Parla il questore di Vicenza, Paolo Sartori: “La rotta balcanica è il nuovo hub della criminalità per il traffico dei migranti”

Un professionista della sicurezza capace per anni di muoversi anche a livello internazionale. Fioccano i provvedimenti amministrativi di chiusura dei locali per problemi di ordine e sicurezza pubblica non solo in centro città, a Vicenza. L’ultimo è stato “sfornato” sotto Natale e l’ha firmato il questore Paolo Sartori (nella foto), che da un anno dirige con risultati brillanti la polizia berica, dopo un triennio a Mantova. Ma una parte rilevante della sua carriera, oltre diciassette anni, l’ha svolta sul fronte orientale, come direttore dell’Ufficio di coordinamento operativo italiano per l’Est Europa, la Russia e anche il Libano. Dove ha accumulato un bagaglio di conoscenze e una professionalità a livello internazionale non comune tra gli stessi alti dirigenti della Polizia di Stato. Inoltre, Sartori è anche docente esterno al master di secondo livello in Psicopatologia forense e criminologia clinica dell’Università San Raffaele di Milano. Dunque, quella del questore di Vicenza è un’esperienza professionale proficua nel contrasto alle infiltrazioni nei Balcani della criminalità organizzata transnazionale e dei collegamenti con il terrorismo in uno scacchiere di importanza geostrategica sempre di maggiore rilievo, com’ è di quotidiana evidenza dopo l’aggressione russa all’Ucraina del 24 febbraio scorso. “Alcune indagini, come quella in Romania ribattezzata Property, con la quale vennero colpiti gli interessi mafiosi di Bernardo Provenzano e di Giuseppe “Piddu” Madonia – spiega Sartori-, segnarono il contrasto ai business illegali all’Est che rendevano ingenti profitti da diversi anni”.
A proposito di Madonia, oltre trent’anni fa, era il settembre 1992, la questura di Vicenza e il Servizio Centrale Operativo, all’epoca diretto da Achille Serra, arrestarono il numero due di Cosa Nostra alla periferia sud della città. Il mafioso, oggi 76enne all’ergastolo, era il braccio destro di Totò Riina.
“La nostra attenzione a livello provinciale contro il pericolo delle infiltrazioni del crimine organizzato è sempre massima e c’è un costante confronto con l’autorità giudiziaria, che funge da coordinatrice istituzionale, e con le altre forze di polizia, soprattutto la guardia di finanza, oltre che con le associazioni di categorie”.
Questore Sartori, sul fronte del crimine organizzato la fotografia che si scatta a Vicenza come nelle altre ricche province del Nordest è simile.
Negli anni passati c’era stato il rischio delle infiltrazioni criminali derivanti dal soggiorno obbligato. Proprio nel Vicentino, alla fine degli anni Cinquanta, arrivò a Lastebasse, in Valdastico al confine con la provincia di Trento, Domenico Albano, il capomafia di Borgetto, che nel dopoguerra aveva protetto il bandito Giuliano”.
Fu una lunga stagione che in un decennio vide arrivare in Veneto 143 criminali di spessore: da Giuseppe Palmieri a Gaetano Fidanzati e Salvatore Badalamenti. Furono una delle concause dello sviluppo di una criminalità di spessore rispetto a quella tradizionale del Veneto. Non a caso Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta come stabilì la magistratura con sentenza passata in giudicato, cominciò a fare affari con loro.
“Oggi la criminalità organizzata è globale e agisce riciclando profitti illeciti attraverso le società finanziarie. La presenza in loco non sempre è necessaria. Parliamo di crimine dei colletti bianchi, come le inchieste di questi anni hanno dimostrato anche nel Nord Italia, quando le aziende non hanno la possibilità di accesso al credito e la longa manus criminale si sostituisce in un circuito parallelo. Per questo la nostra interazione con le associazioni di categoria è costante. In una realtà industriale ricca come la provincia di Vicenza, tra le primissime per export in Italia, bisogna sempre prestare particolare attenzione”.
Ci sono realtà come l’Ovest e il Basso Vicentino, per non parlare della provincia di Verona come le ripetute inchieste dell’antimafia veneta hanno dimostrato, in cui la presenza della ’ndrangheta è un dato costante.
“Le potenzialità economiche del territorio le conosciamo, così come le modalità con le quali il crimine organizzato, soprattutto nei periodi di crisi, cerca opportunità di business con modalità collaudate che conosciamo bene”.
Dunque, questore Sartori, è un pericolo costante.
“Certo ed è un rischio, tra l’altro, che quando viene percepito o si hanno le giuste sensibilità per contrastarlo con efficacia, grazie anche alla collaborazione degli istituti di credito, di quelli finanziari e delle associazioni di categoria, può essere proficuamente affrontato; in caso contrario in mancanza di tali sensibilità quando ci si accorge del fenomeno è troppo tardi. Perché la criminalità ha già acquisito il controllo delle aziende. Ma l’attenzione della istituzioni giudiziarie e di polizia è sempre massima”.
La sinergia con le associazioni di categoria nel contrasto alle mafie a livello locale è decisiva.
“Assolutamente, tanto che costantemente tengo contatti con le associazioni d’impresa. Mentre una volta era la presenza fisica che preoccupava perché si temeva la riproduzione a livello locale del paradigma criminale tipiche di altre realtà, come le tante inchieste hanno confermato, oggi la movimentazione dei flussi finanziari avviene a livello sovranazionale e il contrasto richiede strumenti più sofisticati. Del resto oggi i boss contano su complicità di chi ha studiato nelle migliori università, italiane ma anche estere, operanti in circuiti finanziari che agiscono su scala transnazionale”.
Le indagini alle quali lei ha preso parte in Romania, come quella ribattezzata Property, contro affiliati del clan Madonia sono state la riprova.
All’epoca gli affiliati si muovevano con valige piene di denaro perché lo si poteva ancora fare per comperare imprese, aziende, centri commerciali oppure investire nei casinò. Ci furono arresti e sequestri per milioni di euro”.
Qualche anno dopo, inoltre, venne riciclato con i rifiuti il tesoro di un clan in Romania.
Anche in quel caso l’attività investigativa coordinata dalla Procura antimafia di Roma fece luce su un connubio internazionale che ribadiva la pericolosità del fenomeno del crimine organizzato transnazionale.
La grave crisi russo-ucraina scoppiata a fine febbraio con le ripercussioni che sono all’ordine del giorno e che tutti ben conosciamo, come la questione della sicurezza legata alla rotta balcanica di cui lei ha scritto anche di recente su Limes, come influiscono sul crimine transnazionale?
“Le organizzazioni criminali più strutturate su scala transnazionale e meglio posizionate hanno subito intuito la nuova rilevanza geostrategica dei Balcani. La maggiore preoccupazione deriva dal fatto che quest’area perché è diventata una sorta di hub del traffico di migranti diretti in Europa occidentale, e in passato un bacino di reclutamento dell’estremismo islamista. Dalla primavera del 2016 la cosiddetta Rotta Balcanica è stata “sigillata” con maggiori controlli anche se non sono mancate tensioni. Sappiamo per esperienza che quando le rotte più battute vengono chiuse se ne aprono altre per alimentare quel «mercato dei migranti» che è una costante”.
La tratta di esseri umani è tra le maggiori preoccupazioni dei migranti che si avventurano lungo i Balcani occidentali.
È quanto emerge dai rapporti anche internazionali, in cui si ricorda che “la tratta è spesso collegata al traffico di migranti e lo sfruttamento avviene a causa del debito contratto con i trafficanti, che richiedono somme sempre maggiori per i loro servizi”. Le polizie e gli organi giudiziari dell’Europa occidentale sono molto attivi sul fronte investigativo grazie alle collaborazioni instaurate da anni con gli omologhi balcanici.
La guerra russo-ucraina con l’esodo di milioni di rifugiati è un ulteriore pericolo di sfruttamento dalle organizzazioni criminali.
“Non c’è dubbio che tale pericolo esista in concreto, in particolare, come evidenziato anche dal Papa, per quanto riguarda i minori. Le polizie e le istituzioni europee sono specificamente allertate preparate per contrastare il fenomeno”.
Un professionista della sicurezza capace per anni di muoversi anche a livello internazionale. Fioccano i provvedimenti amministrativi di chiusura dei locali per problemi di ordine e sicurezza pubblica non solo in centro città, a Vicenza. L’ultimo è stato “sfornato” sotto Natale e l’ha firmato il questore Paolo Sartori (nella foto), che da un anno dirige con risultati brillanti la polizia berica, dopo un triennio a Mantova. Ma una parte rilevante della sua carriera, oltre diciassette anni, l’ha svolta sul fronte orientale, come direttore dell’Ufficio di coordinamento operativo italiano per l’Est Europa, la Russia e anche il Libano. Dove ha accumulato un bagaglio di conoscenze e una professionalità a livello internazionale non comune tra gli stessi alti dirigenti della Polizia di Stato. Inoltre, Sartori è anche docente esterno al master di secondo livello in Psicopatologia forense e criminologia clinica dell’Università San Raffaele di Milano. Dunque, quella del questore di Vicenza è un’esperienza professionale proficua nel contrasto alle infiltrazioni nei Balcani della criminalità organizzata transnazionale e dei collegamenti con il terrorismo in uno scacchiere di importanza geostrategica sempre di maggiore rilievo, com’ è di quotidiana evidenza dopo l’aggressione russa all’Ucraina del 24 febbraio scorso. “Alcune indagini, come quella in Romania ribattezzata Property, con la quale vennero colpiti gli interessi mafiosi di Bernardo Provenzano e di Giuseppe “Piddu” Madonia – spiega Sartori-, segnarono il contrasto ai business illegali all’Est che rendevano ingenti profitti da diversi anni”.
A proposito di Madonia, oltre trent’anni fa, era il settembre 1992, la questura di Vicenza e il Servizio Centrale Operativo, all’epoca diretto da Achille Serra, arrestarono il numero due di Cosa Nostra alla periferia sud della città. Il mafioso, oggi 76enne all’ergastolo, era il braccio destro di Totò Riina.
“La nostra attenzione a livello provinciale contro il pericolo delle infiltrazioni del crimine organizzato è sempre massima e c’è un costante confronto con l’autorità giudiziaria, che funge da coordinatrice istituzionale, e con le altre forze di polizia, soprattutto la guardia di finanza, oltre che con le associazioni di categorie”.
Questore Sartori, sul fronte del crimine organizzato la fotografia che si scatta a Vicenza come nelle altre ricche province del Nordest è simile.
Negli anni passati c’era stato il rischio delle infiltrazioni criminali derivanti dal soggiorno obbligato. Proprio nel Vicentino, alla fine degli anni Cinquanta, arrivò a Lastebasse, in Valdastico al confine con la provincia di Trento, Domenico Albano, il capomafia di Borgetto, che nel dopoguerra aveva protetto il bandito Giuliano”.
Fu una lunga stagione che in un decennio vide arrivare in Veneto 143 criminali di spessore: da Giuseppe Palmieri a Gaetano Fidanzati e Salvatore Badalamenti. Furono una delle concause dello sviluppo di una criminalità di spessore rispetto a quella tradizionale del Veneto. Non a caso Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta come stabilì la magistratura con sentenza passata in giudicato, cominciò a fare affari con loro.
“Oggi la criminalità organizzata è globale e agisce riciclando profitti illeciti attraverso le società finanziarie. La presenza in loco non sempre è necessaria. Parliamo di crimine dei colletti bianchi, come le inchieste di questi anni hanno dimostrato anche nel Nord Italia, quando le aziende non hanno la possibilità di accesso al credito e la longa manus criminale si sostituisce in un circuito parallelo. Per questo la nostra interazione con le associazioni di categoria è costante. In una realtà industriale ricca come la provincia di Vicenza, tra le primissime per export in Italia, bisogna sempre prestare particolare attenzione”.
Ci sono realtà come l’Ovest e il Basso Vicentino, per non parlare della provincia di Verona come le ripetute inchieste dell’antimafia veneta hanno dimostrato, in cui la presenza della ’ndrangheta è un dato costante.
“Le potenzialità economiche del territorio le conosciamo, così come le modalità con le quali il crimine organizzato, soprattutto nei periodi di crisi, cerca opportunità di business con modalità collaudate che conosciamo bene”.
Dunque, questore Sartori, è un pericolo costante.
“Certo ed è un rischio, tra l’altro, che quando viene percepito o si hanno le giuste sensibilità per contrastarlo con efficacia, grazie anche alla collaborazione degli istituti di credito, di quelli finanziari e delle associazioni di categoria, può essere proficuamente affrontato; in caso contrario in mancanza di tali sensibilità quando ci si accorge del fenomeno è troppo tardi. Perché la criminalità ha già acquisito il controllo delle aziende. Ma l’attenzione della istituzioni giudiziarie e di polizia è sempre massima”.
La sinergia con le associazioni di categoria nel contrasto alle mafie a livello locale è decisiva.
“Assolutamente, tanto che costantemente tengo contatti con le associazioni d’impresa. Mentre una volta era la presenza fisica che preoccupava perché si temeva la riproduzione a livello locale del paradigma criminale tipiche di altre realtà, come le tante inchieste hanno confermato, oggi la movimentazione dei flussi finanziari avviene a livello sovranazionale e il contrasto richiede strumenti più sofisticati. Del resto oggi i boss contano su complicità di chi ha studiato nelle migliori università, italiane ma anche estere, operanti in circuiti finanziari che agiscono su scala transnazionale”.
Le indagini alle quali lei ha preso parte in Romania, come quella ribattezzata Property, contro affiliati del clan Madonia sono state la riprova.
All’epoca gli affiliati si muovevano con valige piene di denaro perché lo si poteva ancora fare per comperare imprese, aziende, centri commerciali oppure investire nei casinò. Ci furono arresti e sequestri per milioni di euro”.
Qualche anno dopo, inoltre, venne riciclato con i rifiuti il tesoro di un clan in Romania.
Anche in quel caso l’attività investigativa coordinata dalla Procura antimafia di Roma fece luce su un connubio internazionale che ribadiva la pericolosità del fenomeno del crimine organizzato transnazionale.
La grave crisi russo-ucraina scoppiata a fine febbraio con le ripercussioni che sono all’ordine del giorno e che tutti ben conosciamo, come la questione della sicurezza legata alla rotta balcanica di cui lei ha scritto anche di recente su Limes, come influiscono sul crimine transnazionale?
“Le organizzazioni criminali più strutturate su scala transnazionale e meglio posizionate hanno subito intuito la nuova rilevanza geostrategica dei Balcani. La maggiore preoccupazione deriva dal fatto che quest’area perché è diventata una sorta di hub del traffico di migranti diretti in Europa occidentale, e in passato un bacino di reclutamento dell’estremismo islamista. Dalla primavera del 2016 la cosiddetta Rotta Balcanica è stata “sigillata” con maggiori controlli anche se non sono mancate tensioni. Sappiamo per esperienza che quando le rotte più battute vengono chiuse se ne aprono altre per alimentare quel «mercato dei migranti» che è una costante”.
La tratta di esseri umani è tra le maggiori preoccupazioni dei migranti che si avventurano lungo i Balcani occidentali.
È quanto emerge dai rapporti anche internazionali, in cui si ricorda che “la tratta è spesso collegata al traffico di migranti e lo sfruttamento avviene a causa del debito contratto con i trafficanti, che richiedono somme sempre maggiori per i loro servizi”. Le polizie e gli organi giudiziari dell’Europa occidentale sono molto attivi sul fronte investigativo grazie alle collaborazioni instaurate da anni con gli omologhi balcanici.
La guerra russo-ucraina con l’esodo di milioni di rifugiati è un ulteriore pericolo di sfruttamento dalle organizzazioni criminali.
“Non c’è dubbio che tale pericolo esista in concreto, in particolare, come evidenziato anche dal Papa, per quanto riguarda i minori. Le polizie e le istituzioni europee sono specificamente allertate preparate per contrastare il fenomeno”.
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