Pena di morte: non è la risposta più giusta al male

di Angelo Perrone

 

Nonostante abolizioni e moratorie, le società – persino quelle più evolute come l’America – non riescono a fare a meno della pena di morte. L’idea delle esecuzioni capitali ha radici nella nascita del potere politico, al quale è demandato il compito di sanare le ferite provocate dal crimine. Ma coltiva l’illusione di estirpare il male eliminandone l’autore. I sistemi penali non possono che essere razionali, adeguati alla complessità della realtà umana.

Il male, di qualunque natura, richiede una risposta: ma qual è la più giusta? La domanda si ripropone, inquietante, ogni volta che le cronache raccontano di un nuovo delitto efferato. E quanti ne accadono nelle nostre città, nell’appartamento accanto, tra persone che, magari, conosciamo e frequentiamo. Gente qualsiasi, dal volto normale ed anonimo. Un lavoro, una famiglia, ritmi regolari; tutto normale. Poi, succede qualcosa che cambia il gioco, fa saltare il banco.

Quelle persone – mariti, mogli, figli – non sembrano capaci di fare del male, di uscire dalla banalità quotidiana, eppure succede. C’è una scintilla che fa divampare l’incendio. Ogni giorno vengono riferiti fatti che sono di difficile interpretazione, enigmi che non si riesce a decifrare. Ci si sforza di capire, ma invano. Sono inconcepibili, eppure così concreti e reali. Si verificano, accadono, qualcuno li ha commessi.  Andando a ritroso, lo sguardo va alle tragedie meno recenti, quelle che hanno sconvolto famiglie, generazioni, popoli. L’elenco è lungo. Ascoltiamo esterrefatti, anche nei giorni di commemorazione della Shoah, i racconti dei superstiti degli eccidi, il ricordo del più vasto genocidio della storia. Sono le pagine dello sterminio degli ebrei e degli altri, colpevoli di una “diversità” innominata rispetto al resto del mondo. Pura follia, delirio devastante, però capace di incendiare l’Europa per un tempo infinito, di tenere in scacco il mondo. E non tutto è finito lì, per quanto immenso. Odio e intolleranza sono stati seminati tra le generazioni successive.

Come reagire a gesti criminali che paiono fuori da ogni orizzonte plausibile, eppure così ricorrenti oggi? Tanto per stare alla cronaca: la bambina di 18 mesi vittima di violenze sessuali ed uccisa (Como); il mistero dei genitori uccisi (Bolzano); la ragazza di 17 anni bruciata ed uccisa (Palermo). E, più in generale, come trattare le colpe del passato, quelle meno recenti e ancora vive? Come contrastare le nuove violenze, la violazione dei diritti umani?

Dilemmi angosciosi che si può provare a sviscerare senza l’illusione di trovare una via di uscita chiara. Si cerca talvolta di mettere il passato, piccolo o grande che sia, tra parentesi, isolandolo rispetto alle storie personali o al corso generale dell’umanità, che ci si augura abbiano il segno positivo. Un incidente di percorso, un intervallo pur drammatico, ma limitato. Oppure si affronta la colpa del passato, senza sconti, contrastandola duramente per estirpare, una volta per tutte, il virus contagioso nell’illusione che serva allo scopo. Soluzioni opinabili e fragili, che almeno hanno il merito di non rimuovere il problema. I torti, nelle vite individuali e collettive, pesano sul presente, impediscono di rimarginare le ferite, sono di ostacolo rispetto al domani. Impossibile svicolare e rinviare lo scioglimento di nodi tanto cruciali. I debiti nel tempo aumentano con gli interessi. Ci sono molti punti di vista attraverso i quali la memoria può decidere di affrontare i temi cruciali delle colpe commesse e, a prima vista, ci si smarrisce tra meditazioni psicologiche, religiose, filosofiche. Sino ad incrociare il quesito finale su chi siamo e chi vogliamo essere, secondo l’identità che il pensiero, le tradizioni, le norme di ciascun paese contribuiscono a definire. Con fatica e in maniera imperfetta.

Per misurare l’entità del male, le sue cause, e il modo di uscirne, non bastano gli sforzi della letteratura, figurarsi quelli delle leggi. Nella mente di Fedor Dostoevskij, sono 730 i passi, contati più volte, che separano la soffitta in cui abita Rodion Romanovič Raskol’nikov dall’abitazione di Alëna Ivanovna e di sua sorella Lizaveta. È il tragitto che divide l’uomo dal crimine, la distanza tra l’essere (per il momento) libero di decidere e la caduta nell’abisso, lo stato di dannazione (senza speranza) che si spalanca davanti, dopo aver spaccato con un’accetta la testa della vecchia usuraia aguzzina. Se il delitto è un affare di pochi minuti, che si esaurisce in fretta, il resto, per uno come Raskol’nikov, è il castigo permanente rispetto ad un male smisurato che eccede l’azione compiuta, perché racchiude anche solitudine, oppressione, sofferenza: l’angoscia di una vita. Lo scenario in cui ci si dibatte è perverso oltre la specificità del delitto commesso: infatti si può finire in castigo anche senza colpa. È difficile ritrovare la luce se non riscoprendo, alla maniera di Dmitrij Karamazov, una verità possibile: ossia che il vero campo di battaglia tra il diavolo e Dio è il cuore dell’uomo. E che, appunto per questo, alla fine si può confidare nell’uomo per uscirne.

L’efferatezza suggerisce, a prima vista, risposte drastiche, senza alcuna alternativa. Il binomio delitto-castigo difficilmente sfugge alla tentazione di rispondere al male con una pena altrettanto forte, semmai ancora più grande. Serve a punire il malfattore e scoraggiare i malintenzionati una volta per tutte. C’è un pensiero forte che, nella risposta al crimine più estremo, attraversa la storia, la sanzione esemplare della pena capitale, finalmente “giusta” e rimedio “utile” per ripristinare l’ordine turbato dal reato. Gli ultimi giorni della devastante presidenza di Donald Trump in America sono stati contrassegnati da molti fatti, non solo dall’incoraggiamento sovversivo alla rivolta contro il nuovo Congresso e l’elezione di Joe Biden. In tema di giustizia, dopo la moratoria durata dal 2003 al 2019, Trump ha ordinato la ripresa delle esecuzioni capitali. Da allora, è stato eseguito il più alto numero di condanne a morte rispetto a quelle dei vari Stati dove ancora è operante: una delle ultime, Lisa Montgomery, la prima donna in 70 anni. Un primato che vale la pena menzionare anche per la singolarità del caso. Liza è responsabile di un crimine smisurato per atrocità e follia, ai danni di una madre e della bimba che aveva in grembo. La sua, però, è anche una storia di violenze familiari altrettanto inaudite, di torture ed abusi continui, infine di lesioni cerebrali provocate dai maltrattamenti subiti con danni spaventosi alle capacità psichiche: solo i giudici non li hanno visti. Quella è la “giustizia” che ha fatto il suo corso ed ha disposto l’iniezione letale, resa esecutiva da Trump. Sarebbe riduttivo leggere gli avvenimenti come espressione della personalità disturbata di Trump, si finirebbe per minimizzarne la portata, se non banalizzarla ad effetto di una politica trasgressiva, ma contingente. Certo, l’accanimento si collega anche a questo. Contano l’impeto repressivo del “law and order”, la rabbiosità delle decisioni, l’ottusa faziosità dei comandi (nello stesso tempo, per altri reati sono stati “graziati” 73 amici e soci in affari). La giustizia sa essere feroce con i deboli, e tollerante con i forti, specie se amici. Ma tutto questo non esaurisce il tema. Piuttosto, le vicende confermano un punto tragico della storia umana: la pena di morte è una sanzione di cui le società non riescono a fare a meno, indipendentemente da chi si trovi a rappresentarle e da come si governi. Lo scandalo è che ciò accada anche nelle Nazioni più evolute, come dimostra il caso americano. Il dato drammatico è che in Italia, casa di Cesare Beccaria («La pena di morte non è un diritto, ma una guerra della Nazione contro un suo cittadino»), il 43% della popolazione nel 2020 si dica ancora favorevole alla pena capitale vietata per legge. Nel mondo, nonostante 142 paesi l’abbiano abolita formalmente o di fatto a partire dal 2019, la pena di morte continua ad essere praticata in modo massiccio, non solo nei paesi dittatoriali o sottosviluppati, ma anche in quelli occidentali e democratici. Sono 657 le esecuzioni registrate nel 2019 secondo uno studio del Parlamento europeo, ma in Cina e nel Vietnam il numero è segreto di Stato. C’è un’antica legittimazione della pena di morte, che la maturità e il progresso non sono riusciti a scalfire, anche se l’idea stessa della morte stride con il senso di giustizia. Le innumerevoli riflessioni su di essa, sul reale perché, non sono mai giunte a un punto conclusivo e dirimente. Però bastano per capire quanto il sentimento abbia attraversato le più diverse epoche – dalle arene dei gladiatori dell’antica Roma alla caccia alle streghe o al rogo per gli eretici – e si accompagni a istinti primordiali: da ultimo il “piacere” di assistere alla morte altrui, trasformatosi – civilmente – nel “potere legale” di disporre della vita altrui. Forse, sublimazione della paura della propria morte, rimozione del fine vita come accadimento riguardante solo altri. La terribile crudeltà della giustizia umana è, apparentemente, lenita dalle forme di conforto religioso e sostegno psicologico che l’hanno sempre accompagnata – è consueta l’immagine del religioso che segue il condannato sino al patibolo; rituale l’offerta di un ultimo desiderio da esaudire. Sarebbe anzi da chiedersi, a questo proposito, se proprio l’“aiuto” morale al condannato per scopi umanitari non abbia finito per supportare la legittimità stessa della pena capitale, offrendole uno scopo meritorio: essere occasione di pentimento individuale, strumento di riconciliazione sociale. La pena di morte ha molto a che fare con gli equilibri della collettività e con la costruzione del “potere politico” – in particolare quello statale – in grado di garantirli. La logica iniziale è quella della comune soggezione al potere in nome dell’insicurezza e della paura, nonché in vista della composizione delle fratture provocate dal crimine. Ma questo orientamento – di per sé auspicabile – è sviluppato ponendo al centro di tutto un’“idea della persona” semplificata, priva di complessità, lontana dalla realtà. L’istituto ha una radice profonda nella tentazione di ridurre l’umanità al binomio bene/male. Se è propria della dimensione religiosa, filosofica e psicanalitica la convinzione che la salvezza personale e la ricomposizione sociale avvengano tramite il pentimento individuale, il riconoscimento delle colpe, e magari il perdono concesso dalla collettività, la pratica della pena di morte rimanda ad un orizzonte mentale di segno opposto: la possibilità di espellere la colpa attraverso l’eliminazione fisica del responsabile, come se vi fosse coincidenza assoluta tra il male e la persona fisica che un giorno l’ha incarnato. Questa impostazione ha determinato effetti deformanti nella formazione delle leggi, nella storia dei tribunali, nella concezione della pena come risposta al male, e alimenta i comportamenti delle società moderne generando illusione e credulità. Per quanto sembri così collegata alle origini delle formazioni sociali, e tanto radicata, non è difficile percepire l’anomalia del pensiero. La “parabola della zizzania” (Mt 13, 24-30) contiene l’invito a non separare il seme cattivo, sparso nel campo di grano dal nemico, da quello buono, sino al raccolto finale. Nessun equivoco sulla distinzione tra buono e perverso, non si tratta di questo. Piuttosto, prudenza e attenzione nel giudicare, si rischiano errori, perché la realtà è sempre più complessa di ogni apparenza. Serve attendere il “raccolto finale”, metafora del momento in cui tutto è chiaro. Per rimanere ad una interpretazione laica della raccomandazione evangelica, Immanuel Kant paragonava l’umanità ad “un legno storto”. Non è una visione critica e negativa della condizione umana. Piuttosto, realistica e persino lodevole. L’uomo, unico essere razionale della terra, è entità certamente finita e limitata, ma assai complessa, con mille sfumature, e misteriosa: l’essere “storto” esprime la particolarità della persona, la sua refrattarietà ad ogni semplificazione. Se talvolta vi sono morti socialmente giustificate – perché è vietato uccidere, ma talvolta è consentito, per esempio nella legittima difesa –, i sistemi penali non possono che essere razionali, fatti dunque per l’uomo, adeguati alla complessità della sua natura, e devono comportarsi di conseguenza: non possono diventare strumenti di vendetta, né immaginare di sanare le fratture sociali, né infine inseguire obiettivi salvifici dell’umanità. Niente roghi o patiboli contro le moderne streghe e gli attuali eretici: piuttosto una giustizia che, con l’accertamento delle verità, sappia cogliere le differenze.

*Giurista e scrittore. 

È stato pubblico ministero 

e giudice. Si interessa di diritto 

penale, politiche per la giustizia, 

tematiche di democrazia liberale

 

di Angelo Perrone

 

Nonostante abolizioni e moratorie, le società – persino quelle più evolute come l’America – non riescono a fare a meno della pena di morte. L’idea delle esecuzioni capitali ha radici nella nascita del potere politico, al quale è demandato il compito di sanare le ferite provocate dal crimine. Ma coltiva l’illusione di estirpare il male eliminandone l’autore. I sistemi penali non possono che essere razionali, adeguati alla complessità della realtà umana.

Il male, di qualunque natura, richiede una risposta: ma qual è la più giusta? La domanda si ripropone, inquietante, ogni volta che le cronache raccontano di un nuovo delitto efferato. E quanti ne accadono nelle nostre città, nell’appartamento accanto, tra persone che, magari, conosciamo e frequentiamo. Gente qualsiasi, dal volto normale ed anonimo. Un lavoro, una famiglia, ritmi regolari; tutto normale. Poi, succede qualcosa che cambia il gioco, fa saltare il banco.

Quelle persone – mariti, mogli, figli – non sembrano capaci di fare del male, di uscire dalla banalità quotidiana, eppure succede. C’è una scintilla che fa divampare l’incendio. Ogni giorno vengono riferiti fatti che sono di difficile interpretazione, enigmi che non si riesce a decifrare. Ci si sforza di capire, ma invano. Sono inconcepibili, eppure così concreti e reali. Si verificano, accadono, qualcuno li ha commessi.  Andando a ritroso, lo sguardo va alle tragedie meno recenti, quelle che hanno sconvolto famiglie, generazioni, popoli. L’elenco è lungo. Ascoltiamo esterrefatti, anche nei giorni di commemorazione della Shoah, i racconti dei superstiti degli eccidi, il ricordo del più vasto genocidio della storia. Sono le pagine dello sterminio degli ebrei e degli altri, colpevoli di una “diversità” innominata rispetto al resto del mondo. Pura follia, delirio devastante, però capace di incendiare l’Europa per un tempo infinito, di tenere in scacco il mondo. E non tutto è finito lì, per quanto immenso. Odio e intolleranza sono stati seminati tra le generazioni successive.

Come reagire a gesti criminali che paiono fuori da ogni orizzonte plausibile, eppure così ricorrenti oggi? Tanto per stare alla cronaca: la bambina di 18 mesi vittima di violenze sessuali ed uccisa (Como); il mistero dei genitori uccisi (Bolzano); la ragazza di 17 anni bruciata ed uccisa (Palermo). E, più in generale, come trattare le colpe del passato, quelle meno recenti e ancora vive? Come contrastare le nuove violenze, la violazione dei diritti umani?

Dilemmi angosciosi che si può provare a sviscerare senza l’illusione di trovare una via di uscita chiara. Si cerca talvolta di mettere il passato, piccolo o grande che sia, tra parentesi, isolandolo rispetto alle storie personali o al corso generale dell’umanità, che ci si augura abbiano il segno positivo. Un incidente di percorso, un intervallo pur drammatico, ma limitato. Oppure si affronta la colpa del passato, senza sconti, contrastandola duramente per estirpare, una volta per tutte, il virus contagioso nell’illusione che serva allo scopo. Soluzioni opinabili e fragili, che almeno hanno il merito di non rimuovere il problema. I torti, nelle vite individuali e collettive, pesano sul presente, impediscono di rimarginare le ferite, sono di ostacolo rispetto al domani. Impossibile svicolare e rinviare lo scioglimento di nodi tanto cruciali. I debiti nel tempo aumentano con gli interessi. Ci sono molti punti di vista attraverso i quali la memoria può decidere di affrontare i temi cruciali delle colpe commesse e, a prima vista, ci si smarrisce tra meditazioni psicologiche, religiose, filosofiche. Sino ad incrociare il quesito finale su chi siamo e chi vogliamo essere, secondo l’identità che il pensiero, le tradizioni, le norme di ciascun paese contribuiscono a definire. Con fatica e in maniera imperfetta.

Per misurare l’entità del male, le sue cause, e il modo di uscirne, non bastano gli sforzi della letteratura, figurarsi quelli delle leggi. Nella mente di Fedor Dostoevskij, sono 730 i passi, contati più volte, che separano la soffitta in cui abita Rodion Romanovič Raskol’nikov dall’abitazione di Alëna Ivanovna e di sua sorella Lizaveta. È il tragitto che divide l’uomo dal crimine, la distanza tra l’essere (per il momento) libero di decidere e la caduta nell’abisso, lo stato di dannazione (senza speranza) che si spalanca davanti, dopo aver spaccato con un’accetta la testa della vecchia usuraia aguzzina. Se il delitto è un affare di pochi minuti, che si esaurisce in fretta, il resto, per uno come Raskol’nikov, è il castigo permanente rispetto ad un male smisurato che eccede l’azione compiuta, perché racchiude anche solitudine, oppressione, sofferenza: l’angoscia di una vita. Lo scenario in cui ci si dibatte è perverso oltre la specificità del delitto commesso: infatti si può finire in castigo anche senza colpa. È difficile ritrovare la luce se non riscoprendo, alla maniera di Dmitrij Karamazov, una verità possibile: ossia che il vero campo di battaglia tra il diavolo e Dio è il cuore dell’uomo. E che, appunto per questo, alla fine si può confidare nell’uomo per uscirne.

L’efferatezza suggerisce, a prima vista, risposte drastiche, senza alcuna alternativa. Il binomio delitto-castigo difficilmente sfugge alla tentazione di rispondere al male con una pena altrettanto forte, semmai ancora più grande. Serve a punire il malfattore e scoraggiare i malintenzionati una volta per tutte. C’è un pensiero forte che, nella risposta al crimine più estremo, attraversa la storia, la sanzione esemplare della pena capitale, finalmente “giusta” e rimedio “utile” per ripristinare l’ordine turbato dal reato. Gli ultimi giorni della devastante presidenza di Donald Trump in America sono stati contrassegnati da molti fatti, non solo dall’incoraggiamento sovversivo alla rivolta contro il nuovo Congresso e l’elezione di Joe Biden. In tema di giustizia, dopo la moratoria durata dal 2003 al 2019, Trump ha ordinato la ripresa delle esecuzioni capitali. Da allora, è stato eseguito il più alto numero di condanne a morte rispetto a quelle dei vari Stati dove ancora è operante: una delle ultime, Lisa Montgomery, la prima donna in 70 anni. Un primato che vale la pena menzionare anche per la singolarità del caso. Liza è responsabile di un crimine smisurato per atrocità e follia, ai danni di una madre e della bimba che aveva in grembo. La sua, però, è anche una storia di violenze familiari altrettanto inaudite, di torture ed abusi continui, infine di lesioni cerebrali provocate dai maltrattamenti subiti con danni spaventosi alle capacità psichiche: solo i giudici non li hanno visti. Quella è la “giustizia” che ha fatto il suo corso ed ha disposto l’iniezione letale, resa esecutiva da Trump. Sarebbe riduttivo leggere gli avvenimenti come espressione della personalità disturbata di Trump, si finirebbe per minimizzarne la portata, se non banalizzarla ad effetto di una politica trasgressiva, ma contingente. Certo, l’accanimento si collega anche a questo. Contano l’impeto repressivo del “law and order”, la rabbiosità delle decisioni, l’ottusa faziosità dei comandi (nello stesso tempo, per altri reati sono stati “graziati” 73 amici e soci in affari). La giustizia sa essere feroce con i deboli, e tollerante con i forti, specie se amici. Ma tutto questo non esaurisce il tema. Piuttosto, le vicende confermano un punto tragico della storia umana: la pena di morte è una sanzione di cui le società non riescono a fare a meno, indipendentemente da chi si trovi a rappresentarle e da come si governi. Lo scandalo è che ciò accada anche nelle Nazioni più evolute, come dimostra il caso americano. Il dato drammatico è che in Italia, casa di Cesare Beccaria («La pena di morte non è un diritto, ma una guerra della Nazione contro un suo cittadino»), il 43% della popolazione nel 2020 si dica ancora favorevole alla pena capitale vietata per legge. Nel mondo, nonostante 142 paesi l’abbiano abolita formalmente o di fatto a partire dal 2019, la pena di morte continua ad essere praticata in modo massiccio, non solo nei paesi dittatoriali o sottosviluppati, ma anche in quelli occidentali e democratici. Sono 657 le esecuzioni registrate nel 2019 secondo uno studio del Parlamento europeo, ma in Cina e nel Vietnam il numero è segreto di Stato. C’è un’antica legittimazione della pena di morte, che la maturità e il progresso non sono riusciti a scalfire, anche se l’idea stessa della morte stride con il senso di giustizia. Le innumerevoli riflessioni su di essa, sul reale perché, non sono mai giunte a un punto conclusivo e dirimente. Però bastano per capire quanto il sentimento abbia attraversato le più diverse epoche – dalle arene dei gladiatori dell’antica Roma alla caccia alle streghe o al rogo per gli eretici – e si accompagni a istinti primordiali: da ultimo il “piacere” di assistere alla morte altrui, trasformatosi – civilmente – nel “potere legale” di disporre della vita altrui. Forse, sublimazione della paura della propria morte, rimozione del fine vita come accadimento riguardante solo altri. La terribile crudeltà della giustizia umana è, apparentemente, lenita dalle forme di conforto religioso e sostegno psicologico che l’hanno sempre accompagnata – è consueta l’immagine del religioso che segue il condannato sino al patibolo; rituale l’offerta di un ultimo desiderio da esaudire. Sarebbe anzi da chiedersi, a questo proposito, se proprio l’“aiuto” morale al condannato per scopi umanitari non abbia finito per supportare la legittimità stessa della pena capitale, offrendole uno scopo meritorio: essere occasione di pentimento individuale, strumento di riconciliazione sociale. La pena di morte ha molto a che fare con gli equilibri della collettività e con la costruzione del “potere politico” – in particolare quello statale – in grado di garantirli. La logica iniziale è quella della comune soggezione al potere in nome dell’insicurezza e della paura, nonché in vista della composizione delle fratture provocate dal crimine. Ma questo orientamento – di per sé auspicabile – è sviluppato ponendo al centro di tutto un’“idea della persona” semplificata, priva di complessità, lontana dalla realtà. L’istituto ha una radice profonda nella tentazione di ridurre l’umanità al binomio bene/male. Se è propria della dimensione religiosa, filosofica e psicanalitica la convinzione che la salvezza personale e la ricomposizione sociale avvengano tramite il pentimento individuale, il riconoscimento delle colpe, e magari il perdono concesso dalla collettività, la pratica della pena di morte rimanda ad un orizzonte mentale di segno opposto: la possibilità di espellere la colpa attraverso l’eliminazione fisica del responsabile, come se vi fosse coincidenza assoluta tra il male e la persona fisica che un giorno l’ha incarnato. Questa impostazione ha determinato effetti deformanti nella formazione delle leggi, nella storia dei tribunali, nella concezione della pena come risposta al male, e alimenta i comportamenti delle società moderne generando illusione e credulità. Per quanto sembri così collegata alle origini delle formazioni sociali, e tanto radicata, non è difficile percepire l’anomalia del pensiero. La “parabola della zizzania” (Mt 13, 24-30) contiene l’invito a non separare il seme cattivo, sparso nel campo di grano dal nemico, da quello buono, sino al raccolto finale. Nessun equivoco sulla distinzione tra buono e perverso, non si tratta di questo. Piuttosto, prudenza e attenzione nel giudicare, si rischiano errori, perché la realtà è sempre più complessa di ogni apparenza. Serve attendere il “raccolto finale”, metafora del momento in cui tutto è chiaro. Per rimanere ad una interpretazione laica della raccomandazione evangelica, Immanuel Kant paragonava l’umanità ad “un legno storto”. Non è una visione critica e negativa della condizione umana. Piuttosto, realistica e persino lodevole. L’uomo, unico essere razionale della terra, è entità certamente finita e limitata, ma assai complessa, con mille sfumature, e misteriosa: l’essere “storto” esprime la particolarità della persona, la sua refrattarietà ad ogni semplificazione. Se talvolta vi sono morti socialmente giustificate – perché è vietato uccidere, ma talvolta è consentito, per esempio nella legittima difesa –, i sistemi penali non possono che essere razionali, fatti dunque per l’uomo, adeguati alla complessità della sua natura, e devono comportarsi di conseguenza: non possono diventare strumenti di vendetta, né immaginare di sanare le fratture sociali, né infine inseguire obiettivi salvifici dell’umanità. Niente roghi o patiboli contro le moderne streghe e gli attuali eretici: piuttosto una giustizia che, con l’accertamento delle verità, sappia cogliere le differenze.

*Giurista e scrittore. 

È stato pubblico ministero 

e giudice. Si interessa di diritto 

penale, politiche per la giustizia, 

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