Olivia Wilde: sarò una rivoluzionaria disposta a tutto per fare la cosa giusta

Dopo aver debuttato come regista con il film La rivincita delle sfigate, Olivia Wilde recentemente è tornata dietro la macchina da presa per il thriller psicologico Don’t Worry, Darling presentato Fuori Concorso, in anteprima mondiale, alla 79. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Un film dai risvolti femministi che ha fatto parlare molto di sé non solo perché durante la lavorazione del film è sbocciato l’amore – poi naufragato – tra Olivia ed il protagonista Harry Styles ma anche perché pare abbia dato via ad una serie di dissapori con il resto del cast, soprattutto con l’attrice Florence Pugh.
Olivia, di cosa parla Don’t Worry, Darling?
Nel film Jack, interpretato da Harry Styles, è un ingegnere in carriera che vive con la moglie Alice, a cui presta il volto Florence Pugh, in un’oasi del deserto americano partecipando al progetto Victory, un piano segreto nell’America degli anni Cinquanta di ordine e disciplina organizzato da Frank, una sorta di messia interpretato da Chris Pine. Gli uomini lavorano allo sviluppo di materiali avanzati, le mogli in perfetto stile dell’epoca, puliscono casa, cucinano e vanno a fare shopping e fitness. Quando però iniziano ad apparire delle crepe nella loro vita idilliaca che rivelano qualcosa di sinistro sotto l’attraente facciata, Alice non può fare a meno di chiedersi esattamente cosa stiano facendo alla Victory e perché…
Qual è il messaggio che vorresti arrivasse al pubblico?
Don’t Worry Darling di fatto è un film sul potere e sull’abuso del potere: una provocazione che porta inevitabilmente a dibattiti e riflessioni, le persone si fanno domande sul ruolo delle istituzioni. Credo che le rotture siano fondamentali per la società e che in qualsiasi tempo storico sarà sempre attuale un film che parla del controllo del corpo.
Al centro del film l’idea che si possa controllare il caos staccandosi dalla realtà…
Sì, un pensiero che porta avanti il personaggio interpretato da Chris Pine: per Frank il caos è distruttivo. Il film cerca di suggerire che controllare le persone non porta mai ad una fine utopica perché non fa parte del nostro essere umani. Il caos è una cosa organica e cercare di controllare l’essere umano non è mai una buona idea.
Come sei riuscita a ricreare questo mondo così glamour e bello?
Mi è sempre interessata l’iconografia degli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti e ho pensato fosse il riferimento migliore per progettare il mondo di Victory. Sono stata ispirata dall’arte, dal cinema, dall’architettura e dalla musica di quell’epoca che trovo essere molto affascinante. Mentre scrivevamo la sceneggiatura avevamo l’idea della Casa Kaufmann e il nostro sogno derivava proprio da quell’immagine ma non avevamo mai pensato di poter girare lì. È stato davvero emozionante perché improvvisamente ci siamo ritrovati in quell’ambiente che ci aveva ispirati.
Non è tutto perfetto come sembra, però…
Assieme alla sceneggiatrice Katie Silberman ci interessava concentrarci sul fatto che esiste la felicità solo per pochi. Abbiamo cominciato a scrivere questo film all’epoca di Make America Great Again (slogan reso popolare da Donald Trump nella sua campagna elettorale presidenziale del 2016, ndr) e ci siamo chieste cosa significasse esattamente, mettendo in discussione il suo significato. Ci dobbiamo ricordare che tutto è una metafora: il paradosso di Victory è che tutto ciò che è bello è anche sinistro, e questo è un aspetto voluto.
Non mancano dei riferimenti storici…
Assolutamente. Come il Progetto Manhattan Project (denominazione data ad programma che sviluppò il primo ordigno nucleare della storia, ndr), dove le mogli degli scienziati che lavoravano alla bomba atomica avevano l’accordo di non fare domande. Ci sono anche dei riferimenti all’iconografia fascista.
Al fianco di temi come l’ostentata ricerca della perfezione e della bellezza c’è quella del patriarcato…
Con tutte le donne che hanno partecipato al film abbiamo parlato molto di complicità e del nostro ruolo nel sistema patriarcale. Non mi interessava creare una parabola femminista: volevo che fosse una provocazione per far capire il modo in cui partecipiamo nella società. Alice è una rivoluzionaria disposta a tutto per fare la cosa giusta. Sono questi i super eroi che voglio vedere.
Si è parlato molto di possibili tensioni tra te e l’attrice Florence Pugh che non era presente alla conferenza stampa a Venezia. Cosa è successo?
Florence è una forza della natura e sono stata onorata di averla come protagonista. Per quanto riguarda il gossip, il web se ne nutre senza fine e non sento il bisogno di contribuire alla questione.
Dopo aver debuttato come regista con il film La rivincita delle sfigate, Olivia Wilde recentemente è tornata dietro la macchina da presa per il thriller psicologico Don’t Worry, Darling presentato Fuori Concorso, in anteprima mondiale, alla 79. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Un film dai risvolti femministi che ha fatto parlare molto di sé non solo perché durante la lavorazione del film è sbocciato l’amore – poi naufragato – tra Olivia ed il protagonista Harry Styles ma anche perché pare abbia dato via ad una serie di dissapori con il resto del cast, soprattutto con l’attrice Florence Pugh.
Olivia, di cosa parla Don’t Worry, Darling?
Nel film Jack, interpretato da Harry Styles, è un ingegnere in carriera che vive con la moglie Alice, a cui presta il volto Florence Pugh, in un’oasi del deserto americano partecipando al progetto Victory, un piano segreto nell’America degli anni Cinquanta di ordine e disciplina organizzato da Frank, una sorta di messia interpretato da Chris Pine. Gli uomini lavorano allo sviluppo di materiali avanzati, le mogli in perfetto stile dell’epoca, puliscono casa, cucinano e vanno a fare shopping e fitness. Quando però iniziano ad apparire delle crepe nella loro vita idilliaca che rivelano qualcosa di sinistro sotto l’attraente facciata, Alice non può fare a meno di chiedersi esattamente cosa stiano facendo alla Victory e perché…
Qual è il messaggio che vorresti arrivasse al pubblico?
Don’t Worry Darling di fatto è un film sul potere e sull’abuso del potere: una provocazione che porta inevitabilmente a dibattiti e riflessioni, le persone si fanno domande sul ruolo delle istituzioni. Credo che le rotture siano fondamentali per la società e che in qualsiasi tempo storico sarà sempre attuale un film che parla del controllo del corpo.
Al centro del film l’idea che si possa controllare il caos staccandosi dalla realtà…
Sì, un pensiero che porta avanti il personaggio interpretato da Chris Pine: per Frank il caos è distruttivo. Il film cerca di suggerire che controllare le persone non porta mai ad una fine utopica perché non fa parte del nostro essere umani. Il caos è una cosa organica e cercare di controllare l’essere umano non è mai una buona idea.
Come sei riuscita a ricreare questo mondo così glamour e bello?
Mi è sempre interessata l’iconografia degli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti e ho pensato fosse il riferimento migliore per progettare il mondo di Victory. Sono stata ispirata dall’arte, dal cinema, dall’architettura e dalla musica di quell’epoca che trovo essere molto affascinante. Mentre scrivevamo la sceneggiatura avevamo l’idea della Casa Kaufmann e il nostro sogno derivava proprio da quell’immagine ma non avevamo mai pensato di poter girare lì. È stato davvero emozionante perché improvvisamente ci siamo ritrovati in quell’ambiente che ci aveva ispirati.
Non è tutto perfetto come sembra, però…
Assieme alla sceneggiatrice Katie Silberman ci interessava concentrarci sul fatto che esiste la felicità solo per pochi. Abbiamo cominciato a scrivere questo film all’epoca di Make America Great Again (slogan reso popolare da Donald Trump nella sua campagna elettorale presidenziale del 2016, ndr) e ci siamo chieste cosa significasse esattamente, mettendo in discussione il suo significato. Ci dobbiamo ricordare che tutto è una metafora: il paradosso di Victory è che tutto ciò che è bello è anche sinistro, e questo è un aspetto voluto.
Non mancano dei riferimenti storici…
Assolutamente. Come il Progetto Manhattan Project (denominazione data ad programma che sviluppò il primo ordigno nucleare della storia, ndr), dove le mogli degli scienziati che lavoravano alla bomba atomica avevano l’accordo di non fare domande. Ci sono anche dei riferimenti all’iconografia fascista.
Al fianco di temi come l’ostentata ricerca della perfezione e della bellezza c’è quella del patriarcato…
Con tutte le donne che hanno partecipato al film abbiamo parlato molto di complicità e del nostro ruolo nel sistema patriarcale. Non mi interessava creare una parabola femminista: volevo che fosse una provocazione per far capire il modo in cui partecipiamo nella società. Alice è una rivoluzionaria disposta a tutto per fare la cosa giusta. Sono questi i super eroi che voglio vedere.
Si è parlato molto di possibili tensioni tra te e l’attrice Florence Pugh che non era presente alla conferenza stampa a Venezia. Cosa è successo?
Florence è una forza della natura e sono stata onorata di averla come protagonista. Per quanto riguarda il gossip, il web se ne nutre senza fine e non sento il bisogno di contribuire alla questione.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli