e spirito imprenditoriale vengono lasciati liberi di perseguire i loro calcoli d’interesse, ne trarranno vantaggio sia i diretti beneficiari sia la società nel suo complesso. È l’idea che traspare nel motto affermato dalla Presidente del Consiglio, per cui il governo si impegnerà a “non disturbare chi vuole fare”. E che si traduce nella volontà di ridisegnare il sistema tributario in modo da non scoraggiare l’iniziativa privata. E questo in linea di principio andrebbe benissimo ma il punto è come si intende farlo? I provvedimenti annunciati dal governo non lasciano dubbi: le norme prevedono una redistribuzione del carico fiscale a vantaggio di alcune categorie produttive e a svantaggio di altre. Ma non solo: i progetti sulla “tregua fiscale”, il Pos e l’uso del denaro contante trasmettono il messaggio che prima o poi i contribuenti infedeli troveranno qualcuno che li aiuterà a redimersi (senza oneri aggiuntivi). Le proposte della Lega si sono dimostrate da questo punto di vista perlomeno dubbie per forma e sostanza.
Eppure, come ha dimostrato la pandemia, le economie che meglio coniugano dinamismo economico e inclusione sociale sono quelle che raccolgono le maggiori entrate fiscali in proporzione al reddito nazionale. Non per caso sono stati i paesi nordici a dimostrare le migliori capacità di resilienza rispetto agli choc esterni e alle sfide strutturali e tecnologiche. I loro risultati economici e sociali devono non poco a una spesa pubblica tradizionalmente elevata, che segue una logica di investimento sociale e che si traduce in finanziamenti alla filiera educativa, in una generosa protezione sociale, nel sostegno alle famiglie e in provvedimenti di vario tipo a favore del “capitale umano”. Questa strategia sarebbe stata incompatibile con una sana gestione fiscale e con la stabilità macroeconomica se non fosse stato per il fatto che i paesi nordici sono stati a lungo campioni mondiali quando si tratta di tassazione, poiché hanno sempre tassato in modo equo ed efficace. E, dettaglio non trascurabile, offrendo servizi pubblici efficienti anche per le imprese oltre che per i cittadini.
La pandemia ha dimostrato che la complessità delle nostre società rende costantemente necessaria un’azione pubblica in grado di sostenere la vita dei cittadini. Sono essenziali servizi forti, resilienti, ammortizzanti e adeguatamente finanziati. Ma non arriveranno a buon mercato e sarebbe controproducente finanziarli attraverso nuovi deficit di bilancio, destinati tra l’altro a generare ulteriori spinte inflazionistiche. Le strategie fiscali volte a ridurre i disavanzi di bilancio e a frenare l’inflazione dovrebbero focalizzarsi invece sul lato delle entrate, ponendo l’accento sull’espansione della base imponibile anziché sulla riduzione della spesa pubblica. Laddove il potere oligopolistico e la speculazione delle imprese contribuiscono pesantemente all’inflazione, la riforma dell’imposizione fiscale a carico delle aziende, in particolare di quelle transnazionali, può contribuire a tenere i prezzi sotto controllo. Aumentare la progressività, reprimere l’elusione fiscale e spostare l’onere sulla ricchezza, sui redditi più elevati e sui profitti aziendali potrebbe essere la chiave per rendere questa forma di tassazione politicamente e socialmente accettabile.

di EDOARDO GREBLO E LUCA TADDIO


I diritti costano. A costare è già il primo e fondamentale dovere dello Stato, mantenere la pace. Ma a costare sono anche tutte le altre funzioni che spettano ad esso, a cominciare dall’attuazione dei diritti costituzionali, si tratti di diritti civili, politici o sociali. Ricordarlo equivale però a scatenare una reazione di rigetto, che alimenta i cahiers de doléances contro il fisco ripetuto come un mantra dai politici in cerca di facili consensi. Effettivamente il carico fiscale è già elevatissimo e sottrae alle imprese le risorse da destinare agli investimenti, deprime i consumi, compromette attraverso vincoli tributari e normativi la ricchezza che i cittadini riescono ad accumulare grazie al loro lavoro – e l’elenco potrebbe continuare. Una già elevata pressione fiscale e un debito pubblico elevato restringe e compromette la possibilità di azione di qualunque governo. Se non si vuole incrementare a dismisura il debito pubblico, per poter ridistribuire bisogna creare nuova ricchezza, inoltre, per rimettere in moto l’economia sono necessarie quelle riforme che attendiamo ormai da decenni e che dovrebbero offrire maggiore stabilità al paese. Abbiamo dimostrato più volte notevoli risorse, creatività e capacità di reazione; tuttavia, abbiamo anche delle rilevanti criticità: elevata evasione, forme di corruzione diffusa e un sistema giudiziario bisognoso di risorse e di riforme. Per quanto non sia facile abbassare la pressione fiscale, creare nuova ricchezza e combattere l’evasione fiscale, questo non può essere l’alibi per proporre ricette economiche che rischiano di favorire l’evasione o, in ogni caso, di essere solo dei palliativi. Non possiamo ancora una volta posticipare le decisioni importanti necessarie alla ripresa.
La cosa strana è che dal lato dei diritti tutti chiedono servizi pubblici migliori, più equi ed efficienti, mentre, dal lato dei doveri, molti considerano la potestà impositiva dell’erario come una forma di sopraffazione e di ingiusto trasferimento allo Stato del valore esistente creato nel settore privato. La contestazione delle politiche tributarie si basa un’idea elementare: che, se i cittadini dotati di iniziativa e spirito imprenditoriale vengono lasciati liberi di perseguire i loro calcoli d’interesse, ne trarranno vantaggio sia i diretti beneficiari sia la società nel suo complesso. È l’idea che traspare nel motto affermato dalla Presidente del Consiglio, per cui il governo si impegnerà a “non disturbare chi vuole fare”. E che si traduce nella volontà di ridisegnare il sistema tributario in modo da non scoraggiare l’iniziativa privata. E questo in linea di principio andrebbe benissimo ma il punto è come si intende farlo? I provvedimenti annunciati dal governo non lasciano dubbi: le norme prevedono una redistribuzione del carico fiscale a vantaggio di alcune categorie produttive e a svantaggio di altre. Ma non solo: i progetti sulla “tregua fiscale”, il Pos e l’uso del denaro contante trasmettono il messaggio che prima o poi i contribuenti infedeli troveranno qualcuno che li aiuterà a redimersi (senza oneri aggiuntivi). Le proposte della Lega si sono dimostrate da questo punto di vista perlomeno dubbie per forma e sostanza.
Eppure, come ha dimostrato la pandemia, le economie che meglio coniugano dinamismo economico e inclusione sociale sono quelle che raccolgono le maggiori entrate fiscali in proporzione al reddito nazionale. Non per caso sono stati i paesi nordici a dimostrare le migliori capacità di resilienza rispetto agli choc esterni e alle sfide strutturali e tecnologiche. I loro risultati economici e sociali devono non poco a una spesa pubblica tradizionalmente elevata, che segue una logica di investimento sociale e che si traduce in finanziamenti alla filiera educativa, in una generosa protezione sociale, nel sostegno alle famiglie e in provvedimenti di vario tipo a favore del “capitale umano”. Questa strategia sarebbe stata incompatibile con una sana gestione fiscale e con la stabilità macroeconomica se non fosse stato per il fatto che i paesi nordici sono stati a lungo campioni mondiali quando si tratta di tassazione, poiché hanno sempre tassato in modo equo ed efficace. E, dettaglio non trascurabile, offrendo servizi pubblici efficienti anche per le imprese oltre che per i cittadini.
La pandemia ha dimostrato che la complessità delle nostre società rende costantemente necessaria un’azione pubblica in grado di sostenere la vita dei cittadini. Sono essenziali servizi forti, resilienti, ammortizzanti e adeguatamente finanziati. Ma non arriveranno a buon mercato e sarebbe controproducente finanziarli attraverso nuovi deficit di bilancio, destinati tra l’altro a generare ulteriori spinte inflazionistiche. Le strategie fiscali volte a ridurre i disavanzi di bilancio e a frenare l’inflazione dovrebbero focalizzarsi invece sul lato delle entrate, ponendo l’accento sull’espansione della base imponibile anziché sulla riduzione della spesa pubblica. Laddove il potere oligopolistico e la speculazione delle imprese contribuiscono pesantemente all’inflazione, la riforma dell’imposizione fiscale a carico delle aziende, in particolare di quelle transnazionali, può contribuire a tenere i prezzi sotto controllo. Aumentare la progressività, reprimere l’elusione fiscale e spostare l’onere sulla ricchezza, sui redditi più elevati e sui profitti aziendali potrebbe essere la chiave per rendere questa forma di tassazione politicamente e socialmente accettabile.

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