Pane, caro energia e siccità: 9 miliardi in più per la tavola

Coldiretti lancia l’allarme: sulle famiglie pesano clima e guerra in Ucraina. Prandini: “Colture a rischio, la politica non si faccia distrarre dal voto”

Il pranzo, ma anche la cena e persino la colazione, rischiano di andare per traverso agli italiani che dovranno affrontare costi sempre più alti per mettere un piatto a tavola. La spesa alimentare per le famiglie italiane costerà ben nove miliardi di euro in più, per “colpa” dei rincari scatenati dagli effetti della guerra in Ucraina. I guai però non sono finiti qui, perché gli italiani, e con loro i buongustai di tutto il mondo, rischiano di perdere, a causa della crisi, più di 5mila prodotti tipici, autentiche eccellenze agroalimentari del Made in Italy, che la siccità e i rincari potrebbero definitivamente sparire dagli scaffali.

All’assemblea nazionale tenutasi ieri a Roma, Coldiretti ha snocciolato i numeri di una crisi pesantissima, che impatta in maniera devastante sulle tasche dei cittadini e rischierà di cambiare le abitudini delle famiglie italiane. La maglia nera per gli aumenti spetta alla verdura che costerà 1,97 miliardi in più. Seguono i prodotti derivati dal grano e dai cereali, in particolare pane, pasta e riso, che hanno fatto registrare aggravi pari a 1,65 miliardi. Stangata sui salumi e le carni, il cui costo sale di 1,54 miliardi. Poco fuori dal poco lusinghiero podio dei rialzi dei prezzi ci sono la frutta (0,92 miliardi), uova, latte e derivati (0,78 miliardi), pesce (0,77). Particolarmente inquietante è stato il trend degli aumenti legati agli oli, burro e grassi alimentari. Trascinati dalla crisi del girasole, il prezzo aggiuntivo che gli italiani dovranno pagare è stato stimato in poco meno di 600 milioni di euro ma in termini di tendenza l’aumento è stato il più rilevante di tutti.

Le altre categorie di beni alimentari non fanno segnare che altri aumenti, seppur più contenuti. Dalle acque minerali al cibo per bambini, passando per té, caffé e cacao, zucchero, miele e prodotti dolciari. Il conto è salatissimo: nove miliardi di euro in più che costringeranno un numero di famiglie sempre maggiore a moderare i consumi, addirittura spingendo molti cittadini a chiedere aiuto per mettere insieme il pranzo con la cena. Anche perché, oltre all’inflazione, morde la povertà che affligge un numero sempre maggiore di italiani.

L’ennesima testimonianza sui problemi delle filiere agroalimentari è arrivata, nei giorni scorsi, dall’Anicav, l’associazione nazionale che unisce gli operatori del settore conservatoriero. È iniziata la stagione del pomodoro ma, insieme ai frutti simbolo della cucina e della cultura alimentare italiana, agricoltori e operatori raccolgono soprattutto preoccupazioni. I dati forniti dall’organizzazione riferiscono che la produzione, che paga la riduzione della superficie utilizzata per le colture specialmente al Sud, è stimata nel range tra 5,2 e 5,4 milioni di tonnellate. Quest’anno il raccolto è maturato prima, a causa delle temperature più calde, e la difficoltà nel reperire manodopera stagionale, tanto nei campi quanto negli impianti di conservazione, unite all’aumento dei costi legati agli imballaggi, all’energia e alle materie prime, rischia di mettere “in grande difficoltà uno dei comparti più rappresentativi e importanti dell’industria alimentare italiana”. L’agricoltura italiana, dunque, è al bivio. Da un lato i temi legati al clima che continuano a produrre danni importanti alle aziende, dalla siccità e fino alle grandinate che si alternano a lunghi periodi di caldo e afa asfissiante specialmente al Nord. Dall’altro i problemi legati ai costi che, secondo Coldiretti, potrebbero portare a uno choc definitivo a seguito del quale ben 250mila aziende rischierebbero di chiudere i battenti. Per sempre. Portandosi via non solo un grande pezzo dell’economia italiana ma anche una parte insostituibile della tradizione e della cultura agroalimentare, da sempre vanto (nonché voce fondamentale per l’export e il soft power nazionale) dell’Italia.

L’agricoltura è il grande malato dei tempi nostri. E il medico, cioé la politica, non dovrebbe distrarsi troppo in campagna elettorale. Perché, in ballo, ci sono ben 35 miliardi di euro dalla Pac da cui dipende il futuro dell’intero settore. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini ha richiamato partiti e movimenti alla responsabilità. E, aprendo l’assemblea nazionale dell’organizzazione di categoria, ha rivolto un appello accorato alle istituzioni: “La campagna elettorale non fermi gli interventi necessari per garantire la sopravvivenza delle imprese agricole, gli investimenti per ridurre la dipendenza alimentare dall’estero e assicurare a imprese e cittadini la possibilità di produrre e consumare prodotti alimentari al giusto prezzo”. Prandini ha sottolineato “il rischio di perdere 35 miliardi di fondi europei per l’agricoltura italiana nei prossimi cinque anni” ma anche “la necessità di attuare al più presto le misure previste dal Pnrr”.

Per il presidente Coldiretti: “Sulla Politica agricola comune occorre superare le osservazioni di Bruxelles e approvare in tempi stretti il Piano strategico nazionale senza il quale non sarà possibile far partire la nuova programmazione dal 1° gennaio 2023. Stiamo parlando di una dotazione finanziaria di 35 miliardi per sostenere l’impegno degli agricoltori italiani verso l’innovazione, la sostenibilità e il miglioramento delle rese produttive, tanto più vitali in un momento dove la guerra in Ucraina ha mostrato tutta la strategicità del cibo e la necessità per il Paese di assicurarsi la sovranità alimentare”.
Ma non è tutto: “Non è possibile che per colpa della burocrazia le imprese perdano il lavoro di una intera annata. Si tratta di assicurare i nulla osta soprattutto di lavoratori dipendenti a tempo determinato che arrivano dall’estero, ma occorre anche introdurre un contratto di lavoro occasionale per consentire anche ai percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani di poter collaborare temporaneamente alle attività nei campi per questo sono importanti sia un piano per la formazione professionale che misure per ridurre la burocrazia”.

C’è in ballo il futuro dell’intero sistema. Coldiretti ha riferito infatti che un’azienda su tre, dunque circa 250mila imprese, “oggi si trovano costrette a produrre in perdita a causa dei rincari scatenati dalla guerra in Ucraina e dalla siccità”.

L’agricoltura, dunque, non può più aspettare, occorre agire in fretta.

Coldiretti lancia l’allarme: sulle famiglie pesano clima e guerra in Ucraina. Prandini: “Colture a rischio, la politica non si faccia distrarre dal voto”

Il pranzo, ma anche la cena e persino la colazione, rischiano di andare per traverso agli italiani che dovranno affrontare costi sempre più alti per mettere un piatto a tavola. La spesa alimentare per le famiglie italiane costerà ben nove miliardi di euro in più, per “colpa” dei rincari scatenati dagli effetti della guerra in Ucraina. I guai però non sono finiti qui, perché gli italiani, e con loro i buongustai di tutto il mondo, rischiano di perdere, a causa della crisi, più di 5mila prodotti tipici, autentiche eccellenze agroalimentari del Made in Italy, che la siccità e i rincari potrebbero definitivamente sparire dagli scaffali.

All’assemblea nazionale tenutasi ieri a Roma, Coldiretti ha snocciolato i numeri di una crisi pesantissima, che impatta in maniera devastante sulle tasche dei cittadini e rischierà di cambiare le abitudini delle famiglie italiane. La maglia nera per gli aumenti spetta alla verdura che costerà 1,97 miliardi in più. Seguono i prodotti derivati dal grano e dai cereali, in particolare pane, pasta e riso, che hanno fatto registrare aggravi pari a 1,65 miliardi. Stangata sui salumi e le carni, il cui costo sale di 1,54 miliardi. Poco fuori dal poco lusinghiero podio dei rialzi dei prezzi ci sono la frutta (0,92 miliardi), uova, latte e derivati (0,78 miliardi), pesce (0,77). Particolarmente inquietante è stato il trend degli aumenti legati agli oli, burro e grassi alimentari. Trascinati dalla crisi del girasole, il prezzo aggiuntivo che gli italiani dovranno pagare è stato stimato in poco meno di 600 milioni di euro ma in termini di tendenza l’aumento è stato il più rilevante di tutti.

Le altre categorie di beni alimentari non fanno segnare che altri aumenti, seppur più contenuti. Dalle acque minerali al cibo per bambini, passando per té, caffé e cacao, zucchero, miele e prodotti dolciari. Il conto è salatissimo: nove miliardi di euro in più che costringeranno un numero di famiglie sempre maggiore a moderare i consumi, addirittura spingendo molti cittadini a chiedere aiuto per mettere insieme il pranzo con la cena. Anche perché, oltre all’inflazione, morde la povertà che affligge un numero sempre maggiore di italiani.

L’ennesima testimonianza sui problemi delle filiere agroalimentari è arrivata, nei giorni scorsi, dall’Anicav, l’associazione nazionale che unisce gli operatori del settore conservatoriero. È iniziata la stagione del pomodoro ma, insieme ai frutti simbolo della cucina e della cultura alimentare italiana, agricoltori e operatori raccolgono soprattutto preoccupazioni. I dati forniti dall’organizzazione riferiscono che la produzione, che paga la riduzione della superficie utilizzata per le colture specialmente al Sud, è stimata nel range tra 5,2 e 5,4 milioni di tonnellate. Quest’anno il raccolto è maturato prima, a causa delle temperature più calde, e la difficoltà nel reperire manodopera stagionale, tanto nei campi quanto negli impianti di conservazione, unite all’aumento dei costi legati agli imballaggi, all’energia e alle materie prime, rischia di mettere “in grande difficoltà uno dei comparti più rappresentativi e importanti dell’industria alimentare italiana”. L’agricoltura italiana, dunque, è al bivio. Da un lato i temi legati al clima che continuano a produrre danni importanti alle aziende, dalla siccità e fino alle grandinate che si alternano a lunghi periodi di caldo e afa asfissiante specialmente al Nord. Dall’altro i problemi legati ai costi che, secondo Coldiretti, potrebbero portare a uno choc definitivo a seguito del quale ben 250mila aziende rischierebbero di chiudere i battenti. Per sempre. Portandosi via non solo un grande pezzo dell’economia italiana ma anche una parte insostituibile della tradizione e della cultura agroalimentare, da sempre vanto (nonché voce fondamentale per l’export e il soft power nazionale) dell’Italia.

L’agricoltura è il grande malato dei tempi nostri. E il medico, cioé la politica, non dovrebbe distrarsi troppo in campagna elettorale. Perché, in ballo, ci sono ben 35 miliardi di euro dalla Pac da cui dipende il futuro dell’intero settore. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini ha richiamato partiti e movimenti alla responsabilità. E, aprendo l’assemblea nazionale dell’organizzazione di categoria, ha rivolto un appello accorato alle istituzioni: “La campagna elettorale non fermi gli interventi necessari per garantire la sopravvivenza delle imprese agricole, gli investimenti per ridurre la dipendenza alimentare dall’estero e assicurare a imprese e cittadini la possibilità di produrre e consumare prodotti alimentari al giusto prezzo”. Prandini ha sottolineato “il rischio di perdere 35 miliardi di fondi europei per l’agricoltura italiana nei prossimi cinque anni” ma anche “la necessità di attuare al più presto le misure previste dal Pnrr”.

Per il presidente Coldiretti: “Sulla Politica agricola comune occorre superare le osservazioni di Bruxelles e approvare in tempi stretti il Piano strategico nazionale senza il quale non sarà possibile far partire la nuova programmazione dal 1° gennaio 2023. Stiamo parlando di una dotazione finanziaria di 35 miliardi per sostenere l’impegno degli agricoltori italiani verso l’innovazione, la sostenibilità e il miglioramento delle rese produttive, tanto più vitali in un momento dove la guerra in Ucraina ha mostrato tutta la strategicità del cibo e la necessità per il Paese di assicurarsi la sovranità alimentare”.
Ma non è tutto: “Non è possibile che per colpa della burocrazia le imprese perdano il lavoro di una intera annata. Si tratta di assicurare i nulla osta soprattutto di lavoratori dipendenti a tempo determinato che arrivano dall’estero, ma occorre anche introdurre un contratto di lavoro occasionale per consentire anche ai percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani di poter collaborare temporaneamente alle attività nei campi per questo sono importanti sia un piano per la formazione professionale che misure per ridurre la burocrazia”.

C’è in ballo il futuro dell’intero sistema. Coldiretti ha riferito infatti che un’azienda su tre, dunque circa 250mila imprese, “oggi si trovano costrette a produrre in perdita a causa dei rincari scatenati dalla guerra in Ucraina e dalla siccità”.

L’agricoltura, dunque, non può più aspettare, occorre agire in fretta.

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