Pakistan in ginocchio e continuano gli scontri fra il governo di Sharif e l’ex premier Khan

Khan giovedì ha cancellato un sit-in a Islamabad, dopo aver guidato migliaia di persone in marcia verso il Parlamento, chiedendo le dimissioni del governo. I circa 10.000 seguaci dell’ex premier hanno iniziato a convergere nella capitale mercoledì.

Khan ha accusato il tentativo di soffocare la protesta e sollecitato i suoi sostenitori a rimuovere le barricate e raggiungere Islamabad “a qualunque costo”. In seguito, per timore degli scontri, ha annullato la protesta. L’ex leader aveva guidato il governo fino al mese scorso, quando aveva perso la maggioranza, sostenendo di essere stato destituito con una mozione di sfiducia voluta dagli Stati Uniti, che gli avrebbero preferito il nuovo esecutivo, guidato da Shehbaz Sharif, leader della Lega dei musulmani del Pakistan-Nawaz. Ad aprile, la Corte Suprema aveva ripristinato il parlamento che Khan aveva cercato di sciogliere, imponendogli il voto di sfiducia che aveva cercato di evitare. Ciononostante, Khan ha ancora intimato al primo ministro Sharif di indire nuove elezioni, avvertendo che, se il suo governo non si fosse conformato, sarebbe tornato nella capitale con tre milioni di sostenitori, per chiedere lo scioglimento del Parlamento.

La fine politica dell’ex primo ministro era legata al fatto che, da un lato, il suo partito – il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti) -, aveva perso il sostegno degli alleati della coalizione, dall’altro, fuori dal parlamento, Khan sembrava aver perso il sostegno del potente esercito pakistano, che secondo l’opposizione lo aveva aiutato a vincere le elezioni generali del 2018. Khan era diventato impopolare negli ultimi mesi del suo governo a causa dell’aumento dell’inflazione. Crisi anche legata alla nota “trappola del debito”, che si abbatte contro quei Paesi che hanno goduto dei lauti finanziamenti cinesi, a seguito della Nuova Via della Seta.

Tuttavia, Khan ha riguadagnato in modo significativo la popolarità perduta a causa della sua campagna contro gli Stati Uniti e il governo di Sharif. La sua marcia di mercoledì su Islamabad è stata la più grande organizzata dai suoi sostenitori fino ad ora. Egli stesso ha guidato migliaia di attivisti dalla città nord-occidentale di Peshawar, esortando i suoi connazionali a raggiungere Islamabad per “liberare” il Pakistan dal governo imposto dagli Stati Uniti. Washington ha sempre negato qualsiasi ruolo negli sviluppi politici. Khan, d’altronde, aveva approvato sussidi su carburante ed energia che gli erano costati il blocco di una tranche di 1 miliardo di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale. E anche quello stop ha trascinato il Paese nel caos.

Il governo in carica, dal canto suo, ha dichiarato di aver arrestato circa 1.700 seguaci dell’ex premier, dopo che un poliziotto era stato ucciso martedì durante un raid nella casa di un noto sostenitore di Khan. A Lahore, Karachi, Islamabad e Rawalpindi l’amministrazione distrettuale ha invocato l’articolo 144 del Codice di procedura penale, per impedire le manifestazioni pro Khan.

Il ministro dell’Interno, Rana Sanaullah, ha accusato l’ex premier di tentare di creare “una situazione da guerra civile” e l’ha ammonito che “non gli sarà consentito di rovinare la pace”. Il dato di fatto è che per ora il sesto Paese più popoloso al mondo, alleato degli Usa, ma parte strategica della Belt and Road Initiative di Pechino, e anche potenza nucleare, è sull’orlo di una pericolosissima crisi politico-istituzionale.

Khan giovedì ha cancellato un sit-in a Islamabad, dopo aver guidato migliaia di persone in marcia verso il Parlamento, chiedendo le dimissioni del governo. I circa 10.000 seguaci dell’ex premier hanno iniziato a convergere nella capitale mercoledì.

Khan ha accusato il tentativo di soffocare la protesta e sollecitato i suoi sostenitori a rimuovere le barricate e raggiungere Islamabad “a qualunque costo”. In seguito, per timore degli scontri, ha annullato la protesta. L’ex leader aveva guidato il governo fino al mese scorso, quando aveva perso la maggioranza, sostenendo di essere stato destituito con una mozione di sfiducia voluta dagli Stati Uniti, che gli avrebbero preferito il nuovo esecutivo, guidato da Shehbaz Sharif, leader della Lega dei musulmani del Pakistan-Nawaz. Ad aprile, la Corte Suprema aveva ripristinato il parlamento che Khan aveva cercato di sciogliere, imponendogli il voto di sfiducia che aveva cercato di evitare. Ciononostante, Khan ha ancora intimato al primo ministro Sharif di indire nuove elezioni, avvertendo che, se il suo governo non si fosse conformato, sarebbe tornato nella capitale con tre milioni di sostenitori, per chiedere lo scioglimento del Parlamento.

La fine politica dell’ex primo ministro era legata al fatto che, da un lato, il suo partito – il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti) -, aveva perso il sostegno degli alleati della coalizione, dall’altro, fuori dal parlamento, Khan sembrava aver perso il sostegno del potente esercito pakistano, che secondo l’opposizione lo aveva aiutato a vincere le elezioni generali del 2018. Khan era diventato impopolare negli ultimi mesi del suo governo a causa dell’aumento dell’inflazione. Crisi anche legata alla nota “trappola del debito”, che si abbatte contro quei Paesi che hanno goduto dei lauti finanziamenti cinesi, a seguito della Nuova Via della Seta.

Tuttavia, Khan ha riguadagnato in modo significativo la popolarità perduta a causa della sua campagna contro gli Stati Uniti e il governo di Sharif. La sua marcia di mercoledì su Islamabad è stata la più grande organizzata dai suoi sostenitori fino ad ora. Egli stesso ha guidato migliaia di attivisti dalla città nord-occidentale di Peshawar, esortando i suoi connazionali a raggiungere Islamabad per “liberare” il Pakistan dal governo imposto dagli Stati Uniti. Washington ha sempre negato qualsiasi ruolo negli sviluppi politici. Khan, d’altronde, aveva approvato sussidi su carburante ed energia che gli erano costati il blocco di una tranche di 1 miliardo di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale. E anche quello stop ha trascinato il Paese nel caos.

Il governo in carica, dal canto suo, ha dichiarato di aver arrestato circa 1.700 seguaci dell’ex premier, dopo che un poliziotto era stato ucciso martedì durante un raid nella casa di un noto sostenitore di Khan. A Lahore, Karachi, Islamabad e Rawalpindi l’amministrazione distrettuale ha invocato l’articolo 144 del Codice di procedura penale, per impedire le manifestazioni pro Khan.

Il ministro dell’Interno, Rana Sanaullah, ha accusato l’ex premier di tentare di creare “una situazione da guerra civile” e l’ha ammonito che “non gli sarà consentito di rovinare la pace”. Il dato di fatto è che per ora il sesto Paese più popoloso al mondo, alleato degli Usa, ma parte strategica della Belt and Road Initiative di Pechino, e anche potenza nucleare, è sull’orlo di una pericolosissima crisi politico-istituzionale.

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