Pechino silenzia i dati Covid e l’Oms lancia l’allarme Ue e Usa valutano restrizioni per chi arriva dalla Cina

 

Gli ultimi passi della politica “zero Covid” in Cina facevano da start a una prospettiva di un nuovo anno fuori dalla pandemia, con l’ufficiale riapertura del Paese datata 8 gennaio 2023. Data che, per il governo di Xi, verrà rispettata, e che segnerà anche il primo giorno utile per l’emissione e il rinnovo dei passaporti per i viaggi all’estero. Decisioni che saranno mantenute, ma che cozzano con i dati preoccupanti che stanno emergendo sui contagi da Covid-19. Dalla cabina di regia di Pechino però, i vertici tendono a rassicurare e le autorità, dopo aver sospeso i test di massa alla popolazione e conseguentemente interrotto il tracciamento, affermano di voler intensificare la vaccinazione nei confronti dei pazienti fragili e anziani. Eppure, nulla sembra essere sotto controllo: gli ospedali denunciano i sovraccarichi e il lavoro dei sanitari è ormai insufficiente.

 

I DATI REALI

Se da Pechino l’arma di difesa è il silenzio, c’è chi alza la voce sui veri numeri dei contagi. Le autorità sanitarie mondiali si dicono preoccupate per la situazione dei casi in Cina. Secondo i dati elaborati dall’istituto di analisi britannico Airinfinity quasi un cinese su cinque risulterebbe positivo al virus, un conteggio che farebbe registrare oltre un milione di nuovi casi e circa cinquemila morti al giorno. A confermare questo trend in crescita anche la National Health Commission, che stima che il 18% della popolazione cinese abbia contratto il Covid nelle ultime settimane. Un’apprensione che non riguarda solo i contagi in sé, ma che allarma per le possibili conseguenze epidemiologiche derivanti dall’altissimo numero di persone contagiate. Infatti, più aumenta la circolazione del virus, più crescono le probabilità di formazione di nuove varianti, che si presenterebbero con caratteristiche di maggiore patogenicità. Varianti che dalla Cina, come accaduto tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, potrebbero diffondersi nel resto del mondo.

 

IMMUNIZZATI E NON

La causa della salita vertiginosa dei contagi deriva dall’infezione che grava sugli anziani e i fragili: questi rappresentano la categoria di persone con il minor numero di vaccinati, in quanto a inizio campagna di prevenzione, da Pechino decisero di immunizzare prioritariamente i cittadini in età lavorativa. Ora, non solo si contano solo il 40% dei vaccinati tra gli anziani, ma si teme per l’insufficiente efficacia del siero, che sembrerebbe meno potente rispetto alle versioni europee e che non sarebbe mai stato testato come “funzionante” sulla popolazione over 65. Inoltre, sul tema vaccini, comincia anche a ritorcersi contro la politica di isolamento messa in atto per mesi dal governo: la popolazione a lungo isolata non avrebbe sviluppato la cosiddetta “immunità ibrida” rischiando, nonostante la vaccinazione, di essere più sensibile al contagio. Per fare un confronto con la nostra realtà, in base alle stime, il 25% della popolazione cinese avrebbe un qualche grado di immunità a Omicron, in confronto, in Italia l’84,4% della popolazione è vaccinato, senza considerare i guariti. Per cercare di limitare i danni, da qualche giorno è trapelata la notizia che Pechino comincerà a somministrare ai pazienti Covid il farmaco Paxlovid di Pfizer, l’unico medicinale straniero approvato dalle autorità di regolamentazione cinese per l’uso sul territorio nazionale. Ma il Paxlovid ora, secondo il Financial Times, sta sparendo dagli ospedali e dalle residenze sanitarie: l’élite cinese si sta accaparrando le scorte del farmaco, lasciando le strutture a corto in un momento di forte crescita di contagi al fine di proteggere le proprie famiglie e soprattutto i genitori anziani.

 

REAZIONI OCCIDENTALI

 

Già dalla prima mattina di ieri, dagli Stati Uniti preoccupati per la “mancanza di dati trasparenti”, hanno cominciato a valutare nuove misure per prevenire la diffusione del virus da parte dei viaggiatori provenienti dalla Cina, con regole più stringenti per l’ingresso nel Paese, seguendo l’esempio di Giappone, India e Malesia che sono intervenute con monitoraggio, sorveglianza e test anti-Covid. Anche in Europa e nel nostro Paese sembra salire la paura di nuovi casi, considerata anche l’alta percentuale di positivi che dalla Cina sono arrivati nei nostri aeroporti. Una situazione, quella Cinese, molto lontana da quella italiana: a spiegarlo gran parte dei nostri virologi, che sottolineano l’importanza dei vaccini, mostrando la prospettiva asiatica – secondo il professor Walteri Ricciardi – come lo spettro di “come sarebbe andata senza” immunizzazione. Anche Matteo Bassetti difende il nostro sistema, intimando con un tweet di “regalare un biglietto di sola andata per la Cina” a tutti coloro che hanno “infangato i vaccini a mRna” e a chi ha “propagandato l’antiscienza”. Nel frattempo, il consiglio dei medici è di procedere con i richiami vaccinali in preparazione a una eventuale ondata di nuova variante derivante dai milioni di nuovi contagi.

 

Gli ultimi passi della politica “zero Covid” in Cina facevano da start a una prospettiva di un nuovo anno fuori dalla pandemia, con l’ufficiale riapertura del Paese datata 8 gennaio 2023. Data che, per il governo di Xi, verrà rispettata, e che segnerà anche il primo giorno utile per l’emissione e il rinnovo dei passaporti per i viaggi all’estero. Decisioni che saranno mantenute, ma che cozzano con i dati preoccupanti che stanno emergendo sui contagi da Covid-19. Dalla cabina di regia di Pechino però, i vertici tendono a rassicurare e le autorità, dopo aver sospeso i test di massa alla popolazione e conseguentemente interrotto il tracciamento, affermano di voler intensificare la vaccinazione nei confronti dei pazienti fragili e anziani. Eppure, nulla sembra essere sotto controllo: gli ospedali denunciano i sovraccarichi e il lavoro dei sanitari è ormai insufficiente.

 

I DATI REALI

Se da Pechino l’arma di difesa è il silenzio, c’è chi alza la voce sui veri numeri dei contagi. Le autorità sanitarie mondiali si dicono preoccupate per la situazione dei casi in Cina. Secondo i dati elaborati dall’istituto di analisi britannico Airinfinity quasi un cinese su cinque risulterebbe positivo al virus, un conteggio che farebbe registrare oltre un milione di nuovi casi e circa cinquemila morti al giorno. A confermare questo trend in crescita anche la National Health Commission, che stima che il 18% della popolazione cinese abbia contratto il Covid nelle ultime settimane. Un’apprensione che non riguarda solo i contagi in sé, ma che allarma per le possibili conseguenze epidemiologiche derivanti dall’altissimo numero di persone contagiate. Infatti, più aumenta la circolazione del virus, più crescono le probabilità di formazione di nuove varianti, che si presenterebbero con caratteristiche di maggiore patogenicità. Varianti che dalla Cina, come accaduto tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, potrebbero diffondersi nel resto del mondo.

 

IMMUNIZZATI E NON

La causa della salita vertiginosa dei contagi deriva dall’infezione che grava sugli anziani e i fragili: questi rappresentano la categoria di persone con il minor numero di vaccinati, in quanto a inizio campagna di prevenzione, da Pechino decisero di immunizzare prioritariamente i cittadini in età lavorativa. Ora, non solo si contano solo il 40% dei vaccinati tra gli anziani, ma si teme per l’insufficiente efficacia del siero, che sembrerebbe meno potente rispetto alle versioni europee e che non sarebbe mai stato testato come “funzionante” sulla popolazione over 65. Inoltre, sul tema vaccini, comincia anche a ritorcersi contro la politica di isolamento messa in atto per mesi dal governo: la popolazione a lungo isolata non avrebbe sviluppato la cosiddetta “immunità ibrida” rischiando, nonostante la vaccinazione, di essere più sensibile al contagio. Per fare un confronto con la nostra realtà, in base alle stime, il 25% della popolazione cinese avrebbe un qualche grado di immunità a Omicron, in confronto, in Italia l’84,4% della popolazione è vaccinato, senza considerare i guariti. Per cercare di limitare i danni, da qualche giorno è trapelata la notizia che Pechino comincerà a somministrare ai pazienti Covid il farmaco Paxlovid di Pfizer, l’unico medicinale straniero approvato dalle autorità di regolamentazione cinese per l’uso sul territorio nazionale. Ma il Paxlovid ora, secondo il Financial Times, sta sparendo dagli ospedali e dalle residenze sanitarie: l’élite cinese si sta accaparrando le scorte del farmaco, lasciando le strutture a corto in un momento di forte crescita di contagi al fine di proteggere le proprie famiglie e soprattutto i genitori anziani.

 

REAZIONI OCCIDENTALI

 

Già dalla prima mattina di ieri, dagli Stati Uniti preoccupati per la “mancanza di dati trasparenti”, hanno cominciato a valutare nuove misure per prevenire la diffusione del virus da parte dei viaggiatori provenienti dalla Cina, con regole più stringenti per l’ingresso nel Paese, seguendo l’esempio di Giappone, India e Malesia che sono intervenute con monitoraggio, sorveglianza e test anti-Covid. Anche in Europa e nel nostro Paese sembra salire la paura di nuovi casi, considerata anche l’alta percentuale di positivi che dalla Cina sono arrivati nei nostri aeroporti. Una situazione, quella Cinese, molto lontana da quella italiana: a spiegarlo gran parte dei nostri virologi, che sottolineano l’importanza dei vaccini, mostrando la prospettiva asiatica – secondo il professor Walteri Ricciardi – come lo spettro di “come sarebbe andata senza” immunizzazione. Anche Matteo Bassetti difende il nostro sistema, intimando con un tweet di “regalare un biglietto di sola andata per la Cina” a tutti coloro che hanno “infangato i vaccini a mRna” e a chi ha “propagandato l’antiscienza”. Nel frattempo, il consiglio dei medici è di procedere con i richiami vaccinali in preparazione a una eventuale ondata di nuova variante derivante dai milioni di nuovi contagi.

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