PD: una storia già LETTA

Da domenica 14 marzo il Pd ha un nuovo segretario: Enrico Letta. Il già vicesegretario del partito nell’epoca bersaniana ed ex presidente del Consiglio dal 28 aprile del 2013 al famoso “Enrico, stai sereno” di Matteo Renzi che portò alla sua caduta nel febbraio 2014, è stato chiamato, da quel di Parigi dove faceva il professore, a furor di popolo (meglio dire dai maggiorenti del partito) ad assumere la guida dei “democratici” dopo le inattese ed improvvise dimissioni di Nicola Zingaretti dalla segreteria nazionale. Letta è ora chiamato a tirare fuori dalle secche politiche il suo partito che, nei suoi scarsi 14 anni di vita (è nato il 14 ottobre 2007) ha conosciuto più vicissitudini che fortune. Non è un caso che da Walter Veltroni ad oggi, i segretari sono stati ben 8, ovvero ai vertici del partito sono succeduti a Veltroni Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani, Matteo Renzi (segretario per due volte), Maurizio Martina, Nicola Zingaretti ed ora Letta. Escludendo quest’ultimo, agli inizi della sua avventura, la media di durata ai vertici del Pd è di meno di due anni (ma è l’ex sindaco di Firenze ed ex premier ad alzare questa media con la sua doppia segreteria che lo ha visto al Nazareno oltre quattro anni). Questo turbinio attesta che la vita del Partito Democratico è stata – ed è – molto travagliata e che chi è chiamato a guidarlo si trova da subito in grandi difficoltà. Il fatto è che questa formazione politica, nata soprattutto dalle ceneri dell’ex Pci e della Dc, poi Partito Popolare, ha visto la vita con una “fusione a freddo”, senza un vero amalgama tra le due culture, quella comunista e quella cattolica, che erano alla base dei suoi fondatori. Sin dall’inizio, infatti, le due culture, più che tentare di trovare la sintesi tra di loro, si sono sempre guardate in cagnesco, cercando l’una di prevalere sull’altra. 

In questo contesto, la “guerra per le poltrone” denunciata da Zingaretti non è dovuta soltanto a mere questioni di potere, ma anche alla necessità di occupare posizioni importanti da dove dare il proprio indirizzo alla politica del partito. 

Da qui le molte contraddizioni che hanno caratterizzato la vita del Pd, sempre oscillante tra una posizione e l’altra. Per il segretario nazionale, una situazione del genere non è governabile, infatti è come se il comandante di una nave si trovasse a guidare un equipaggio indisciplinato, con una parte che manovra per andare a levante e l’altra a ponente. Dalla plancia di comando può dare gli ordini che vuole, ma i suoi marinai o li sabotano oppure fanno altro. Altra considerazione. Il bacino elettorale degli ex Pci, che una volta si individuava nella classe operaia e bracciantile, non esiste più, sia perché l’automazione delle fabbriche e dei campi ha di molto ridotto i suoi operatori, sia perché questi, in larga parte, hanno scelto altri rappresentanti in Parlamento, in particolare leghisti e pentastellati. Non è un caso che a Roma, i voti delle periferie vadano a cinquestelle e, nel centrodestra, a Lega e Fdi, mentre i bastioni del centrosinistra sono i due municipi centrali, il primo ed il secondo, una volta feudi della Dc e della destra. Letta si è ora assunto il compito di rivitalizzare il Pd. Come tutti i suoi predecessori, ha lanciato le sue parole d’ordine, in particolare più attenzione ai territori, alle donne, ai giovani ed ai circoli del Pd, con la “ciliegina” dello “ius soli”, ovvero la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. Una mossa che riporta d’attualità un tema caro alla sinistra e, nel contempo, attenta al solidarismo cattolico degli ex Dc e, qualora lo “ius soli” diventasse legge, fornirebbe un nuovo bacino elettorale per il suo partito. In base ai numeri che lo hanno portato alla segreteria (una “elezione bulgara” con meno di dieci membri dell’assemblea nazionale che hanno votato no o si sono astenuti), Letta dovrebbe poter contare su un sostegno fortissimo sulla sua linea programmatica, ma sarà così? Ne dubitiamo. Anche tanti dei suoi sette predecessori avevano sulla carta una maggioranza solidissima, ma poi sappiamo come è finita. Quindi…anche questa sembra una storia già LETTA.

Giuseppe Leone

Da domenica 14 marzo il Pd ha un nuovo segretario: Enrico Letta. Il già vicesegretario del partito nell’epoca bersaniana ed ex presidente del Consiglio dal 28 aprile del 2013 al famoso “Enrico, stai sereno” di Matteo Renzi che portò alla sua caduta nel febbraio 2014, è stato chiamato, da quel di Parigi dove faceva il professore, a furor di popolo (meglio dire dai maggiorenti del partito) ad assumere la guida dei “democratici” dopo le inattese ed improvvise dimissioni di Nicola Zingaretti dalla segreteria nazionale. Letta è ora chiamato a tirare fuori dalle secche politiche il suo partito che, nei suoi scarsi 14 anni di vita (è nato il 14 ottobre 2007) ha conosciuto più vicissitudini che fortune. Non è un caso che da Walter Veltroni ad oggi, i segretari sono stati ben 8, ovvero ai vertici del partito sono succeduti a Veltroni Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani, Matteo Renzi (segretario per due volte), Maurizio Martina, Nicola Zingaretti ed ora Letta. Escludendo quest’ultimo, agli inizi della sua avventura, la media di durata ai vertici del Pd è di meno di due anni (ma è l’ex sindaco di Firenze ed ex premier ad alzare questa media con la sua doppia segreteria che lo ha visto al Nazareno oltre quattro anni). Questo turbinio attesta che la vita del Partito Democratico è stata – ed è – molto travagliata e che chi è chiamato a guidarlo si trova da subito in grandi difficoltà. Il fatto è che questa formazione politica, nata soprattutto dalle ceneri dell’ex Pci e della Dc, poi Partito Popolare, ha visto la vita con una “fusione a freddo”, senza un vero amalgama tra le due culture, quella comunista e quella cattolica, che erano alla base dei suoi fondatori. Sin dall’inizio, infatti, le due culture, più che tentare di trovare la sintesi tra di loro, si sono sempre guardate in cagnesco, cercando l’una di prevalere sull’altra. 

In questo contesto, la “guerra per le poltrone” denunciata da Zingaretti non è dovuta soltanto a mere questioni di potere, ma anche alla necessità di occupare posizioni importanti da dove dare il proprio indirizzo alla politica del partito. 

Da qui le molte contraddizioni che hanno caratterizzato la vita del Pd, sempre oscillante tra una posizione e l’altra. Per il segretario nazionale, una situazione del genere non è governabile, infatti è come se il comandante di una nave si trovasse a guidare un equipaggio indisciplinato, con una parte che manovra per andare a levante e l’altra a ponente. Dalla plancia di comando può dare gli ordini che vuole, ma i suoi marinai o li sabotano oppure fanno altro. Altra considerazione. Il bacino elettorale degli ex Pci, che una volta si individuava nella classe operaia e bracciantile, non esiste più, sia perché l’automazione delle fabbriche e dei campi ha di molto ridotto i suoi operatori, sia perché questi, in larga parte, hanno scelto altri rappresentanti in Parlamento, in particolare leghisti e pentastellati. Non è un caso che a Roma, i voti delle periferie vadano a cinquestelle e, nel centrodestra, a Lega e Fdi, mentre i bastioni del centrosinistra sono i due municipi centrali, il primo ed il secondo, una volta feudi della Dc e della destra. Letta si è ora assunto il compito di rivitalizzare il Pd. Come tutti i suoi predecessori, ha lanciato le sue parole d’ordine, in particolare più attenzione ai territori, alle donne, ai giovani ed ai circoli del Pd, con la “ciliegina” dello “ius soli”, ovvero la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. Una mossa che riporta d’attualità un tema caro alla sinistra e, nel contempo, attenta al solidarismo cattolico degli ex Dc e, qualora lo “ius soli” diventasse legge, fornirebbe un nuovo bacino elettorale per il suo partito. In base ai numeri che lo hanno portato alla segreteria (una “elezione bulgara” con meno di dieci membri dell’assemblea nazionale che hanno votato no o si sono astenuti), Letta dovrebbe poter contare su un sostegno fortissimo sulla sua linea programmatica, ma sarà così? Ne dubitiamo. Anche tanti dei suoi sette predecessori avevano sulla carta una maggioranza solidissima, ma poi sappiamo come è finita. Quindi…anche questa sembra una storia già LETTA.

Giuseppe Leone

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