Ogni stagione ha la sua ombra: la depressione stagionale non va sottovalutata
Salute mentale. Con il buio che avanza, torna il "Winter Blues", ma non riguarda solamente il periodo invernale
Le giornate si accorciano, domenica 25 ottobre tornerà l’ora solare e a dicembre il buio scenderà sulle città ben prima delle diciassette. È il periodo in cui molti avvertono un calo di energia, la voglia di restare sotto le coperte aumenta sempre di più, un umore che sembra spegnersi insieme alla luce. Gli anglosassoni lo chiamano winter blues, in Italia si parla di depressione invernale. Dietro un’espressione quasi affettuosa, però, possono nascondersi due realtà molto diverse, e la seconda merita attenzione in qualunque mese dell’anno.
La winter blues: malinconia passeggera o malattia vera e propria?
Il winter blues, come spiega un approfondimento del gruppo sanitario Kormed, è una flessione dell’umore che rientra nella normalità: stanchezza, meno motivazione, qualche irritabilità in più. Non impedisce di lavorare, studiare o prendersi cura degli altri e si dissolve con la primavera. A pesare, più del freddo, è soprattutto la riduzione della luce, che altera, inevitabilmente, i ritmi del sonno ed influire sull’umore. Ben diverso è il disturbo affettivo stagionale, che in inglese ha una sigla eloquente, Sad, “triste”. È una depressione vera e propria che si ripresenta ogni anno nello stesso periodo, con ipersonnia o insonnia, fame accentuata soprattutto di carboidrati, tristezza persistente, difficoltà di concentrazione, perdita di interesse per tutto. Il manuale diagnostico Dsm-5 non lo considera una malattia a sé, ma una depressione “con andamento stagionale”, riconoscibile quando lo schema si ripete per almeno due anni consecutivi.
I dati del fenomeno
A descriverlo per primo, nel 1984, fu lo psichiatra Norman Rosenthal, allora ricercatore al National Institute of Mental Health statunitense, che mise a punto anche la terapia con la luce. Nei suoi studi la frequenza cambiava con la latitudine: circa l’1,5% della popolazione in Florida, quasi il 10% nel New Hampshire. In Italia una ricerca dell’Università dell’Aquila ha individuato il disturbo nel 3,5% del campione, mentre un ulteriore 11,5% ne mostrava una forma attenuata. Nel Centro Italia riguardava il 4,5% delle donne e l’1,2% degli uomini. Sullo sfondo c’è un quadro più ampio: secondo il Global Burden of Disease pubblicato su The Lancet, nel 2023 circa 1,2 miliardi di persone nel mondo convivevano con un disturbo mentale, quasi il doppio del 1990.
Anche l’estate ha il suo lato oscuro
Sarebbe tuttavia un errore pensare che il problema riguardi soltanto il periodo invernale. Ogni stagione può portare con sé il proprio squilibrio. L’autunno è spesso il momento in cui i primi segnali compaiono, mentre per alcune persone il peggioramento arriva in primavera. Esiste poi una forma estiva, descritta dallo stesso gruppo di Rosenthal alla fine degli anni Ottanta: è circa dieci volte meno frequente, ma si manifesta con insonnia, irrequietezza, inappetenza e irritabilità. Per lo psichiatra può risultare perfino più insidiosa, perché all’abbattimento si somma un’agitazione che rende la persona più fragile. Caldo opprimente, notti brevi e ritmi stravolti fanno il resto. Un gruppo ancora più ristretto soffre in entrambe le stagioni estreme e sta bene soltanto in primavera e in autunno.
Tra luce e terapia
Per il semplice calo invernale bastano spesso accorgimenti quotidiani: uscire al mattino o nella pausa pranzo per cogliere più luce possibile, non rinunciare alle uscite con gli amici, fare movimento con regolarità. Quando invece i sintomi compromettono la vita di tutti i giorni, le buone abitudini restano utili, come sottolinea l’American Psychological Association, ma da sole non bastano. Servono una diagnosi e un percorso mirato, che può comprendere la luminoterapia secondo protocolli precisi, la psicoterapia e, se necessario, i farmaci antidepressivi. Il primo passo può essere anche parlarne con il medico di famiglia.
Bisogna ascoltare il cambiamento
Viviamo in case illuminate a ogni ora, lavoriamo davanti a schermi che non conoscono tramonto, eppure il corpo continua a contare le ore di luce come facevano i nostri antenati. Non c’è nulla di cui vergognarsi nel sentire il peso del buio, del silenzio, dell’inquietudine o dell’afa. Il rischio è un altro e non bisogna sottovalutarlo: liquidare il tutto con un’alzata di spalle, ripetersi che prima o poi passerà, quando invece ritorna ogni anno e ogni volta porta via qualcosa che è sempre diverso. Forse la cura comincia proprio dall’attenzione, oltre che dalla prevenzione. Una particolare cura verso se stessi e verso chi, accanto a noi, si spegne a novembre o si agita “inconsapevolmente” a luglio. Le stagioni cambiano e la sofferenza, invece, non dovrebbe mai passare inosservata.
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